Teatro, arte di felicità, di Cecilia Moreschi, edito da Intra e recensito da Katia Ciarrocchi
Teatro, arte di felicità – Cecilia Moreschi – Intra – Pagg. 174 – ISBN 9791259917164 – Euro 15,00
Teatro,
arte di felicità di Cecilia
Moreschi,
edito Intra, non è un libro sul teatro nel senso più comune del
termine, perché non parla di palcoscenici, luci o applausi, ma parla
piuttosto di persone, di corpi che si muovono, di voci che trovano
spazio, di individui che, attraverso il teatro, imparano a
riconoscersi.
Fin
dalle prime pagine, Cecilia
Moreschi chiarisce
il punto di partenza e cioè che il teatro non è un fine, ma un
mezzo. Un mezzo educativo, relazionale e trasformativo, un'esperienza
capace di incidere nel profondo, soprattutto durante l'infanzia e
l'adolescenza, quando, “come
dimostrano le neuroscienze”,
il cervello è particolarmente plastico e ricettivo.
Già
dalla prefazione l'autrice intreccia con naturalezza la sua
esperienza sul campo e basi scientifiche. Le citazioni
di Rizzolatti, Siegel e Goleman sono
strumenti per dare nome a ciò che l'autrice ha osservato per anni
nei labor theories teatrali: il teatro modifica il comportamento,
rafforza l'empatia, allena l'ascolto, stimola memoria,
attenzione, creatività e regolazione emotiva. Non in astratto, ma
nella vita reale.
L'autrice
rafforza l'idea che il teatro lasci tracce perché non finisce
quando si chiude il sipario, ma continua a operare nel tempo,
influenzando il modo in cui una persona affronta relazioni, conflitti
e spazi condivisi. È sicuramente un allenamento all'essere
umani.
Cos'è
il teatro? Chi lo fa? Cosa accade quando facciamo teatro?
Le
risposte sono chiare e inclusive, chiunque può fare teatro, non
servono corpi “giusti”,
voci perfette o competenze tecniche, servono il coraggio di mettersi
in gioco e la disponibilità a essere autentici. Il teatro, qui, è
descritto come uno spazio protetto, una sorta di zona franca dove è
possibile sperimentare senza conseguenze sulla vita reale.
Molto
interessante è anche il legame con il gioco infantile, qui il teatro
viene ricondotto alla sua matrice originaria, quella del gioco
spontaneo attraverso cui i bambini esplorano il mondo, provano ruoli
e costruiscono senso. Fare teatro significa tornare a un linguaggio
primario, profondamente umano, che spesso l'età adulta
dimentica.
Il
libro si rivolge esplicitamente a educatori, insegnanti, operatori
sociali, genitori, ma anche a chi sente, magari confusamente, che il
teatro può essere uno strumento di cambiamento. Non offre ricette
rigide né metodi chiusi, ma la visione di un teatro che forma
persone, non attori.
Se
c'è un limite, è forse nella scelta consapevole dell'autrice di
restare lontani dal dibattito teorico più ampio sul teatro educativo
e sociale. Ma credo sia una rinuncia voluta, coerente con il tono del
libro. Teatro,
arte di felicità vuole
essere accessibile a tutti, concreto ed estremamente vero, e devo
dire che ci riesce.
Un
invito gentile e potente a fare teatro per stare meglio, insieme.
Katia Ciarrocchi

