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Alla fine tutto torna, di Ernesto Flisi

Alla fine tutto torna, di Ernesto Flisi

Alla fine tutto torna

d Ernesto Flisi



Ci sono ricordi, specie dell'infanzia, che rimangono indelebili. Io ne ho uno in particolare. Avevo poco piu di sei anni; era una sera di un febbraio gelido. La notte era stellata e la luna piena illuminava a giorno. La temperatura era abbondantemente scesa sotto lo zero e io, imbacuccato come tutti, mi ero recato coi miei alla recita del rosario, “perché era morta la Teresa”. Sullo stradello di campagna le pozzanghere erano ghiacciate e io mi divertivo a calpestare il ghiaccio che le copriva e godevo un mondo a sentire il crocchio del ghiaccio frantumato sotto i piedi. Che un bambino di quell'età, per di più in una sera simile, si recasse ad un rosario, è piuttosto strano. Forse avrò insistito più del solito perché mi ci portassero. Ricordo anche che qualcuno disse ai miei: ”Ma guarda questo bambino che non ha paura di vedere una morta!”.

In effetti in quella bara c'era quella donnina vestita di nero e con uno scialle

nero che le copriva il capo. Mai l'avevo vista in vita la Teresa; per me era uno spettacolo nuovo che osservavo con immensa curiosità.

Al funerale del mattino dopo non andai; ovviamente ero a scuola.

Più tardi seppi che la salma era stata inumata in un loculo della nostra cappella di famiglia, perché mia nonna aveva insistito in tal senso; a lei, la Teresa Sanfelici (questo il suo cognome da ragazza), era stata sempre molto a cuore. Poi in famiglia avranno anche spiegato il motivo, ma quello non è entrato nei miei ricordi.

Anche da ragazzo e da adulto ogni tanto si facevano dei riferimenti alla Teresa, che era rimasta vedova ed era stata sfortunata, ma, si sa, anche da adulti non sempre si presta attenzione a vicende simili: si ha altro a cui pensare. La vicenda tornava solo fugacemente per la commemorazione dei defunti, quando ci si recava nella cappella e, tra le sepolture dei nostri nonni e bisnonni (Flisi, Avigni, Danini) si osservava anche la tomba della Teresa; la fotografia era uguale a come l'avevo vista da bambino nella bara.

Recentemente un appassionato ricercatore di vicende legate ai caduti nella Grande Guerra (e che poi per una curiosa coincidenza ha scoperto una sua parentela con la defunta), mi ha fatto leggere una lettera di un caduto, Antonio Avigni, spedita sette mesi prima della sua morte, avvenuta il 27 marzo 1917, lettera che i discendenti avevano conservato gelosamente. La trascrivo qui; da sola la lettera “parla”. Riproduco anche gli errori linguistici, la carenza di

punteggiatura, consapevole che il contenuto della missiva faccia passare in secondo ordine la grammatica.

Al Signior Gardini Giuseppe Viadana per Salina corte Supiona provincia

di Mantova.

Zona di guerra li 3-8-‘16

Carissimo zio

Vi scrivo questa lettera per darvi mie notizie ora la mia salute è ottima

e così spero di voi e della vostra famiglia.

Ora mi trovo al sicuro e sto bene fino qui non mi posso lamentarmi

tanto si sa come lo saprete anche voi che in questi posti non si sta tanto

bene come Initaglia ma però con tanto che sie sano e non facciamo delle vansate si può contarla ancora bene. Caro zio ora qui sono al sicuro per un po di giorni ma parlano che verso alla metà o alla fine di questo mese fanno una avvansata e questo forsi puo succedere cose brutte e pur troppo anchio o paura e speriamo in bene ma per me avere moglie e figli a casa vi dico la verità sono molto indispiacere preghero al Signiore che mi dia la fortuna di tornare ancora a casa spero sole speranse ma? Dunque caro zio questa mattina si anno fatto fare il biglietto che se per caso succede la disgrazia le notizie non li mandano diritto alla sua famiglia li mandano a un suo amico o cogino e io o pensato ansi o dato il vostro nome e cogiome che se per caso mi dovesse succedere la disgrasia la notizia ve li manda a voi e voi li darete alla

mia famiglia. Caro zio a sentire queste cose vi dico la verita fa venire da piangere pasiensa morire di malattia ma in questomodo sono cose adirittura orende vivo sempre colle speranse buone e mi fo coraggio ma il dolore e in soportabile avere 4 figli cosi piccini a casa e poi la Teresa che la si trova in un essere che non e libera credete che e molto dolore mi fo coraggio perche a casa o persone fiduciose e sicure ma se ci fosse io sarebbe un altro conto riguardo per questi motivi dei bambini e di mia moglie caro zio mi raccomando anche a voi quando trovate la Teresa di farci coraggio se per caso poi succede la disgrasia mi raccomando tanto anche a voi perche padre una parola di uno fuori di casa si puo convertirsi di piu. Dunque siamo d'accordo masperiamo

che queste cose non succede Dio e tanto buono mi ascoltera delle mie raccomandazioni. L'altro giorno mi a scritto anche francesco e mi a detto che sta bene ma sara un bene per forsa e dice che e sano anche mio fratello Giuseppe dice che e sano e sta bene. Dunque non mi resta altro che di salutarvi tanto di vero cuore voi e tutta la vostra famiglia e mi firmo per sempre vostro nipote.

Avigni Antonio

Tanti saluti a Francesco e anche il mio zio Giovanni e tutta la famiglia cerche di farmi coraggio e di vivere sempre colle speranse di arrivederci presto ancora.

Vi saluto ancora di nuovo Antonio”.

La “disgrasia” purtroppo accadde, anche se non subito, e di Antonio

e tornata una cassettina di ossa pochi decenni fa.

Successivamente, dopo aver molto riflettuto su questa drammatica lettera (quante di simili ne saranno state scritte da tanti soldati al fronte?) e svolgendo le considerazioni sulla immane tragedia che ha coinvolto la nazione (ci sono famiglie che non hanno avuto un caduto nella Grande Guerra? Parlano a sufficienza i tanti monumenti ai caduti che sono stati eretti un po' in tutti i paesi d'Italia), ho cominciato a fare qualche associazione di pensiero. Di parenti Avigni e Gardini avevo sempre sentito parlare in famiglia, senza capirne bene il legame, come si fa del resto quando si sente parlare di parentele lontane, passate. Alla fine comunque ho scoperto che Antonio Avigni (famigliarmente chiamato Tunain) era uno dei tanti fratelli di mia nonna Prassede, Avigni pure lei (detti Mesabrénta) e che la Teresa quindi non era altro che sua cognata.

Quindi ecco spiegata l'insistenza per la sepoltura, della quale si diceva.

Ho immaginato anche la difficoltà della vedova rimasta con quattro figli piccoli, in un'epoca di sostanziale miseria che certo i sussidi statali non risolvevano. Finita la Grande Guerra, si sa, l'Italia non ha goduto di benessere. Altre nubi si stavano addensando.

Purtroppo situazioni simili si sono realizzate poco più di vent'anni dopo, nella II Guerra Mondiale, anche se in teatri diversi. Basta poi guardarsi intorno per il mondo anche oggi e rendersi conto che tutto si ripete, con la costante che a pagare il conto (e quale conto!) sono sempre le persone della categoria sociale alla quale apparteneva Antonio. Non voglio poi pensare all'infanzia di quei quattro bambini, per di più cresciuti in un'epoca di difficoltà economiche.

Il tempo è passato e di lui resta nulla, neanche una scritta al cimitero: solo qualche flebile ricordo, per di più impreciso, qualche lettera rimasta, come quella citata, una fotografia, probabilmente fatta al fronte, in un momento di pausa delle operazioni; per pagare il servizio avrà impiegato i pochi spiccioli della decade, ma con la soddisfazione di mandare a casa qualcosa di sé. Bella foto, che certo non corrispondeva alla realtà quotidiana della trincea. Il tempo ha coperto tutto. La sua “disgrasia” a cosa è servita? E' una domanda terribile, che vorrei tanto fosse priva di senso.

Alla fine della vicenda si è ricomposto un mosaico che nemmeno sospettavo fosse incompleto, ma alla fine tutto e tornato.

Tristemente tornato.


Da La sveglia di Erminio e altri racconti (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, 2025)