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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Una storia vera 20/12/2007
 

                 Una storia vera

                   di Renzo Montagnoli

 

- Come sei bello, vestito da soldato!

Il fante Secondo Scaglioni guardava sua madre un po' imbarazzato; erano alla stazione ferroviaria, pronti a salire sul convoglio che li avrebbe portati al fronte, tanti soldati come lui, accompagnati dai parenti stretti e non pochi anche dalle fidanzate.

Occhi lucidi, ovunque; genitori che si sforzavano di non piangere, ma avevano un nodo in gola che serrava loro la voce; ragazze che invece lasciavano scorrere le lacrime, piccole gocce che fazzoletti ormai zuppi non riuscivano ad asciugare.

- Davvero, mamma?

- E' la prima volta che ti vedo vestito tutto intero con abiti non di seconda mano. Il mio Ninin…ci voleva una guerra per avere indosso qualcosa di nuovo. Riguardati, mi raccomando, copriti bene che sei stato sempre debole di bronchi, e soprattutto non esporti.

Secondo si guardava intorno, o meglio non sapeva dove volgere gli occhi, perché se li avesse diretti sul viso della madre sarebbe scoppiato a piangere.

Per fortuna, arrivò il fischio del treno che annunciava la partenza: ordini secchi, mani che faticavano a lasciarsi, poi tutti su, lo sbuffo del vapore, la tradotta che si muoveva, i finestrini aperti con tanti volti sporti fuori per un ultimo sguardo, fazzoletti che sventolavano, e infine il convoglio che prendeva velocità, giungeva alla curva e spariva alla vista dei familiari.

Papà e mamma Scaglioni, e la gemella di Secondo, Elvira, con in grembo un figlio al quarto mese, si guardarono negli occhi, senza parlare, perché tanto non ce n'era bisogno.

 

 

Meglio non pensare, meglio nascondere l'angoscia sotto le lacrime: la guerra, che, secondo i proclami doveva essere una passeggiata, nonostante la censura si rivelava, nei racconti dei pochi tornati in licenza, un orrore senza fine.

E pensare che agli inizi si era blaterato che bastava dare una spallata alla porta del Carso per mettere in ginocchio il nemico austriaco e ora invece, dopo tante battaglie con decine di migliaia di caduti, quella porta si apriva sull'inferno.

 

                                      ***

 

Secondo Scaglioni, diciannove anni, fisico esile, di professione apprendista sarto perché non era robusto per lavorare in campagna, era rimasto sorpreso quando seppe di essere stato arruolato. Infatti alla visita medica per il servizio militare era risultato rivedibile per la scarsa costituzione fisica. Ma non poteva sapere che la macelleria del Carso reclamava ogni giorno nuove vite da immolare in un osceno sabba di morte, una sorta di olocausto senza logica e senza pietà.

La sua vita, fino al giorno in cui i carabinieri del paese gli avevano notificato la cartolina di precetto -  che era riuscito a leggere a malapena, poiché non aveva frequentato che pochi anni di elementari - era stata quella propria di uno dei tanti giovani poveri dell'epoca. Troppi in casa, poco cibo, niente soldi, un futuro che prometteva solo ristrettezze, la lunga strada che doveva percorrere a piedi ogni giorno, con il freddo o con il caldo, con la neve dell'inverno o con la pioggia dell'autunno, per recarsi al lavoro in città, in una sartoria dove, come apprendista, sgobbava dodici ore al giorno per un pugno di niente. E poi il ritorno, nel buio della sera, niente di più di un passaggio da una miseria a un'altra miseria.

 

                                      ***

 

La tradotta procedeva a rilento, fra campi che sembravano abbandonati, perché quasi tutti gli uomini erano al fronte, un intero paese scarnificato nella sua essenza per gli interessi di un monarca freddo e impietoso.

Secondo non parlava con gli altri, ma guardava solo il paesaggio, campi che gli ricordavano quelli di casa, filari di vite come quelli sotto cui da bambino giocava a nascondino.

E nonostante la novità del viaggio in treno, lui che non vi era mai salito, avvertiva già forte la nostalgia.

Nella carrozza c'era chi parlottava, altri che si sforzavano di ridere, qualcuno raccontava le sue mirabolanti avventure di grande amatore. Parole che giungevano a Secondo come un ronzio e non distoglievano la sua mente dal pensare al suo piccolo mondo, sì di miseria, ma anche di affetti.

- E tu l'hai la morosa?

Secondo si scosse e volse allo sguardo a quello seduto accanto a lui.

- Chi, io?

- Ma certo, tu e chi altro? Non hai detto una parola da quando siamo partiti. Scommetto che pensi solo alla mamma.

Secondo arrossì, strinse le spalle e rispose con quella sua voce sottile, ma dolce, che era una sua caratteristica.

- C'è una che mi piace, ma non siamo ancora morosi.

- Allora, quando torni, datti da fare, recupera il tempo perduto.

- Se torno…

- Ma certo, dai, non pensare a queste cose.

- E a cosa dovrei pensare? Non ho mai fatto male a nessuno, mi hanno chiamato, mi hanno vestito, due giorni di marce su è giù per il cortile della caserma, mi hanno dato un fucile talmente pesante che faccio fatica a tenerlo in mano e mi hanno detto “ Vai e uccidi, per l'onore della patria”.

- Loro dicono sempre così.

- Ma chi dovrei uccidere? Uno che non so nemmeno chi è, uno come me, come te, solo che ha una divisa di diverso colore.

- Già…

Il colloquio fu interrotto dal sergente che li accompagnava:

- Basta. Tu devi uccidere per non essere ucciso.

Tutti tacquero, come alunni la cui ricreazione era terminata.

- Ascoltatemi bene. Nemmeno a me piace ammazzare, ma siamo soldati italiani e porca miseria dobbiamo farlo, perché ce lo comanda il re, ce lo comanda il generale, ve lo comando io e perché è l'unica possibilità per sperare di tornare a casa.

Le ultime parole gli morirono in gola, si buttò in un angolo a guardare il paesaggio di fuori.

 

                                 ***

 

Intanto i genitori erano giunti a casa, silenziosi, con il pensiero fisso a quel figlio che stava andando al fronte e all'altro prigioniero in un campo di lavoro in Croazia. Per quest'ultimo avevano meno timori, perché per lui le battaglie erano finite e poi Guido, così si chiamava, era robusto, autoritario, insomma sapeva farsi valere, forse per quello spirito ribelle che lo caratterizzava e che qualcuno esagerando definiva anarchico.

Anche la gemella Evira, con la pancia in fuori, era tornata a casa, dividendo i suoi pensieri fra quel suo fratello dai lineamenti delicati, quasi femminei, che era appena partito, e il marito Benvenuto, in chissà quale trincea del fronte.

 

                               ***

 

Il giorno dopo, senza mai fermarsi, la tradotta entrò nel Friuli, in piena zona di guerra, anche se il panorama all'intorno sembrava tranquillo. Se non fosse stato per l'incrocio con i treni ospedale non si sarebbe pensato che andando avanti c'era il nemico.

Fu solo al pomeriggio che Secondo, sempre con lo sguardo rivolto al finestrino, scorse a est grosse nubi che andavano addensandosi, accompagnate da brontolii cupi e da bagliori.

Fu così che gli scappò detto:

- Là in fondo sta arrivando il temporale.

Il sergente, chiusi gli occhi, rispose:

- No, là c'è battaglia, là c'è il Carso, là c'è la porta dell'inferno.

Si avvicinarono tutti ai finestrini, diedero un'occhiata, poi ritornano a sedersi, silenziosi e incupiti.

Arrivarono a sera inoltrata, scesero dal treno e proseguirono a piedi, lungo una strada su cui si affollavano autocarri con salmerie, o che trainavano cannoni, un lungo serpente che preludeva una nuova battaglia.

Per la notte li sistemarono in una vecchia stalla, ma nonostante la stanchezza nessuno riuscì a dormire, perché il borbottio di quel temporale era diventato un fragore.

 

                                      ***

 

A casa nemmeno i genitori riuscirono a prendere sonno e rimasero a lungo sdraiati a occhi aperti tenendosi per mano. Dove sarà ora, come starà? Pensavano senza parlare e avvertivano il vuoto intorno a loro.

 

                                      ***

 

Trascorsero i giorni, non molti, non più di una decina, e dopo una piccola istruzione militare nelle retrovie, Secondo Scaglioni e i suoi compagni furono condotti in prima linea, una trincea fangosa e puzzolente, una doppia fila di reticolati e di cavalli di frisia, poi, poco più in là, a non oltre un centinaio di metri, il nemico.

Quel giorno fu calmo, stranamente, e Secondo riuscì a far scrivere da un compaesano una lettera, l'unica, perché poi non gli fu più possibile.

“Cari genitori, sono arrivato e sto bene. Siamo in tanti e buoni amici. C'è anche Enrico Vanti del paese ed è lui che scrive questa. Non ho ancora visto il nemico, ma so che c'è, più in là.

Non preoccupatevi, perché i comandanti sono bravi e ci tengono alla nostra salute.

Un abbraccio, specie alla mamma.

Secondo”.

Non passarono ventiquattro ore ed ebbe inizio la decima battaglia dell'Isonzo.

In piena notte l'artiglieria italiana scatenò un uragano di fuoco, valanghe d'acciaio furono scagliate sulle linee austriache, mentre i nostri soldati attendevano trepidanti nelle trincee.

Poi venne l'alba, furono rimossi i cavalli di frisia, si praticarono aperture nei reticolati…

 

 

- Baionetta in canna, al segnale uscire dalle trincee e andare all'attacco, di corsa!

Un trillo di fischietto, i fanti che risalgono il bordo della trincea, Secondo che stringendo il fucile esce…

Esplode violento il tiro dell'artiglieria austriaca, tanti cadono ancora prima di aver percorso due passi, Secondo che alza le braccia al cielo e ricade all'indietro, i portaferiti che accorrono, fanno la spola disperatamente fra la trincea e l'ospedale da campo.

Prendono Secondo, lo caricano, le sue braccia penzolano dalla barella, la testa è tutta coperta di sangue.

E' così che lo vede Enrico Vanti, mentre aiuta a caricare altri feriti.

Poi il tiro di controbatteria italiano, completamente sbagliato, che colpisce le nostre linee, con i proiettili “amici” che fanno scempio, che cadono anche sull'ospedale da campo.

 

                                      ***

 

Elvira sta preparando un caffè d'orzo, quando ode un urlo, una  voce sottile che la chiama:

- Elvira!

Si volge intorno, nella piccola cucina non c'è nessuno, ma lei conosce bene quella voce e si lascia sfuggire un gemito:

- Secondo, Secondo…

E' tutta agitata e decide di andare dai suoi, a piedi, perché non c'è altro mezzo.

E' una strada lunga, è incinta, ha l'affanno, l'angoscia e quando arriva non ha bisogno di parlare, perché i suoi pensino al peggio.

- Benvenuto?

- No.

- Guido?

- No.

- Secondo… – e già la madre piange.

- Non so. Mi ha chiamato.

Il giorno dopo arriva la prima brutta notizia: Guido, quello in prigionia, è morto in un incidente sul lavoro. E' accaduto un mese prima, ma le comunicazioni sono lunghe attraverso la Croce Rossa Internazionale.

La madre singhiozza, Elvira pure, il padre si sfoga in un angolo, fuori di casa.

E dopo tre giorni i carabinieri si presentano nuovamente alla porta con un messaggio.

“Si informa che il fante Secondo Scaglioni risulta disperso in un'azione di guerra sul Monte Sei Busi. Seguiranno eventuali notizie relative al suo ritrovamento.

Il Comando del Medio Isonzo”

Poche parole, fredde, per una tragedia che lascia tuttavia una larvata speranza.

Ma i giorni passano e non arrivano altri messaggi.

Fa ritorno a casa, però, per una breve licenza Enrico Vanti e allora i genitori di Secondo vanno a chiedergli del figlio.

- L'hai visto?

- Sì.

- E' vivo?

- Non vi so dire; lo trasportavano all'ospedale da campo.

- Era ferito gravemente?

- Sì.

- Aveva speranze di salvarsi?

- Non sono un medico, ma la ferita alla testa era brutta.

Si fa silenzio, poi è il padre ora a domandare, da solo, visto che la madre guaisce in un angolo.

- L'hai più visto, dopo?

- No, la nostra artiglieria ci ha bombardato per sbaglio ed è stato un massacro.

- E l'ospedale?

- Dopo, non se n'è più trovata traccia.

Il padre mette una mano sulla testa della moglie:

- Andiamo.

E i due lentamente si incamminano verso casa, non una parola, non ce n'è bisogno.

 

                               ***

 

Passarono i mesi, la guerra finì, ritornarono i reduci.

La madre, fino a quando ebbe vita, sperò e volle che la porta di casa rimanesse sempre aperta per accogliere il figlio, ma Secondo Scaglioni non fece più ritorno.

 

 

 

 

 

 

Nota dell'autore:

La vicenda, nelle sue linee essenziali, risponde al vero, così come me l'ha raccontata anni fa Elvira Scaglioni, mia nonna.

 

 

 

 

  

 

 

     

  

            

 

 
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