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  Racconti  »  Narrativa generica  »  I viali del tempo 19/12/2020
 
I viali del tempo

di Renzo Montagnoli



- Hai la possibilità ora di rivedere velocemente il tuo passato, perché poi là non avrai più ricordi e per te, come per gli altri, ci sarà solo un eterno presente. Vuoi?

Guardò quell’uomo che gli aveva rivolto la domanda e che stava davanti a lui e gli sembrò di non conoscerlo, poi, osservandolo meglio, notò le due protuberanze bianche che parevano uscirgli dalle scapole.

- Sì, sono due ali, le ali del tuo angelo custode. Allora vuoi?

Stanco, come se un macigno lo opprimesse, disse un flebile “Sì”.

- Andremo lungo i viali dal tempo, a partire da quello della tua infanzia. Ecco, vedi quel bimbo che gioca con una carriola?

- Sì, sono io. E poi in questa ridda di immagini che corrono riconosco mia mamma, mio papà, ed emerge un qualcosa che credevo di aver dimenticato, quella volta che ci fu affidato per qualche ora un bambino povero, più povero di noi. Quel giorno per me era festa, perché a merenda avevo un panino con il prosciutto cotto, una rarità per chi viveva di poco. Guardai il bambino, guardai il panino, lo divisi in due, metà a lui, metà a me. Mi dispiaceva non mangiarlo tutto, però come fai a mangiare mentre c’è qualcuno che ti guarda, ha fame e non ha niente da mettere nello stomaco. Altro non mi viene in mente, ero piccolo ed è passato tanto tempo.

- Allora adesso ci spostiamo sul viale della pubertà.

- Altri tempi, i primi strani sentimenti, la passione per lo studio, non rammento molto, se non le ore chino sui libri.

- E adesso invece percorriamo il viale della giovinezza.

- Qui è diverso, il giorno della mia laurea, un’emozione irripetibile; a militare, il cavo della mitragliera che viene issata sull’autocarro che si spezza e io che la tengo dritta prima che si ribalti sui miei soldati, uno sforzo immane di qualche istante che mi comporterà per sempre un problema alla schiena; il primo amore, l’ansia e la felicità insieme, un diamante in quei verdi anni.

- Proseguiamo nel viale dell’età intermedia, ti sei sposato, hai trovato da lavorare, le villeggiature, i viaggi, hai qualcosa d’altro da ricordare?

- Ho amato mia moglie, come ho amato la vita e ho sempre teso una mano a chi, sfortunato, chiedeva aiuto, forse poca cosa, ma di più non potevo fare e anzi avevo vergogna di non riuscire a far di più.

- C’è qualcosa di particolare che rammenti?

- Direi di no, anzi invece sì. Avevo un lavoro che mi imponeva delle scelte, perché l’aver abbracciato la professione del magistrato mi obbligava a giudicare l’operato di quelli che, incriminati, erano sottoposti a processo. Ho sempre cercato di essere imparziale, di guardare esclusivamente ai fatti e alle prove, di non lasciarmi influenzare dall’aspetto e dalla personalità dell’imputato.

- E ci sei sempre riuscito?

- E’ quel che ho sempre sperato e solo una volta ho avuto il sospetto che chi condannavo, nonostante tutte le prove e anche la confessione, fosse invece innocente. Ho avuto come una sensazione, peraltro non suffragata da nessun elemento, ma tutti quegli aspetti, quelle reazioni, quelle testimonianze coincidevano in modo troppo perfetto. Non ho mai saputo, ne mai saprò se allora avessi dovuto ascoltare il mio istinto, oppure affidarmi al rigore logico del diritto, come ho fatto.

- Se dovessi saperlo adesso, cambierebbe molto?

- Non credo, eventualmente è troppo tardi per rimediare, ma sarebbe una pena che mi porterei dietro dove stiamo per andare, un macigno che nemmeno la pietà per me stesso potrebbe sollevare.

- Credo che sia un problema comune a chi è chiamato a giudicare e cioè il timore di sbagliare.

- Forse è questo il motivo di un sogno abbastanza ricorrente, ove in un’aula di tribunale al banco dell’accusato siedo io, mentre a quello del giudice c’è una moltitudine di volti anonimi, ma io so chi sono, sono quelli che ho giudicato. Mi guardano e non parlano, io aspetto da loro una decisione, ma questa non arriva mai. Vorrei implorarli di pronunciarsi, ma non esce nessun suono dalla mia bocca. Poco a poco scende un’ombra, un buio avvolge l’aula e io mi risveglio, cerco di darmi una risposta, ma non ne sono capace.

- E poi l’ultimo viale, quello su cui stiamo, con la vecchiaia, la pensione, tu che a un certo punto senti squillare il campanello dell’ultima chiamata.

- Di questo periodo ricordo tutto, come fosse ieri, ma è ben impressa la scena di un vecchio a letto, con una donna piangente intorno e un cagnolino che guaisce. Non ho altre immagini e credo siano le ultime.

- C’è qualcosa che rimpiangi?

- Ho sempre creduto, a modo mio, ma non sono stato un gran praticante; mi sarebbe piacciuto realizzare l’insegnamento di Gesù Cristo, ma non sono stato capace, ho tentato, mi sono fatto forza più volte, ma dando colpa al mondo ho desistito. Non credo di aver mai fatto del male, ma non penso nemmeno di aver fatto del bene, la mia aspirazione è rimasta ferma alle intenzioni. Forse, qualche volta sono riuscito a portare il cielo sulla terra per qualcuno, ma è stato un momento, di cui mi sono spaventato; io amo il mio prossimo senza tuttavia che lui se ne accorga, piango se soffre, gioisco se è contento, ma non riesco a esprimerlo, è un amore del tutto silenzioso. Ecco, io avrei finito.

- Sì, adesso andiamo, il viaggio è quasi ultimato.

- Un attimo, mi volgo indietro, scorgo o credo di scorgere una donna e un cane che mi salutano. E’ possibile?

- Tutto è possibile per chi sta per lasciare.

- Se penso che adesso sarò giudicato, mi tremano le gambe; pensi che potrò entrare?

- E perché non dovresti entrare? Non hai mai fatto del male, hai avuto i tuoi problemi di coscienza, sei stato un uomo chiamato a un difficile compito e l’hai assolto con capacità e umanità. Di fronte a tanti che vivono nell’odio, nell’invidia, rancorosi, indifferenti, senza cuore, tu in confronto hai usato il cervello, ma anche il cuore.

- Ma non è poco?

- Chiunque può fare e dare di più, ma rispetto a quello che altri sottraggono, a quello che molti non fanno, tu sei stato presente e hai lasciato una traccia il cui ricordo non è di odio, ma di rispetto e di stima.

Si incamminarono verso la fine del viale e arrivarono al portone, l’angelo bussò, chiesero chi fosse il nuovo arrivato, l’angelo scandì il nome. Il portone si aprì, entrarono e una luce accecante li accolse.

Il portone si richiuse.


 
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