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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Di come Francesco e Giuvà andarono sulla Luna e fecero ritorno 21/05/2011
 

Di come Francesco e Giuvà andarono sulla luna e fecero ritorno

di

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

Una calda sera d’estate, non un filo d’aria, l’umidità che si appiccica alla pelle, roba da starsene in casa davanti a un ventilatore e non di andarsene a spasso, fendendo nugoli di fameliche zanzare.

-Ti decidi, Giuvà? Dai, spicciati, fai quello che devi fare, perché altrimenti facciamo notte.

- E’ mica colpa mia, se non ho ancora trovato l’albero adatto.

Poi Giuvà, un salsicciotto di cane, alto una spanna e largo almeno sei, trotterellò con la lingua penzoloni verso un bell’olmo, che stava appisolandosi; sollevò la zampa destra e aprì l’idrante.

L’albero non gradì, un po’ perché quell’improvviso effluvio di urina l’aveva svegliato di colpo dal torpore e anche perché era un olmo distinto, di quelli che non si fanno mettere i piedi in testa.

- Ma proprio da me dovevi venire cagnaccio?

- Uno o l’altro per me pari sono.

- No, assolutamente no. Guarda, a dieci metri nemmeno ci sta un pioppo che già russa, di rango inferiore senz’altro. Lì dovevi andare.

Francesco intervenne opportunamente: - Mi scuso, ma Giuvà non sapeva, è un cane rozzo, che non sa distinguere un signore da un plebeo.

- Sarò un cane da poco, però per me lo ripeto: l’uno o l’altro pari sono.

L’olmo non rispose, emise solo un sospiro che fece fremere le sue foglie, l’unico segno di vitalità in un’aria immobile.

- Dai vieni, che prima di tornare voglio riposare un momento.

E dato che proprio lì c’era una panchina, Francesco ci si buttò sopra di peso.

- Ma che modi sono? E’ così che ci si accomoda?

Era proprio una serata storta e Francesco a denti stretti si scusò, anzi chiese alla panchina il permesso di restare, che gli fu concesso.

- Giuvà, non c’è più religione, tutti vogliono metterci il becco, l’olmo, la panchina, mancano solo le zanzare.

Rispose un coro di zzz stridenti, un suono quasi sibilante, che impose immediatamente a Francesco di sbottare: - Era un modo di dire.

Si vede che bastò e torno il silenzio, quello che piaceva tanto a quell’uomo, che era l’esatto contrario del suo cane, alto, un po’ avanti con gli anni,  ma soprattutto di una magrezza spaventosa, quasi scheletrica.

Comodamente seduto Francesco alzò gli occhi al cielo e il suo sguardo si focalizzò immediatamente sulla Luna, bella rotonda, con quella sua aria paciosa e al tempo stesso enigmatica.

- Se non fosse per il caldo, sarebbe una gran bella serata, con questa luna che quasi mi sorride.

- Quasi?

- Chi ha parlato?

- Mi hai nominata e io ho risposto.

- Io chi?

- Sciocchino, la luna.

- Ah.

- Il mio è un sorriso pieno quando guardo da quassù gli uomini della terra. Correte, correte, senza sapere dove andare, povere anime in pena che non si danno pace per il solo fatto di esistere.

Francesco emise un sospiro, mentre Giuvà, disteso ai suoi piedi, rizzò le orecchie.

- Ti dai alla filosofia, vedo.

- Ma no, è che è da tanto di quel tempo che vi osservo  e non ho mai capito perché non siate capaci di vivere.

- Io non so se so vivere, ma sono contento; certo c’è qualche problema, ma è del tutto naturale che ci sia.

- Bravo, è così che si ragiona e non come i tanti che stanno con la testa quassù.

- Ci sono degli abitanti su da te?

- Sì e no, nel senso che non pochi terrestri sono nervosi, irascibili, incontentabili, dalla mattina alla sera, ma anche di notte, quelli che voi chiamate…

- Lunatici?

- Esatto, gente che s’arrampica sugli specchi per vivere in un perenne stato di insoddisfazione. Mi fanno pena, più degli altri.

- Ma allora non ci sono abitanti su da te?

- Ci sono, vengono temporaneamente e tutta gente che sogna: poeti il cui cuore palpita di fronte alla grandezza dell’infinito, innamorati che credono di trovare da me la felicità, anche anziani che si rifugiano nel mio sorriso enigmatico per cercare quelle risposte che tutte le domande di una vita non hanno avuto.

Francesco emise un altro sospiro, mentre Giuvà abbassò le orecchie e chiuse gli occhi, sognando subito ossa ben tornite da rosicchiare.

- Perché non vieni su da me?

- Sarei curioso, mi piacerebbe, ma non so come si fa.

- Se è per questo è semplice, senza ricorrere alle ridicole navette spaziali. Prendi Giuvà, lui è già qui.

- A dire il vero è ancora ai miei piedi.

- Povero terrestre, che non vuol capire che ciò che si vede non è quel che è. Chiudi gli occhi, lasciati avvicinare da Morfeo, fatti stringere da lui e subito vedrai tutti gli scalini lucenti che portano su da me.

- Se c’è da far fatica, dato il caldo non mi muovo.

- Nessuna fatica, quando in sogno tutto è possibile.

- Proverò, ma non ho sonno.

- Pensa a una cascata in montagna, al velo d’acqua che si solleva quando impatta sulla roccia, al torrente che scende saltellando al piano, balza dopo balza, al silenzio del bosco, a quel riquadro di cielo azzurro incorniciato dalle vette, pensa intensamente, lasciati andare, non esiste più nulla intorno a te, non sei seduto, stai volando, sempre più in alto, fino da me.

Il silenzio della notte fu interrotto dal russare sordo di Francesco che si unì a quello cavernoso di Giuvà; tutti e due erano distesi, l’uno sulla panchina, l’altro sulla nuda terra, ma insieme stavano camminando lungo una strada lucente, fatta di gradoni e che saliva sempre più su.

La distanza sembrava tanto, ma il passo era veloce e non c’era stanchezza, anzi entrambi erano pervasi da uno stato di eccitata felicità.

- Arriviamo, aspettaci.

- Non me ne vado, ci mancherebbe! Gli ospiti per me sono sacri.

Quanto durò il percorso? Un’ora, due ore, o forse appena un istante?

Ed eccoli finalmente arrivati alla meta, sbalorditi per quello che si presentava ai loro occhi.

- Allora, avevo ragione a stimolarvi a venire?

Francesco era incapace di parlare di fronte al panorama di cime maestose, incappucciate di neve, che si alzavano su un mare tropicale, con le pendici coperte di abeti e di palme. Il lento sciabordio dell’acqua lo cullava come fa una madre con il suo bimbo; e in quella foresta strana rivedeva tutto un passato come se fosse lì presente. Persone che già avevano concluso il loro ciclo terreno gli sorridevano, lo salutavano, qualcuno anche gli ripeteva parole già conosciute.

- Mamma, papà, non sono mai riuscito a dirvi quanto vi abbia voluto bene, l’ho sempre rimandato e così ve ne siete andati senza saperlo.

- Ma noi Francesco lo sapevamo, non c’è nulla che per essere conosciuto abbia per forza bisogno delle parole; certe cose si avvertono, si colgono in un sorriso, in uno sguardo, in una carezza.

- Mi mancate, tanto.

- Anche tu a noi, ma resta lì ancora: ce n’è di tempo per incontrarci.

- Si sta bene lì?

- E’ difficile dirlo quando il tempo non esiste più, quando a un’alba non segue un tramonto, quando non ci sono più stagioni. Siamo, ma senza saperlo.

Intanto Giuvà aveva tratto dalla bocca la sua grossa lingua violacea, perché tutto quel ben di Dio metteva anche non poco in imbarazzo.

- Da dove comincio?

E guardò con occhi bramosi un’immensa foresta d’ossa, di tutti i tipi, costole dure, ma saporite, femori succosi che attendevano solo i suoi denti. 

Stava per lanciarsi quando fu frenato da un guaito; tese le orecchie, aguzzò la vista ed ecco che da quell’ossario comparve la figura snella di Mimì.

 - Ciao, Giuvà.

- Mimì, come potevo pensare che ti avrei ritrovato?

Era questa una cagnolina, una barboncina bianca di cui alcuni anni prima si era pazzamente invaghito, ma poi i suoi padroni si erano trasferiti e l’avevano portato con loro. L’aveva cercata a lungo, ma invano e ora era lì davanti a lui.

- Mimì, ti voglio bene.

- Anch’io, Giuvà.

- Non lasciamoci più.

- Sì, per sempre insieme.

Ma che succedeva, ora che stava proprio per strofinare il muso sul suo?

L’immagine sfocava, spariva in un chiarore che piano piano prendeva possesso della scena.

E anche Francesco vedeva sfumare suo padre e sua madre, ombre grigie che una luce avanzante cancellava come una gomma sul disegno di una matita.

Non più lo sciabordio del mare o il guaito di Mimì, ma il lontano canto di un gallo li strappò al sogno.

Entrambi aprirono a fatica gli occhi, osservando l’alba di un nuovo giorno. La luna era ancora là, ma sempre più diafana in una notte ormai finita.

Francesco si alzò, emise uno sbadiglio e fece una carezza a Giuvà.

- Che bella dormita! E quanto mi è piaciuta la luna. E a te?

Giuvà spalanco un occhio e, sospirando, aggiunse:

- Potessi tornare lassù.

Poi, si levò, andò all’olmo, sollevò la zampa e si liberò, nonostante le proteste dell’albero.

Zitto – gli disse Giuvà – se non ti garba, vai sulla luna, dove anche tu, se saprai sognare, vivrai in una foresta di tuoi simili senza l’ombra di un cane. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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