Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
  Narrativa generica  Noir  Storie di paese Prima Serie  I racconti del nonno  Fiabe  Horror  Storie di paese Seconda Serie 

  Racconti  »  Narrativa generica  »  Il cipresso della collina 25/08/2007
 

Il cipresso della collina

di Renzo Montagnoli

 

L'aveva piantato suo nonno, insieme ad altri tre che non avevano resistito all'arsura di un estate e al gelo del successivo inverno, lasciandolo solo sulla cima di quella collina che da un lato guardava la pianura e dall'altro analoghi rilievi, quasi le onde di un mare d'erba.

Lì aveva giocato da piccolo, con la fronte imperlata dal sudore della corsa per arrivare fino in cima; alla sua ombra aveva conosciuto l'amore con Adelina, la prima e l'unica donna della sua vita; da adulto aveva atteso tante volte il tramonto del sole, per osservare, sempre meravigliato, l'ombra che saliva da est a rincorrere la luce dell'incendio che si attizzava a ovest.

E lui il cipresso, in tutti quegli anni, era cresciuto, era diventato una sorta di agile torre che svettava sulla cima della collina e che lo rassicurava ogni giorno che nulla era cambiato, che la vita scorreva tranquilla come il fiume maestoso, più giù, nell'immensa pianura.

Si erano sposati Tolmino e Adelina e avevano avuto dei figli, un maschio e due femmine,  che fin da piccoli il padre aveva abituato a giocare all'ombra di quell'albero, ormai diventato un simbolo di continuità fra più generazioni.

 

- Allora è deciso, Tolmino?

Il medico condotto attese la risposta, ma questa sembrava non venire, in una luce di incertezza come quella di un'alba appena annunciata.

Poi il vecchio sembrò deciso a rispondere, si sistemò meglio sulla poltrona, si inumidì le labbra e finalmente si decise.

- Sono scelte che non si vorrebbero mai fare.

Lavori tutta una vita, pensi solo alla famiglia, riesci a superare la tragedia della morte della madre dei tuoi figli, vai avanti anche quando calano le forze, e poi tutto crolla.

- Tolmino, se non fosse per il cuore malandato che hai, potresti ancora vivere qui da solo, ma metti di star male, di aver bisogno d'aiuto…

- Capisco, e infatti mio figlio vuole che vada ad abitare con lui in città, a chiudermi fra quattro mura.

- Credimi, è la soluzione migliore: lì potrai essere assistito e avrai anche affetto e la compagnia dei nipotini.

- Sì, questo è vero.

- Allora d'accordo. Domani mattina Giacomo viene a prenderti.

- D'accordo, se non c'è altro modo.

Il dottor Galliani, medico condotto del paese, strinse la mano a Tolmino e uscì dalla vecchia casa colonica.

Fuori si udivano i rumori della campagna, il pigolio dei pulcini, il lontano rumore sordo di un trattore.

Tolmino guardò la vecchia pendola e vide che segnava le 5.

L'ora del tramonto si avvicinava e questa volta non avrebbe potuto mancare, anche perché era stato assente da quell'appuntamento per diversi, troppi giorni, per quel primo malore che, una volta tornato dall'ospedale, lo aveva costretto a non curare più i campi, a stare lunghe ore seduto su quella poltrona.

No, non poteva mancare, perché quella era l'ultima occasione prima di rinchiudersi fra le mura di cemento di un appartamento e cercare di indovinare il tramonto del sole fra una selva di condomini e i fumi densi delle fabbriche.

Si alzò con cautela e restò un attimo fermo per vedere se le gambe lo sostenevano.

Bene, sto in piedi. Adesso piano piano esco e risalgo la collina”.

E così fece, e tutto andò bene fino a quando non iniziò la salita, con quel dolce declivio che ora gli sembrava un muro insormontabile.

Saliva due metri e si fermava, con il cuore che gli batteva come un orologio impazzito.

Dopo un'ora  non era arrivato che a metà della salita e già il sole, in quella giornata di tiepida primavera, aveva iniziato a rassegnarsi a continuare a splendere su quel pezzo di mondo e quasi alla chetichella se la svignava.

Non ce la farò mai. Devo salire più in fretta.

Tolmino cercò di accelerare, ma ora il battito del cuore era discontinuo, a volte andava più forte e più spesso invece rallentava.

Strinse i denti, chiuse quasi gli occhi, cercò di non pensare ai suoi piedi divenuti di piombo e proseguì.

L'ombra della notte avanzava però implacabile, indifferente al disperato tentativo di Tolmino.

Lui se ne accorse con sgomento e con il petto che sembrava quasi esplodergli aumentò il passo e ansante, straziato, raggiunse finalmente la cima della collina.

Là, per sostenersi dovette abbracciare il cipresso, affondare il volto in quel verde cupo che gli graffiava il viso; poi si lasciò scivolare lungo il tronco, fino a sedersi sull'erba già umida.

Si girò, appoggiò la schiena alla pianta e con gli occhi annebbiati guardò verso la pianura.

L'ombra lo aveva ormai quasi raggiunto, celando la visione di case coloniche, di campi arati, delle case del paese, ma a ovest era tutto un incendio, un rosso che contrastava con l'azzurro tenue del cielo.

Se da una parte la vita rallentava, dall'altra traeva ancora vigore, e così nell'ombra cominciavano a udirsi i versi degli uccelli notturni, mentre a occidente, da qualche parte, un gallo cantava il nuovo giorno.

L'aria era diventata fredda quasi all'improvviso e Tolmino cominciò a tremare, avvertì nettamente il gelo che partiva dai piedi e risaliva lungo il corpo.

Rammentò i tempi passati, si rivide giocare lì sotto quand'era bambino, gli sembrò di riassaporare il primo bacio con l'Adelina, in un turbine di immagini che correvano senza mai fermarsi.

Poi l'ombra l'avvolse e, per l'ultima volta, vide quel che restava di un tramonto: piccole striature di rosso che andavano lentamente spegnendosi.

 

 

 

 
©2006 ArteInsieme, « 010407374 »