Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfegh, edito da Feltrinelli e recensito da Katia Ciarrocchi
Il mio anno di riposo e oblio – Ottessa Moshfegh – Feltrinelli – Pagg. 240 – ISBN 9788807033476 – Euro 17,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Non si sentiva attrezzata ad affrontare la vita, scriveva, pensava di essere aliena, strana, aveva paura di impazzire e la consapevolezza le pareva intollerabile. “Addio,” scriveva, e poi faceva un elenco di persone che conosceva. Ero la sesta in una lista di venticinque.
Il
mio anno di riposo e oblio è
un romanzo di Ottessa
Moshfegh pubblicato
per la prima volta nel 2018 negli Stati Uniti e arrivato in Italia
con Feltrinelli nella traduzione di Gioia
Guerzoni. Moshfegh,
che ha già dimostrato in altre opere di saper raccontare personaggi
inquieti e marginali, qui costruisce un libro capace di affascinare e
respingere allo stesso tempo, e che mostra senza esitazioni quanto a
fondo sappia spingersi dentro le zone più oscure dell'animo
umano.
La storia segue una giovane donna che all'apparenza ha
tutto ciò che serve per vivere una vita desiderabile, perché è
bella, dispone di un'eredità che le garantisce stabilità
economica e abita a New York in un appartamento ampio e confortevole.
Eppure, dietro questa immagine si nasconde un vuoto che non trova
pace, un vuoto che nasce dalle ferite lasciate dalla perdita dei
genitori e da una sensazione costante di estraneità nei confronti
del mondo che la circonda.
Per affrontare questo dolore decide
di compiere un esperimento radicale, vuole dormire per un anno
intero, affidandosi a farmaci di ogni tipo nella convinzione che dal
sonno possa nascere una rinascita. A rendere possibile questo
progetto c'è la dottoressa Tuttle, una psichiatra eccentrica e
poco lucida, che le prescrive senza esitazioni un'infinità di
medicinali. La sua figura, grottesca e paradossale, diventa il mezzo
attraverso cui la protagonista può trasformare il desiderio di oblio
in una pratica concreta, quasi un'autodistruzione travestita da
cura.
Ci sono momenti in cui la giovane si risveglia e si
accorge di aver compiuto azioni di cui non conserva memoria,
frammenti di vita che sembrano non appartenerle e che le
restituiscono un senso di smarrimento, ma che al tempo stesso
dimostrano come dentro di lei rimanga vivo un impulso a restare
aggrappata alla realtà, anche se in modo inconsapevole.
Il suo
rapporto con l'amore riflette la stessa ambivalenza, è legata a
Trevor, un uomo crudele e indifferente, che la respinge con durezza e
la tratta con distacco, ma dal quale lei non riesce a staccarsi, un
legame tossico e doloroso che diventa lo specchio di un bisogno
disperato di conferme che la lascia sempre più ferita, un
attaccamento che non salva ma consuma e che mostra quanto sia
difficile, persino per chi vuole scomparire, liberarsi del desiderio
di essere visti e amati.
In questo tempo sospeso c'è sempre
Reva, l'amica più vicina e al tempo stesso la presenza più
complicata da sopportare. Reva è fragile, insicura, ossessionata
dall'immagine di sé, segnata da disturbi alimentari e coinvolta in
una relazione distruttiva con un uomo sposato. Porta costantemente
nell'appartamento della protagonista i suoi drammi e le sue
confessioni, e la narratrice la osserva con impazienza, la giudica,
la respinge, eppure la lascia entrare. Perché, nonostante il
fastidio e il disprezzo, Reva diventa l'unico legame che le dà una
parvenza di vita sociale, la prova che nemmeno chi vuole annullarsi
del tutto riesce a recidere il bisogno dell'altro.
Il romanzo
trova la sua svolta più drammatica quando Reva muore negli attentati
dell'undici settembre, un evento che scuote definitivamente la
protagonista e la costringe a un ritorno alla veglia. È come se
attraverso la distruzione reale del mondo esterno le fosse restituito
un contatto con la realtà che non poteva più negare, una forma di
risveglio che non riguarda soltanto il corpo ma anche la coscienza,
perché da quel momento non può più rifugiarsi nell'illusione del
sonno senza fine.
Il
mio anno di riposo e oblio è
un libro che mi ha colpito perché mette in scena il dolore e il
vuoto come forze capaci di trasformarsi in un rifiuto radicale della
vita, ma allo stesso tempo lascia emergere una riflessione intensa
sulla fragilità umana e sul bisogno inevitabile di cercare un senso
anche quando sembra che ogni strada sia chiusa. È un romanzo che
ricorda quanto sia impossibile cancellare del tutto la presenza
dell'altro, perché anche chi ci irrita o ci delude diventa uno
specchio necessario della nostra stessa sopravvivenza. Alla fine,
rimane nel lettore una sensazione di sospensione e di risveglio
insieme, come se ogni pagina fosse stata una lenta discesa nell'oblio
e nello stesso tempo un invito silenzioso a tornare a respirare.

