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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Alle cinque della sera 26/11/2012
 

Alle cinque della sera

di Renzo Montagnoli

 

 

 

Era un pomeriggio afoso, di quelli che nemmeno il sottile respiro delle colline intorno a Ronda riusciva a rendere sopportabile.

Pablito si asciugò la fronte, madida di sudore, guardò l’orologio e vide che mancava ancora un po’ di tempo per la sua discesa nell’arena, fissata per le 17. Ancora un quarto d’ora, a ripensare al passato, dagli esordi ai trionfi; sì, perché lui era il più grande torero vivente e forse il migliore di tutti i tempi.

Sapeva unire la forza e la determinazione con la grazia dei movimenti, ballava intorno al toro, lo irretiva, lo incantava e, solo quando quel gioco di gambe e di braccia diventava superfluo, affondava la spada, poneva fine allo spettacolo, fra l’esultanza del pubblico.

Era passato molto tempo dalla sua prima corrida, ma non si sentiva vecchio, anzi aveva raggiunto quell’equilibrio che nella tauromachia viene considerato il maggior pregio per un torero, cioè la tranquilla consapevolezza delle proprie capacità.

Tutto era avvenuto senza che se ne rendesse conto, frutto di allenamenti, di costanza d’intenti, di calcolo accorto che gli impediva di assumere rischi oltre limiti ragionevoli, e così la paura delle prime volte poco a poco era scomparsa, per lasciare il posto a una grande capacità di autocontrollo, quell’autocontrollo che di colpo era scomparso una ventina di giorni prima. Era accaduto che avvertiva dei vaghi malesseri e allora si era sottoposto a degli accertamenti diagnostici, il risultato dei quali, sia pur con delicatezza, gli era stato comunicato dai medici: cancro al fegato, nessuna possibilità di cura, prognosi quindi del tutto infausta e ancora poco da vivere (chi gli diceva un mese, chi due, i più ottimisti tre).

Ecco, quel cancro era un toro contro cui nulla potevano le sue qualità, e alla fine di quella corrida, che si prospettava anche dolorosa, la sua sconfitta era certa.

Si era confidato allora con il suo miglior amico, Alfonso, un vecchio compagno di scuola.

Era una giornata torrida e mentre parlava sentiva il sudore che gli scendeva lungo la spina dorsale.

- Non c’è nulla da fare; questa volta me ne vado. Non mi spaventa la morte, che affronto quasi ogni giorno, ma le corsie degli ospedali che puzzano di disinfettante, le lenzuola del letto che ti avvolgono come un sudario, la sofferenza, una sofferenza inutile, perché non ha per premio la vita, ma la morte. No, non ci sto.

- Allora cosa intendi fare?

- Vedi, mi immagino già i titoli dei giornali: Il famoso torero Pablito stroncato da un male incurabile. E la gente che legge, che mormora “Poverino, finire così senza gloria.”.

L’amico stava zitto e teneva gli occhi bassi.

- No, se devo morire, muoio come voglio io, come muore un uomo, non un infermo.

- E allora?

- Alla prossima corrida vincerà il toro.

- L’hai detto a Maria?

- No, lei non deve sapere, deve restare nella convinzione che il nostro amore sia stato troncato da un incidente.

Maria, l’aveva conosciuta all’incirca due anni prima, capelli corvini, occhi neri e profondi; a differenza delle altre donne che s’innamoravano del torero, lei si era innamorata di lui e lui, per la prima volta, si era accorto di valere per qualcuno dismessi gli abiti sfarzosi di scena. No, a lei non interessava la sua celebrità, le interessava solo il Pablito uomo e quante volte l’aveva supplicato di smettere, di iniziare una vita insieme meno pericolosa. Con Maria stava bene, aveva ritrovato quel profumo di sincerità che da troppo tempo gli era mancato e proprio per questo, per non addolorarla ulteriormente, le aveva mentito, le aveva nascosto quel male subdolo e crudele che l’aveva colpito e ora lei non avrebbe dovuto sapere che non si sarebbe trattato di un incidente. Doveva ripagare con la menzogna la sincerità, ma non avrebbe potuto fare altrimenti: meglio lasciarla nell’illusione che quella vita che avevano intrapreso insieme avrebbe potuto durare a lungo se non fosse intervenuta una perfida incornata. Meglio il dolore bruciante di un momento che un continuo stillicidio di sofferenza nel vedere il proprio amato agonizzante in un letto d’ospedale.

 

Lo chiamarono, erano già le 17. Quando apparve nell’arena fu accolto da un’ovazione e il pubblico, scandendo il suo nome, cominciò a fare la “ola”.

A passi lenti, guardandosi intorno e ogni tanto facendo un inchino si portò al centro, a pochi passi dal suo avversario, un gigantesco miura, già fiaccato dalle banderillas.

Gli si inchinò davanti, fissando quegli occhi bovini e mormorò - Amico, non temere.

Poi cominciò un gioco di muleta, nascondendo la spada dietro la schiena.

La bestia, schiumante, caricava e lui, con la leggerezza di una ballerina, si scansava di millimetri, mandando in visibilio il pubblico sugli spalti.

Passavano i minuti, ma non si era ancora arrivati ai tradizionali dieci del tercio de muleta. Pablito era abituato a sfruttare tutto quel lasso di tempo, onde avere la certezza di infilzare il toro senza che questi potesse avere ancora la forza per incornarlo.

Cinque, poi sei minuti e il toro aveva ancora forza; era il momento e così alzò la spada, non guardando la bestia, ma volgendo gli occhi al cielo.

Fu un attimo e arrivò l’incornata nel fianco destro, poi si sentì scaraventare in alto, poi sbattere a terra, indi di nuovo sollevato. Avvertiva dei suoni lontani, le urla degli spettatori, il tempo sembrava fermato in un attimo infinito, una luce accecante senza calore lo sovrastava e in quel bagliore rivide i capelli corvini e gli occhi neri di Maria, ma già sopravveniva il buio e, non senza aver mormorato prima “Bravo, Toro”, riuscì appena a biascicare l’inizio di una preghiera.

- Nuestra senora de la muerte

In un angolo Alfonso piangeva, il sole calava all’orizzonte, nell’arena ritornò il silenzio.

 

 

 

 

 

 

 
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