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Rilettura di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, a cura di Renzo Montagnoli

Rilettura di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, a cura di Renzo Montagnoli

Rilettura di Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi


a cura di Renzo Montagnoli



Ci sono libri che riletti dopo diversi anni acquistano ancor più valore, perché consentono di trovare nuovi motivi per ulteriori proficui approfondimenti. E' questo il caso di un ormai classico della letteratura italiana, quel Cristo si è fermato a Eboli con cui Carlo Levi, poliedrico artista piemontese e quindi settentrionale, è riuscito meglio di altri a parlare dei problemi atavici del sud.

Ripresa in mano alcuni giorni fa questa parziale autobiografia mi ha confermato ancora una volta l'idea che ho del problema, e cioè la lontananza dello stato. Questa gente, che già in epoca borbonica non aveva la coscienza di un'unica appartenenza, con l'unità d'Italia ha potuto solo constatare che a un padrone se ne era sostituito un altro. L'assoluta mancanza di una classe media e l'esistenza di un folto proletariato per lo più in condizioni di indigenza sono messe opportunamente in rilievo nell'opera di Carlo Levi. Piange il cuore nel leggere quelle righe, nel rendersi conto della rassegnazione disperata delle genti della Basilicata, miseri più che poveri, senza nemmeno il barlume di una speranza di miglioramento, una condizione che condanna a una vita di costante disagio. Lì fiorisce l'ignoranza, anche perché il potere, lo stato, non vuole che la gente possa evolversi, tutto deve rimanere sempre uguale. Eppure in questo deserto di sofferenza non mancano i sentimenti, la generosità della gente che si strappa il poco pane di bocca per darlo al forestiero, il desiderio di dimostrare che si può essere dei diseredati, dei paria, ma mantenendo una grande dignità.

La fatica del vivere quotidiano, la tediosità di una situazione senza speranza, l'ignoranza sempre presente, unita alle superstizioni che accomuna quei diseredati alle poche autorità (podestà, medici, farmacisti), ma soprattutto quel sentirsi lontani anni luce dallo stato, da questa istituzione sconosciuta e anzi vista con timore, come un Moloch che pretende sempre di più senza dare, sono descritte in modo mirabile da Carlo Levi.

E' un mondo quello che prima era del tutto sconosciuto all'autore e che non avrebbe nemmeno potuto immaginare, un mondo solo all'apparenza a lui ostile, perché nel momento in cui comincia a conoscere quegli uomini e quelle donne, denutriti, ammalati di malaria, ma naturalmente generosi, si accorge che le figure da anonime, da ombre, diventano luci, che vi sono personalità diverse e nascoste, che è una realtà diversa dalla sua, ma non per questo tale da tenerlo lontano.

Certamente per lui è una sorpresa scoprire questo mondo, di cui all'inizio anche diffida, ma poi, nei quotidiani contatti con la gente - fra cui indubbiamente critici quelli con il ceto borghese, non poco responsabile della situazione –, riesce a cogliere le virtù difficilmente percepibili a prima vista di questi vinti, si entusiasma, diventa partecipe dei piccoli e grandi fatti della comunità, finisce con il ritenere la sua condizione di confinato non tanto una condanna, ma un incidente di percorso, di fronte all'eterna condanna di un popolo senza patria.

Ci sono pagine che, pur nello stile elegante e non certo enfatico, muovono alla commozione, altre che fanno gridare di rabbia, come la descrizione di Matera che gli fa la sorella che è venuta a trovarlo. Abitazioni primitive in un mondo primordiale, una necropoli in cui si consumano esistenze che portano la fatica di esserci, i “Sassi” sono la realtà e l'emblema di una condizione, di un tempo che sembra fermo agli albori dell'umanità, senza cambiamenti, in un'infinita disperazione che si trascina da padre in figlio.

Lui è lì perché condannato al confino, loro sono lì perché condannati a vegetare da uno stato che non solo si disinteressa, ma che li considera un peso.

Terminato il periodo di pena, Levi se ne va, promettendo che ritornerà, ma non sarà così, perché verrà assorbito dal suo mondo. Tuttavia, non verrà del tutto meno alla promessa, perché ci sarà un ritorno definitivo, per l'eternità, fra quelle genti che gli hanno dato tanto e che lui ha amato. E' così che nel cimitero di Aliano, fra tante tombe di illustri sconosciuti, c'è anche la sua.





Nota: la foto della tomba in cui è sepolto ad Aliano Carlo Levi è stata reperita sul Web.