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Conti pubblici e inquietudini private, di Sergio Menghi

Conti pubblici e inquietudini private, di Sergio Menghi

Conti pubblici e inquietudini private

di Sergio Menghi



Nella trasmissione televisiva della sera precedente si commentava la bocciatura, da parte dell'Unione Europea, del nostro piano di spesa per uno scostamento apparentemente minimo. Gli esponenti dell'opposizione si affannavano a sottolineare gli errori dell'attuale esecutivo, mentre altri, forse anche confortati dalla conduzione, ne attenuavano la portata.

Il mio cervello, come spesso accade, ha registrato tutto. E nella notte ha provato a rielaborare, non per trovare soluzioni — che non gli competono — ma per comprendere un poco di più.

Le cause degli sforamenti di bilancio vengono fatte risalire principalmente ai superbonus, eredità della passata legislatura. Eppure, nella loro concezione, essi sembravano rispondere a una logica di sostegno alla domanda, quasi un annaffiamento di quella valle della miseria di cui parlavano certi economisti. Ma tra l'intuizione e la sua applicazione si è aperto uno scarto, che oggi si paga.

Nel frattempo, la spesa pubblica è chiamata a confrontarsi con altre urgenze: la crisi energetica, alimentata dai conflitti in corso, e le tensioni geopolitiche che ridisegnano equilibri fragili. Se questo fronte non troverà una via di stabilizzazione, interi settori della nostra economia potrebbero entrare in crisi più profonde di quelle finora registrate.

L'Europa viene criticata per la mancanza di una linea unitaria. Ma la storia insegna che l'unità, nel nostro continente, è sempre stata più dichiarata che reale: spesso gli accordi sono stati siglati sulla carta e disattesi nei fatti, sotto la spinta di interessi divergenti o di errori di valutazione.

Sul piano internazionale, permane una frattura: c'è chi si oppone all'uso delle armi e chi, invece, ritiene necessario sostenere i paesi minacciati, come nel caso dell'Ucraina. In un contesto di contenimento della spesa pubblica, destinare risorse agli armamenti può apparire contraddittorio. E tuttavia ci si chiede: esistono davvero alternative praticabili?

Gli Stati Uniti hanno più volte dichiarato di non voler sostenere da soli il peso dell'impegno atlantico, anche per la necessità di riequilibrare una spesa pubblica già imponente. L'ipotesi, anche solo evocata, di un loro default avrebbe conseguenze difficilmente calcolabili sull'intero sistema finanziario globale.

Resta allora una domanda più concreta: dove trova l'Italia le risorse per far fronte a queste esigenze? Tra le ipotesi affiorano la vendita di asset, persino dell'oro della Banca d'Italia, o il ricorso all'emissione di titoli di Stato. Questi ultimi sembrano trovare ancora una domanda sostenuta, anche dall'estero. Ma ogni equilibrio, lo sappiamo, è per sua natura esposto a mutamenti improvvisi.

Queste sono le traiettorie del mio pensiero, che non pretende certezze. Le macchine, con i loro algoritmi, forse saprebbero ordinare meglio i dati. Ma resta il dubbio che, anche allora, non si giungerebbe a una vera soluzione.

Di fronte a questa complessità, si insinua talvolta il timore di un esito estremo, quasi di una fine annunciata. E tuttavia, accanto a queste inquietudini, permane una forma di fiducia più silenziosa: quella che si affida non ai calcoli, ma a una dimensione altra, fatta di rispetto, di attesa e, per chi crede, di preghiera.

Roma, 23 aprile 2026