La patria
La patria
di Renzo Montagnoli
Leggo Bucoliche e nella mia mente
appare una casupola nella tenue
luce di un tramonto d'inverno,
busso e spingo la porta,
m'affaccio all'interno
rischiarato dalle fiamme del focolare
e intorno a un tavolo siedono
i membri di una famiglia
intenti alla cena, poveri piatti,
una zuppa con le fave, un tozzo
di pane, una brocca con acqua
di fonte, il cibo di un giorno
qualunque, nessuna ricchezza,
solo quel che serve per andare
in avanti, perché la vita
non troppo presto finisca.
Nessuno mi vede, né il nonno
dai glauchi occhi, né il padre
dalle mani callose, nemmeno
la madre che imbocca un poppante.
C'è silenzio, si mastica bene il poco
così che possa sembrar tanto,
più che a un pasto sembra di assistere
a un rito e forse lo è quella riunione serale,
quel ritrovarsi nelle ore del buio
a scacciare il freddo del corpo
e quel nodo dentro di chi solo
può tirare a campare,
nessun desiderio, nessun sogno,
se non ritrovare unita la famiglia,
la quiete della casa, i racconti del nonno
prima del riposo, storie già udite,
di ninfe al bordo della fontana,
di satiri che corrono nel bosco,
di altri inverni che tessono trine
di ghiaccio, di attese ripetute
della primavera, ma qui il nonno
aggiunge che forse non vedrà,
la voce rotta, una lacrima che scende,
questa è la famiglia, questa è la patria.
Da Canti celtici

