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Magnificat Amour, di Isabella Santacroce, edito da Il Saggiatore e recensito da Katia Ciarrocchi

Magnificat Amour, di Isabella Santacroce, edito da Il Saggiatore e recensito da Katia Ciarrocchi

Magnificat Amour – Isabella Santacroce – Il Saggiatore – Pagg. 488 – ISBN 9788842832171 – Euro 19,00



Recensione di Katia Ciarrocchi



Ho letto Magnificat Amour di Isabella Santacroce spinta soprattutto dalla curiosità per la sua scrittura. Negli anni mi era capitato di imbattermi in citazioni e frammenti dei suoi libri, che promettevano una lingua irriverente, a volte eccessiva e persino disturbante. Mi aspettavo un testo capace di graffiare, di lasciare un segno netto o almeno di scuotere in modo evidente la lettura, invece, mi ha condotta altrove.
A distanza di un paio di mesi, mi accorgo di ricordare poco del romanzo in senso stretto, non perché sia stato insignificante, ma perché Magnificat Amour sembra sottrarsi alla memoria tradizionale.
La storia ruota attorno a un nucleo di personaggi che incarnano tensioni più che ruoli narrativi, Lucrezia è una donna bellissima, ossessionata dal proprio corpo e dal potere che esso esercita sugli altri. Antonia, sua cugina, vive all'opposto, invisibile, trascurata, quasi cancellata dallo sguardo altrui. Intorno a loro si muove Manfredi, pianista prodigio segnato da un senso di incompiutezza, e poi c'è la figura di suor Annetta, emblema di una spiritualità inquieta e non pacificata. Le loro vite non si sviluppano secondo un intreccio lineare, ma si sfiorano, come se il romanzo fosse più interessato a esplorare stati dell'essere che a raccontare gli eventi.
Santacroce costruisce un testo che procede per frammenti; la scrittura, densa e spesso solenne, intreccia sacro e profano in una riflessione sul corpo come spazio della colpa, mentre la bellezza emerge più come mancanza che come valore affermatoed è forse qui che nasce il mio disorientamento, non direi di essere rimasta delusa, ma certamente spiazzata. L'irriverenza che mi aspettavo è presente solo in forma attenuata, quasi sublimata in una prosa che guarda più all'assoluto che allo strappo. La lingua è riconoscibile, personale, ma non sempre riesce a trasformarsi in un'esperienza davvero incisiva.
Magnificat Amour lascia soprattutto un'eco, più che immagini precise o passaggi davvero memorabili, è un libro che sembra rivolgersi a lettori già disposti ad abitare il mondo di Santacroce, ad accettarne i tempi dilatati, le ossessioni ricorrenti e una costruzione volutamente elusiva. Per chi, come me, vi si accosta con l'aspettativa di una scrittura incendiaria, il coinvolgimento resta parziale. Rimane la percezione di un'opera coerente con la poetica dell'autrice, ma anche l'impressione che il dialogo con il lettore si interrompa prima di compiersi.
Un romanzo che non lascia un segno netto, ma una traccia sfumata.



Citazioni tratte da: Magnificat Amour di Isabella Santacroce

Ho un cuore da un euro in una pochette Hermès da quattromila.
Di questa luce sono il ritratto, una fiammata di buio.

emozionarsi purifica, e allora la dolcezza si insinua e ridona giovinezza laddove l'età ne ha mortificato il carattere.

Uno scrittore è nell'inospitale che deve risiedere, in deserti dove solo la sabbia ed essiccate sterpi, volpi gialle e stelle lo accerchiano mutissime, e invece il parlottio sul balcone, acustico tormento subito, e ora il parco con i due ragazzi smaniosi di romanticismi.

Adolescenza, questa cosa che si rompe, bottiglia senza collo che punti addosso a un poema d'altri tempi, e una rabbia malinconica mi assaliva quasi avessi già vissuto troppo e con fatica, e allora una voglia di rivalsa mi chiamava per liberare dal mio sangue anni di umiliante attesa, e scavalcare un'esistenza da pezzente per entrare dentro l'oro.

Esiste un piccolo universo che ti accoglie quando perdi un sogno, somiglia a una spirale fredda che ti si attorciglia addosso e ti spinge verso il basso, dove la terra è fango e non c'è più nessun rumore.

Il dolore è un fertilizzante, cresci nel tormento, sfondi il tetto dell'infanzia, non riesce più a ripararti.

A volte pensavo a Jano ed era come se la mia prima volta non fosse mai avvenuta. Come se tutto il mio passato fosse stato inghiottito da una palude e ne avessi perso ogni traccia ricordandone solo il sapore.

Nel dolore le mie ferite riposavano gloriose. Eravamo di nuovo unite, mia sola compagnia, non avevo altro. A loro mi aggrappavo, perché sostenessero quell'addio.

Capisci di aver amato qualcuno, quando chi credevi di amare per qualche motivo scompare. Antonia era scomparsa, e già dopo una settimana ero pronto a dimenticarla disciogliendola nello scetticismo.

A chi attraversa gli abissi penso sia data una luce per uscirne, e che più sono profondi più la luce donata sia intensa.
Solo chi ha vissuto l'immondo sa non strappare un fiore.

L'essere umano rifugge dal dolore e ricerca il piacere, non sapendoli inscindibili, entrambi ammantati della stessa luce.

Il dolore non bisogna raccontarlo, una lama conficcata in un grido.
Il dolore non bisogna raccontarlo, instancabile è la forza che sostiene l'amore.

Ho nel sangue una spiaggia che perdona tutto, ma non la sensibilità che ho addosso.
Germoglia ogni mia ricerca e si fa selva color perla, giungla rigogliosa di gioielli, specchi dove prima erano schegge, laghi d'oro ogni mia passata lacrima. Il tempo è un cerchio nel preciso istante del perfetto.
Anche ciò che pare intraducibile ha un suo limpido raggiungere un nostro centro capace di comprenderlo, e così racconto di un ectoplasma fuoriuscito dalla bocca di una poesia che scivola sui vetri. Si apre musica sopra la mia fronte, tramonta sul bordo del divano.
Resta di me questa sensazione indefinibile perduta nel sonno. La paura è uno sguardo che inizia dove un sogno crolla.

Tutto può sbocciare, anche una pietra. Dovrei disegnare questa frase su qualsiasi ipotesi di smarrimento o arresa. Ed è una preghiera questa, perché non c'è parola che non abbia una preghiera dentro.


* Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine, perché ho ascoltato il libro su Audible.



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