Versi fatti con i piedi Poeterodossia, di Rino Lorusso - ChiareVoci Edizioni
Versi fatti con i piedi
Poeterodossia
di Rino Lorusso
ChiareVoci Edizioni
Poesia
Pagg. 178
ISBN 979-8279206285
Prezzo Euro 13,00
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Versi fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie, generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”), sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli (“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima (“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata (“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”) e infine un'ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com'è, sembra il trionfo del teatro dell'assurdo. In alcuni componimenti la critica sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia, fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose o sociali, che impediscono il progresso civile dell'essere umano.
È, dunque, contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l'opera si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura, perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l'autore, quanto quello culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo dell'omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo traslandolo alle reti sociali.
È una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev'essere l'atto poetico secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni” (parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d'eterna giovinezza”), scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell'angoscia, smarriti: oggetti tra gli oggetti.
E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo, partendo dai piedi (ovvia l'allusione al piede come unità ritmica della poesia greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l'amore, tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con metafore pedatorie (“L'amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene.
Secondo l'autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.
I greci facevano i versi con i piedi
Gli antichi poeti greci andavano a piedi,
ché dentro si portano tutta la strada percorsa
e orme odigitrie lasciano ai posteri.
Seguivano l'esempio del protopoeta: il primo
primate ad alzarsi in piedi e guardare lontano.
A piedi misurarono il mondo, lentamente.
Lo sapevano, i greci: occorre pensare con i piedi,
perché, diversamente dalle mani
che al volo si offrono in lettura ai ciarlatani,
sono gelosi delle piante enosictone e potenti
affondano nel terreno come ancore.
Lo sapevano, i greci: occorre sognare con i piedi,
in grande, ché li abbiamo in comune con l'Olimpo,
e non smettere di sognare, per costringere gli dèi
ad assumere la nostra forma, come i piedi
piegano le calzature alla loro.
Lo sapevano, i greci: occorre parlare con i piedi,
ché son loro a insegnarci la scomodità dell'ipocrisia
quando ci spingono a toglierci i sassolini dalle scarpe.
Lo sapevano, i greci: occorre ispirarsi con i piedi
per estrarre, minatori di spirito, il comico dal tragico,
come l'alluce che, nella deformazione, dice: “valgo!”,
e allora non li pestavano per non far loro del male,
piuttosto li anapestavano per declamarli e acclamarli.
E persino io che sono solo un poetastro, a volte
(non questa) ardisco di far versi con i piedi.
M'affido a questi maestri di generosità
che, al contrario della schiena,
non si lamentano mai se prendi qualcuno in braccio;
queste fedeli sentinelle dell'inverno
che t'avvisano quando il freddo sta arrivando;
queste umili periferie che passano inosservate, ma
senza le quali il cuore non ti porta da nessuna parte,
e che, quando si gonfiano, non è mai per orgoglio,
e che ti spingono a padroneggiare la zappa
per non restare vittime della tua goffaggine ricordandoti,
tra l'altro, che siamo tutti braccia rubate all'agricoltura.
Poeti antichi e poetastri moderni,
non possiamo fare a meno dei piedi: solo loro
portano il tempo della poesia e della musica.
Per volare con la fantasia ci basta un giambo.
Senza jet.
Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.
Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere
Tempo di funghi velenosi
Di muffe in camicia grigia
Che divorano alberi marci
E licheni che gozzovigliano
Sulla scorza della malattia
Tempo di grugni che rivoltano
Il sottobosco della morta coscienza
Foglie umidicce che odorano di sterco
E ricci di putride castagne
Con aculei assetati di sangue
Tempo di cinghialoni feroci
Che grufolano senza freni
E s'ingozzano di cadaveri
Tempo di grugniti rabbiosi
Spacciati per discorsi
È il tempo della bestia silenziosa
A lungo covata nell'oscuro ventre
Che mostra i canini in branco
E latra finalmente libera
L'istinto di azzannare
Tempo della bava alla bocca
Che annega ogni pensiero
È il tempo della parola
Coronata di spine bugiarde
Crocifissa al legnoso nonsenso
Tempo di fogne che tracimano
Feccioso e nauseabondo
Si guarda e respira il mondo
È spurgo guerrier
Ch'entro ci rugge
È il tempo del nostro peggio
Tempo di mostri
Tempo di resistere
All'inverno delle anime
Ormai alle porte
Rino Lorusso, vivente, nasce libero a Ruvo di Puglia nell'anno di nessun Signore 1968, ad aprile, “il mese più crudele” anche per colpa dell'infausto evento. Dice di essere laureato in Lingue e letterature straniere e insegnare inglese in un liceo. Millanta di parlare quattro lingue straniere. Pare abbia vissuto in Irlanda e Portogallo e viaggiato molto, facendo anche esperienze di volontariato. Oltre a leggere e scrivere, crede di saper suonare strani strumenti della tradizione irlandese: uilleann pipes (cornamusa), whistles (flauti) e bodhrán (tamburo a cornice). Sostiene di aver vinto dei premi letterari (mah!). Morirà nel 2033 con la stessa voglia di buttare tutto all'aria. Purtroppo Versi fatti con i piedi è la sua seconda silloge poetica.

