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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Il libro 24/04/2010
 

Il libro

di

Renzo Montagnoli

 

 

Era il suo rifugio, l’oasi di pace distante da un mondo a cui non desiderava più appartenere e così ogni giorno lasciava il suo appartamento, salutando la moglie che nemmeno gli rispondeva irretita dai consueti ipnotici programmi televisivi, per andare là. Faceva la strada a piedi, cercando di allontanarsi il più velocemente possibile dalla città, dai grandi schermi al plasma presenti in ogni piazza e che ripetevano ossessivamente i discorsi del Grande Capo. In un mondo perfetto, quale Lui lo definiva, tutti erano felici di ascoltarlo, di apprendere l’unica e indiscutibile verità. La gente passava, si fermava, guardava fissamente lo schermo, assentendo con un leggero movimento di testa. Il professor Giuseppe Di Nanto, invece, affrettava il passo, cercava di resistere al canto ammaliante di quella sirena che ripeteva ossessivamente sempre le stesse cose. Con il libro stretto sotto il braccio cercava la strada più breve per emergere dalla squallida periferia e prendere quel sentiero, che molti anni prima era stata una via, per arrivare al parco, a quel rifugio dove ritrovare solo se stesso.

Anche quel mercoledì stava calpestando quella traccia di erba e asfalto corroso per arrivare alla meta agognata. A ogni metro percorso s’attutiva la voce del Grande Capo e già sapeva che una volta arrivato alla sua panchina non l’avrebbe più sentita, avrebbe udito solo un lontano brontolio che poteva far pensare a un temporale sulla città.

Sessantacinque anni, rotondetto, capelli bianchi, Di Nanto era un insegnante in pensione, una rarità ormai, poiché nella scuola se era difficile entrare ancor più difficoltoso era uscirne. Lui era stato l’ultimo a beneficiare delle vecchie leggi e se n’era andato senza commozione, considerato che nel corso degli anni della sua carriera era passato da portatore di conoscenza a megafono del potere. Tutto era scritto e nulla poteva essere cambiato, senza il minimo spirito critico: una situazione che rendeva il docente un semplice portavoce e gli allievi degli oggetti di indottrinamento.

Raggiunse la solita panchina, si sedette e trasse il libro da sotto il braccio. Guardò la copertina e sorrise, perché  quello era stato uno dei primi romanzi che aveva letto in gioventù. Robinson Crusoè stranamente rappresentava ancora un motivo di scoperta come quando trepidante l’aveva sfogliato con gli occhi stupiti di bambino.

Accomodò il libro sulle ginocchia e vi pose sopra le mani. No, non voleva aprirlo: l’aveva letto tante volte da conoscerlo quasi a memoria. Ciò che desiderava era la percezione tattile, la certezza di poter contare su qualche cosa che l’avrebbe aiutato a viaggiare.

Si guardò intorno. Il giardino era in condizioni pietose, abbandonato a se stesso da molti anni, con le erbacce che si erano impadronite dei vialetti, una rivincita della natura per ristabilire quell’ordine che l’uomo a suo tempo aveva violato. Però quell’assenza di razionalità umana non era priva di fascino, quel crescere spontaneo dava l’illusione di essere nell’isola selvaggia di Robinson. Là due gazze amoreggiavano, un poco più avanti una serpe si riscaldava al sole, un ramarro verde correva dietro a una locusta, il tutto in un silenzio quasi divino, non fosse stato per la cascatella del ruscello che si spegneva in una pozza dove alcune rane intonavano il loro gracidio.

Sì, c’era in lontananza quel brontolio, ma se si chiudevano gli occhi poteva anche far pensare alle onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli dell’isola. Certo lui non era Robinson e quello non era il rumore del mare, ma il distacco dalla realtà quotidiana consentiva anche di sognare, di vedere un uomo finalmente senza vincoli, anche se prigioniero di quell’agglomerato di terra e di scogli, ma libero di pensare, di vivere, di fantasticare, un’evasione dalla morsa della realtà.

Era talmente assorto che non si accorse dei due uomini che gli si pararono davanti.

- Lei cosa fa qui?

Di Nanto si scosse, alzò gli occhi e vide le divise azzurre della gendarmeria.

- Mi riposo, guardo la natura.

- Lo sa che è vietato, vero?

- E’ vietato riposare?

- No, è vietato sostare nei parchi non autorizzati.

Provò un senso di disgusto  pensando a uno dei tanti giardini autorizzati: vialetti geometrici, panchine frequenti e davanti a ognuna un busto del Grande Capo, gli altoparlanti che ripetevano ossessivamente i suoi discorsi e l’immancabile schermo al plasma con lui che parlava, che magnificava, che si autoincensava.

- Non lo sapevo.

- Che ha sulle ginocchia?

- Un libro.

- Che libro?

- Robinson Crusoé.

- Non è uno dei libri autorizzati. Si alzi e ci segua.

Il levarsi fu più faticoso dello scendere dal letto al risveglio mattutino.

Li seguì fino alla loro auto, su cui lo fecero salire.

Partirono con un gran stridio di gomme e innestando la sirena. Lui stava dietro e davanti ai suoi occhi c’era un piccolo schermo a cristalli liquidi con l’immancabile immagine del Grande Capo.

Lo portarono alla Gendarmeria Centrale, un orribile palazzone con poche finestre chiuse da inferriate.

Dopo aver registrato i suoi dati lo condussero nell’ufficio del commissario capo.

- Lei si chiama Giuseppe Di Nanto?

- Sì, come risulta anche dai miei documenti.

- In pensione e faceva il professore?

- Certo.

- Prima della grande riforma?

- Sì.

- Le cose cambiano, e ora lei potenzialmente è un sovversivo, un ribelle.

- Commissario, alla mia età quel che desidero è solo un po’ di tranquillità, nient’altro.

- Lei desidera una cosa che ha già. Il nostro Grande Capo garantisce la felicità per tutti, lei compreso.

- E se per caso non fossi felice?

- E’ impossibile, sarebbe un reato gravissimo.

Di Nanto cominciò a sudare.

- Va bene, ha ragione lei, sono felice.

- Ecco, vede, basta poco per chiarirsi: essere felici non è una potestà o un diritto, è un obbligo. Lei non farà in tempo a vedere il mondo perfetto che stiamo realizzando, ma le assicuro che già ne sta godendo. A proposito, che ci faceva in un parco non autorizzato?

- Niente, riposavo dopo una lunga camminata.

- E il libro?

- E’ un ricordo d’infanzia, che mi fa quasi compagnia.

- Caro Di Nanto, professor Di Nanto, mi vuol prendere per il culo?

- Ci mancherebbe.

- Come è possibile che, con tutto quello che ha disposizione, in una democrazia perfetta, dove non ci sono divieti, ma solo autorizzazioni, voglia contestare in modo così aperto e sfacciato il pensiero sublime del nostro Grande Capo?

Di Nanto balbettò qualche cosa di incomprensibile.

- Parli più forte, affinché capisca.

- Dicevo che io non ho mai contestato niente, a me va bene tutto, sono felice, anzi felicissimo.

- Le credo, anche se, per ignoranza… d’altra parte gli insegnanti di prima della Grande Riforma non sapevano niente… anche se per ignoranza lei ha sbagliato, e gravemente.

- Che farete di me?

- Per ora niente, dovrà decidere domani il giudice. Intanto sarà nostro ospite.

- Ma…

- Portatelo via, in cella. 

Il palazzo della Gendarmeria non era certo una costruzione che potesse muovere al sorriso, tetra nel suo grigiore, ma la parte destinata ai prigionieri era ancora peggio. Più che celle, si sarebbero dovuto chiamare cellette, come quelle che un tempo erano presenti in diversi monasteri. Anguste, con un letto a castello, un piccolo servizio igienico, una finestrella da cui entravano poca aria e una luce  fioca ed evanescente, sembravano le segrete di certi castelli medievali. Presentavano però un vantaggio e lui lo notò subito: mancava il televisore e, fra l’altro, non c’erano nemmeno altoparlanti attraverso i quali diffondere la voce del Grande Capo.

La guardia, che lo accompagnava e che gli mostrò la nuova dimora, gli spiegò che l’assenza di tali vitali sistemi di comunicazione erano parte della punizione: senza l’ immagine e senza la voce gli incarcerati si sarebbero sentiti soli, senza sostegno e aiuto, orfani di quella guida che assicurava loro la felicità.

La cella era già occupata da un ometto magro, di bassa statura, occhi cisposi e con l’alito che puzzava di vino.

Questi guardò il nuovo venuto solo per un istante, poi riprese a fissare il soffitto.

Di Nanto, visto che era libero, si sistemò sul letto inferiore e subito chiuse gli occhi, per godere di quel silenzio a cui non era abituato.

- Perché sei qui?

Alzò gli occhi, perché la voce, un po’ impastata, veniva da sopra.

- Insomma perché sei qui?

- Stavo in un parco non autorizzato.

- Solo per questo?

- No, avevo anche con me un libro non autorizzato.

- Me lo fai vedere?

- Me lo hanno sequestrato.

- Magari era uno di quei libri dove si parla di cose sporche, dove si descrivono gli accoppiamenti?

- No, è un libro che possono leggere anche i bambini.

- E se possono leggerlo i bambini, perché non è autorizzato?

Il professore restò alcuni secondi a pensare e poi rispose: - Perché ti fa vedere un altro mondo.

- Davvero? C’è un altro mondo?

- Sì, un mondo che è dentro di noi e che ignoriamo.

- Racconta un po’, abbiamo tutta la notte davanti.

Il professore chiuse gli occhi e iniziò a parlare, a descrivere l’isola, a tratteggiare la vicenda.

Tutto scorreva, come in una pellicola, davanti ai suoi occhi e si chiedeva se anche il suo coinquilino avesse le stesse visioni, avvertisse le medesime sensazioni, trovasse in sé quella libertà che da troppo tempo mancava.

Non riuscì a finire la narrazione prima dell’alba, anche perché si era accorto che il suo compagno di cella si era addormentato, e allora decise anche di lui di concedersi un po’ di riposo.

Il risveglio li colse entrambi e l’ometto, che probabilmente era riuscito a smaltire la sbornia, lo ringraziò.

- E per cosa?

- Mi sono addormentato ascoltando le tue parole e quello che non vedevo di quel che dicevi mi è apparso nitido in sogno, un’isola selvaggia in cui correvo solo per piacere, dove si udiva solo il rumore del mare, e nient’altro, nemmeno quella voce ossessiva. Per la prima volta mi sentivo felice, avrei voluto gridarlo, avrei voluto far sapere agli altri che è inutile stordirsi con il vino e che abbiamo veramente un altro mondo dentro di noi come hai detto tu.

- Vedi cosa vuol dire leggere un libro che ti apre il cuore e la mente? Non quelli autorizzati, che decantano una felicità di cui non ci accorgiamo.

Alle nove vennero a prenderli per portarli dal giudice, un giovane vestito elegantemente e dallo sguardo indifferente.

Il processo dell’ometto fu brevissimo e fu condannato a sette giorni di prigione per ubriachezza; poi, toccò al professore.

- Pazienza la frequentazione di parchi non autorizzati, fonti di pericolo per chi vi si avventura. Sì, lì potrei essere clemente, considerando anche la sua età, ma leggere un libro diverso da quelli contenuti nell’elenco ufficiale mi sembra francamente un grave atto di asocialità. Che ha da dirmi al riguardo?

- Nulla, ma non lo leggevo, lo portavo solo con me.

- Crede che io sia sciocco, forse? Un professore che trova una scusa così spudoratamente falsa è ridicolo.

- E’ la verità.

- No, la verità è una sola ed è quella che dice il Grande Capo e i suoi esecutori, cioè, in questo frangente, il sottoscritto. Tuttavia, oggi mi sento magnanimo e quindi la condanno a presentarsi sulla pubblica piazza e a dichiarare di fronte a tutti il suo pentimento per questo suo grave gesto, accompagnandolo con la distruzione del libro. Dovrà romperlo in mille pezzi e poi inghiottirli.

- Ma..

- Ma? Non abusi della mia disponibilità. Guardie, eseguite la sentenza.

Lo portarono in auto proprio nella piazza centrale della città, in cui era sempre presente un palchetto, che serviva, a seconda dei casi, per discorsi ufficiali o per mettere alla gogna dei rei.

Fu fatto salire su quelle quattro assi e gli consegnarono il libro, poi abbassarono il volume del maxischermo e gli intimarono di procedere.

Cominciò chiamando a raccolta i passanti che piano piano riempirono la piazza.

Solo su quel palco, con la schiena rivolta allo schermo, alzò con la mano sinistra il libro.

- Cittadini, fratelli, mi hanno condannato perché ho commesso una grave mancanza. Ho letto, infatti, questo libro, che non rientra fra quelli autorizzati, che parla della vicenda di un uomo su un’isola selvaggia, dell’immensa libertà che aveva ritrovato, pur fra le difficoltà dell’ambiente e della solitudine. Robinson Crusoè era felice, felice perché non c’era nessuno che lo comandava, non c’era un Grande Capo che lo ossessionava continuamente, che gli magnificava conquiste non vere, che lo obbligava a credersi felice. Cittadini, questo è un libro da leggere!

Forse voleva aggiungere qualche cosa, ma le guardie balzarono sul palco, gli piombarono addosso, ci fu una colluttazione, durante la quale il professore lanciò il libro contro lo schermo, che si infranse come uno specchio.

Immobilizzato, ammanettato, fu portavo via subito con l’auto a sirene spiegate. Del pubblico nessuno mosse un dito e anzi cominciarono a lasciare la piazza con l’aria addormentata di sempre.

Uno studente, che era proprio ai piedi del palco, vide per terra il libro, lo raccolse in fretta e lo nascose nello zaino, poi si diresse verso casa.

Quella sera attese con ansia la mezzanotte, quando i suoi si ritiravano a dormire, poi lo aprì e iniziò a leggere.

Dapprima restò sbigottito per quelle vicende  così diverse dalle solite che si trovavano nei romanzi autorizzati, così varie, tese a coinvolgere, ad attrarre; non era il solito racconto, analogo a tutti gli altri, dove cambiavano solo i nomi dei protagonisti, buono solo per passare un po’ di tempo, ma che quando arrivavi alla fine già ti dimenticavi di quel che avevi letto.

No, qui era tutto diverso, era come un vento impetuoso che sollevava una fitta coltre di nebbia, facendo vedere un paesaggio completamente nuovo, un luogo in cui idealmente venivi trascinato, spettatore invisibile della vita di un uomo che il destino avverso aveva trascinato su un’isola selvaggia.

Passarono le ore, nemmeno si accorse del sopraggiungere dell’alba, mentre con la mente andava al mare spumeggiante contro le rocce, ai voli dei gabbiani, al signor Robinson che era prigioniero e re di quell’isola.

Giunto all’ultima pagina si sentì pervaso da un’emozione mai provata e si accorse così che molto era rimasto in lui di quelle parole e che ora non avrebbe più potuto fare a meno di confrontare la sua vita piatta e monotona con i nuovi orizzonti che gli si erano aperti. Era accaduto un fatto straordinario, aveva ritrovato quella libertà di pensare e di vedere che anni di indottrinamento avevano assopito.

Si sentiva diverso, gli era venuta perfino una smania incredibile di guardarsi intorno e di vedere solo con i propri occhi.

Il giorno stesso ne parlò alla sua fidanzata e le lasciò il libro, perché anche lei leggesse. Era scettica, all’inizio, e gli diceva che non poteva essere valido, perché non rientrava fra quelli autorizzati, ma gli occhi di lui, che brillavano di una luce nuova, la convinsero più delle parole.

Così lesse e ne fu talmente entusiasta da sentirsi per la prima volta libera nel pensiero, così che lo prestò a una sua amica. Il libro passò rapidamente di mano in mano nell’ambiente universitario, sottobanco certo, ma se chi lo riceveva aveva lo sguardo spento, quando lo restituiva sembrava un’altra persona, con gli occhi che esultavano.

Si arrivò addirittura a fotocopiarlo, perché anche altri potessero usufruirne. Si passavano le copie, sottobanco, con l’entusiasmo di rendere partecipi gli altri di una novità, al tempo stesso sconvolgente ed esaltante.

Tre mesi dopo, in una notte di nebbia, alcuni individui, vestiti di nero e incappucciati per impedire che fossero riconosciuti grazie alle numerosissime telecamere presenti ovunque,  si aggiravano cauti nella piazza centrale, avvicinandosi al nuovo maxi schermo, puntualmente in funzione, e lo distrussero a sassate. La stessa cosa avvenne in numerosi punti della città e questa ribellione presto si estese a tutto lo stato.

Ovunque veniva compiuto un attentato si trovavano dei fogli, ciclostilati, con scritto sopra “Vogliamo essere noi come siamo o come vuole che per lui siamo?”

Ebbe inizio una violenta repressione che però ben presto andò estinguendosi, a mano a mano che gli uomini della gendarmeria cominciarono a leggere le fotocopie sequestrate.

Il paese iniziò così a risvegliarsi dai lunghi anni di torpore a cui era stato indotto.

Il libro, quel libro, si dimostrò un’arma non convenzionale superiore a tutte le altre, fu l’antidoto di un morbo diffuso attraverso i media e che aveva di fatto resa la popolazione incapace di intendere e di volere. Il nuovo mondo non prometteva, né assicurava un’ingannevole felicità, ma consentiva agli uomini di essere arbitri del loro destino, di ritrovare la propria innata personalità.

Un futuro migliore si stava preparando e di certo il professor Di Nanto ne sarebbe stato contento, ma di lui, da quel giorno del discorso in piazza, non si seppe più nulla.

 

 

 

   

 

 

 

 

 
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