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  Poesie  »  Generica  »  Il canto delle lavandare 21/12/2013
 

Il canto delle lavandare

di Renzo Montagnoli

 

 

Andar per campagna in questi giorni freddi

che di poco precedono il Natale

é un'avventura, specie se come oggi

si stende fitta la padana nebbia

a celare campi arati

e prati d'erba scolorita,

ma val la pena di girovagare

in un mondo senza luce e senza suoni

che tanto invita a fantasticare.

Ed é il ricordo di tempi andati

che a tentoni mi conduce alla roggia

dove, da troppi anni ormai passati,

stavano a faticare le lavandare.

E' forse una nenia, una cantilena

che là mi richiama, voci velate

che si perdono nella fredda bruma.

Ed è come un incanto riudire quei suoni,

immaginare un tempo che é stato

di cui non resta che il ricordo

di grossi deretani proni sulla riva

in alternanza mossi dalla ribattuta sugli scanni

per il risciacquo in acqua gelida dei panni altrui.

Il canto lento, una nenia sfibrante

mi rammentava la realtà di ogni giorno,

di quelle povere donne a faticar anche d'inverno

con i geloni alle mani per trarne quel tanto

da far quadrare il magro pranzo con l'altrettanto magra cena.

E il più delle volte il poco guadagno era preda dei mariti

buoni solo a spendere all'osteria per una miseria

che poco a poco li portava via.

Anche le lavandare, per combattere il freddo,

di tanto in tanto sì attaccavano al fiasco

e il canto allora si faceva roco, quasi sguaiato,

e non di rado scollacciato.

Ma sotto il Natale, benché fosse freddo,

benché il gelo forasse le ossa,

il repertorio cambiava

ed erano temi struggenti

lamenti d'infelici

che in una rinascita cercavano speranze

per una vita meno grama.

Non erano urla, erano solo

invocazioni sussurrate

di donne sfinite

che cercavano un domani migliore.

Le ascoltavo commosso

e sentivo che il Natale

non era solo una festa,

ma un sogno da cui lasciarsi cullare

per non sentire freddo e fame,

per credere in un futuro più umano.

 

Da La pietà

 

 

 

 
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