Sinfonia
per l’imperatore
di Donato Altomare
Introduzione di Ugo
Malaguti
Elara S.r.l.
www.elaralibri.it
Narrativa romanzo
Collana Narratori europei
di science fiction
Pagg. 288
ISBN 9788864990231
Prezzo € 27,00
L’apoteosi della
fantasia
Ricordo che, nel corso di un mio viaggio in Puglia svoltosi alcuni
anni fa, ebbi l’occasione di visitare il famoso Castel
del Monte. Vi arrivai che il sole iniziava a tramontare, con un cielo carico di
nubi plumbee, che di li a poco si sarebbero accumulate
in uno strato uniforme, dando inizio a un temporale, con saette che sembravano
scaricarsi sulle mura del maniero. L’atmosfera, intrisa di elettricità,
l’oscurità quasi improvvisa mi sembrarono più proprie di un vecchio castello
inglese o tedesco, abitualmente frequentato da fantasmi.
Per fortuna, a fugare ogni mio timore non ero l’unico visitatore,
ma ve n’erano altri, anche se pochi, tutti intenti a rimirare l’interno di una
fortezza assai più appagante vista dal di fuori. Mi sorse
subito una domanda: che scopo aveva quella costruzione in cima al colle? Aveva
una funzione strategica? No, di certo, perché non arroccava su strade di
accesso alla Puglia uniche o di vitale importanza. Era forse una dimora
gentilizia, base per battute di caccia? No, troppo spoglia e, soprattutto,
eccessivamente protetta da possenti mura, anche se non cinta da un fossato. Era
eventualmente una prigione? Forse, ma per rinchiudervi ben pochi detenuti,
vista la limitata e inadeguata superficie coperta. E poi perché quella
ricorrenza del numero otto? La pianta ottagonale e le otto torrette, pure loro
ottagonali, sono insomma un richiamo continuo a quella figura geometrica
intermedia fra il quadrato e il cerchio, vale a dire fra la terra e il cielo.
Ho pensato allora, da profano, che l’edificio potesse avere una
funzione religiosa, insomma potesse considerarsi una sorta di tempio ibrido fra
paganesimo e cristianesimo. Del resto il castello fu costruito dietro preciso
ordine di Federico II Hohenstaufen, una figura quasi
leggendaria, già mitizzato nella sua epoca (XIII secolo), al punto che, vox populi,
si divulgava la profezia che dopo la sua morte sarebbe ritornato
nelle sue terre trascorsi mille anni.
Le stranezze del castello, quest’alone mitologico che ha sempre
avvolto Federico II devono avere interessato e affascinato in modo particolare
Donato Altomare, tanto da indurlo a scrivere un
romanzo di genere fantastico, con la vicenda che appunto si svolge in due
epoche distinte, il XIII e il XXI secolo.
Premetto che la realtà storica costituisce solo la base di
partenza, sulla quale l’autore pugliese costruisce pure lui un castello, in un
intreccio di passato e futuro, con ammiccamenti al presente attuale, che,
anziché stancare, come spesso accade quando si alternano epoche diverse, è una
delle chiavi di valore di quest’opera, una vera e propria apoteosi della
fantasia.
Per rispetto nei confronti del lettore e anche perché un pur
sintetico sunto risulterebbe estremamente difficile mi limito pertanto a
evidenziare i tanti meriti di questo romanzo, fra i quali di sicuro rilievo vi
è la capacità di avvincere con invenzioni creative che non capitano a caso, ma
si inseriscono perfettamente nella struttura narrativa. Le pagine scorrono
veloci, grazie all’italiano fluente e di uso corrente, tranne forse nelle
digressioni di carattere architettonico e musicale, comunque sempre
comprensibili pur
nella loro complessità. Né mancano riflessioni pertinenti, ma di logica
corrente, su tematiche come la religione e le guerre per la religione (vedasi il colloquio fra Federico II e l’emiro Fakhr al-din ibn
ash-Shaikh), oppure osservazioni sul potere temporale
della chiesa, che non potevano non essere presenti, dato il carattere
dell’Imperatore, non certo ateo, ma comunque anticlericale.
Ho parlato prima di apoteosi della fantasia e questo termine mi
sembra particolarmente appropriato, perché Donato Altomare,
nello scrivere Sinfonia per l’imperatore, ha anche composto una sinfonia della
fantasia, con idee e intuizioni che arrivano continuamente, tanto da farmi
pensare che di materiale a disposizione ce n’era per scrivere certamente più di
un romanzo.
Ma quel che più conta è che l’abbuffata non satura, non sazia
l’appetito del lettore, che anzi si trova naturalmente disposto a chiedere
ancora di più, senza che per questo si corra il rischio di essere infastiditi,
perché appunto tutto rientra in un equilibrio armonico che, in alcuni passi,
mostra pure accenni poetici.
Duecentoottantotto pagine non sono poche, ma se non si legge tutto
d’un fiato poco ci manca ed è i con sensi tesi al massimo che si arriva alla
fine, a una naturale e positiva conclusione che, forse, lascia aperto lo spiraglio
per un auspicato seguito.
Da leggere, non ve ne pentirete, perché questo romanzo, altamente
avvincente, è veramente splendido.
Donato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. È
laureato in Ingegneria Civile presso l’Università di Bari ed esercita la libera
professione.
Ha vinto due Premi Italia a San Marino e Courmayeur,
il Premio Urania 2000 col romanzo inedito Mater Maxima, il
Premio Urania 2007 con Il dono di Svet e nel 2005 il Premio Le Ali della Fantasia per
l’inedito col romanzo Surgeforas.
Tra
le varie pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di ghiaccio (La Vallisa, Bari 1989), La risata di Dio (Solfanelli, Chieti
1993), L’albero delle conchiglie (Milella, Bari 1994), Prodigia (Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima
(Mondadori, Milano 2001), Uno spettro, probabilmente (Mondo Ignoto, Roma 2004), E la padella disse… (Delos Books, Milano 2004), Il fuoco e il silenzio (Perseo Libri, Bologna 2005), Il tesoro della Grancia
(BESA, Nardò 2005), Surgeforas (Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati
all’estero: Cas je
spiràla (tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve,
Svet Fantastiky n. 1, Praga
1990); Il popolo del cielo
(testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La casa degli scheletri (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).
Renzo
Montagnoli