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  Racconti  »  Narrativa generica  »  La vendetta 23/02/2007
 

                                               La vendetta

 

E' trascorso ormai tanto tempo, ma non potrò mai dimenticare; certi avvenimenti segnano la vita di un uomo, modificano il suo carattere, gli rendono l'esistenza un tormento.

Ero un uomo felice, innamorato, già prossimo al matrimonio quando avvenne il fatto.

Occorre precisare che prima di me la mia fidanzata aveva avuto una relazione, peraltro di breve durata, con un altro uomo, finita per volontà di lei e per motivi che mai avevo voluto conoscere.

Mancavano pochi giorni alle nozze, quando la mia lei fu trovata uccisa nei pressi della sua abitazione. La notizia mi sconvolse, fu come se mi fosse crollato il cielo addosso. I ricordi di quei momenti, benché forti, si appannano per effetto di quell'atmosfera di stordimento che mi colse, quasi una difesa della mia mente di fronte ad un avvenimento che poteva sconvolgerla; del giorno del delitto rammento sempre e chiaramente la brutalità con il quale fu commesso: 47 coltellate, 47 fendenti che straziano un corpo, che scavano nella carne, che spezzano una vita. Ho avuto la fortuna di non vedere il corpo, ma quel numero 47 mi si è impresso nella mente in modo indelebile, come se fossi io la vittima, e in effetti lo sono anch'io; prima gli accertamenti dell'autorità giudiziaria che mi coinvolsero come possibile sospetto e la fortuna, nella disgrazia, volle che io avessi un alibi inoppugnabile, poi, una volta scoperto il colpevole, l'ex fidanzato, le maldicenze dei giornali sul conto della mia donna, ferite che si aggiungevano alle ferite. Penoso fu pure il periodo del processo, con il colpevole che professava continuamente la sua innocenza, ma non aveva alibi ed aveva invece il movente della gelosia; fu condannato a vent'anni di reclusione e fu una liberazione per me.

Da allora, nel tempo libero, attuo un vero e proprio pellegrinaggio alla tomba della mia adorata, porto fiori, pulisco la lapide, parlo con il suo spirito.

I tempi della giustizia sono lunghi, ma brevi sono le risultanze della pena; oggi, dopo soli dieci anni, quel criminale esce per buona condotta, mentre per lei non c'è buona condotta che tenga, irrimediabilmente legata al suo sonno eterno.

Mi è stato detto, inoltre, che l'avvocato di  quel disgraziato chiederà la revisione del processo; non sarà difficile che finirà con l'uscirne riabilitato, magari otterrà un bel risarcimento: se questa è giustizia, non posso accettarla, è troppo aberrante e ecco infatti che mi trovo davanti al carcere in attesa dell'uscita; ho previsto tutto: in tasca ho una calibro 45, l'auto a due passi, quello che mi manca è l'alibi.

Ma non m'importa, non mi farò vedere e poi, anche se mi scoprono, avrò tutte le attenuanti e me la caverò con una manciata di anni, che sono un nulla di fronte al tormento che mi corrode.

Ecco, si apre il portone del carcere; mi guardo intorno: non c'è anima viva.

Poso lo sguardo davanti a me e vedo il mio obiettivo: non mi ha riconosciuto, si ferma un attimo, guarda il cielo, poi china il capo.

Mio Dio, com'è invecchiato! Il volto è segnato da lunghi solchi che rivelano una sua tremenda sofferenza.

Si incammina, barcollando, quasi mi urta; mi faccio da parte e lui mi chiede:

- Dov'è la fermata dell'autobus?

Ha gli occhi spenti, le parole sono biascicate.

- In fondo alla strada, se desidera l'accompagno.

Lui annuisce.

Camminiamo insieme, quasi lo sorreggo e mi parla:

- Sa, è il mio primo giorno di libertà dopo tanti anni; sono stato condannato per un omicidio, ma non ho espiato la mia colpa con il carcere, l'unica condanna vera, concreta, la porto dentro di me ed è il rimorso per quello che ho fatto, per la pazzia che ho commesso; non c'è giorno, non c'è momento in cui la mia sofferenza mi abbandoni e poi c'è la consapevolezza, atroce, che non potrò mai rimediare.

Si ferma un attimo, quasi per riposare e il suo respiro è affannato.

- E' meglio morire che vivere così, però è giusto che io continui su questa terra, che paghi in questo modo per il delitto che ho commesso per un insensato, assurdo senso di gelosia.

Arrivati alla fermata dell'autobus, lo guardo negli occhi, gli do una pacca sulle spalle e torno a casa.

 

 

           

 

 
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