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  Racconti  »  Noir  »  Un volto fra la folla 02/09/2006
 

                   Un volto fra la folla

 

 

- Pronto, chi parla?

- Sono Silvia, Stefano.

- Ciao amore, come mai questa telefonata di mattina presto? Se non l’hai notato, ma non sono ancora le sette. Non stai bene? E’ accaduto qualche cosa?

- Sto bene, però devo dirtelo.

- Cosa?

- Non ho dormito tutta la notte, a forza di pensarci su; insomma, ho deciso di non vederti più.

- Come? Ma non è possibile!

- Lo è e basta.

- Ma ci sarà un motivo, oppure dimmi che è uno scherzo.

Si udì il classico click di interruzione della telefonata.

- Pronto, pronto, prontooooo.

Stefano compose febbrilmente il numero di Silvia, ma, benché lasciasse a lungo squillare il telefono, non ci fu risposta.

Affranto, con la testa che sembrava esplodergli, si buttò sul letto, cercando di calmarsi. Ripensò a lungo alla loro relazione, iniziata due anni prima: solo momenti felici, nessuna incrinatura, nessun equivoco. L’atteggiamento di Silvia appariva quindi del tutto incomprensibile ed era pertanto indispensabile una spiegazione: come era possibile che un rapporto che era proseguito così armoniosamente fino alla sera prima dovesse troncarsi così?

Si vestì alla svelta, senza nemmeno lavarsi e radersi, poi si precipitò a casa di Silvia. Suonò più volte il campanello, spinse l’orecchio contro il citofono, ma non ebbe alcuna risposta. Indugiò a lungo sul marciapiedi, con gli occhi rivolti al secondo piano, all’appartamento di lei; si sforzò di vedere se il suo volto si indovinasse dietro i vetri e invece nulla.

Diede un calcio a una bottiglia di birra vuota che rotolò sulla strada fino a infrangersi contro l’asta di un cartello stradale e poi ritornò a casa.

Rinunciò ad andare al lavoro, giustificandosi con un’improvvisa indisposizione, e si arrovellò tutta la giornata a meditare sui possibili motivi del comportamento di Silvia, non tralasciando ogni tanto di tentare di mettersi in comunicazione con lei, ma ogni volta il telefono squillava lungamente a vuoto.

A sera, dopo tante ipotesi scartate, concluse che ne restavano solo due: o Silvia era all’improvviso impazzita, o aveva trovato un altro uomo. E fu quest’ultima che lo agitò maggiormente e lo indusse a rivedere i tanti momenti del loro rapporto.

Sforzò la mente alla ricerca del volto del concorrente, ma non approdò a nulla e l’unico risultato fu che la stanchezza e la tensione lo addormentarono sulla poltrona del salotto.

Il giorno dopo, e anche i successivi, cercò di pedinare Silvia, ma inutilmente: la ragazza sembrava sparita.

Si informò preso una sua amica, ma questa gli disse che non la vedeva da un po’, a conferma quindi che con ogni probabilità aveva lasciato la città.

Stefano decise quindi di mettersi l’animo in pace, anche se tutta la vicenda e soprattutto la sua conclusione gli rodevano lo stomaco.

Poco a poco si accorse che il dolore così intenso che aveva provato nei primi giorni era diventato un’amarezza, una sorta di malinconia che lo portava ad accettare finalmente la realtà.

Dopo un paio di mesi conobbe occasionalmente Laura, una bella ragazza che lo colpì immediatamente e il cui sentimento fu contraccambiato. Ebbe inizio così una nuova relazione, improntata però per Stefano a un minor entusiasmo, proprio per la memoria dell’altra vicenda. Con il tempo, tuttavia, il sentimento di Stefano divenne una vera e propria passione e del fatto di Silvia restò solo un esile ricordo.

Da allora in avanti tutto sembrò procedere in discesa e così una bella giornata di settembre Stefano e Laura si sposarono. La vita insieme procedette nel migliore dei modi, in perfetta armonia, allietata anche dalla nascita di un figlio.

Inutile dire che Stefano si era quasi dimenticato di Silvia; di lei gli sovveniva brevemente il ricordo solo di quando in quando, e comunque era semplicemente un riaffiorare di un qualche cosa di ormai accantonato in un angolo della mente. In quelle occasioni non provava né  rabbia, né tanto meno amarezza; si era reso conto che in buona sostanza era semplicemente un fatto che era accaduto tanto tempo prima e nulla di più.

Gioiva ormai dei piaceri della vita in famiglia, dei successi sul lavoro, di quella serenità che era riuscito a ricostruirsi, ma il destino era in agguato e un giorno di dicembre, mentre era a passeggiare in centro, fra luci scintillanti, musiche natalizie e gente avida di acquisti, la mano che regola silenziosa e invisibile la nostra esistenza decise ancora una volta di dare il segno della sua presenza.

Stefano stava davanti a una vetrina quando si materializzò l’immagine riflessa di una persona che, benché non più giovane, non era stata cancellata dalla sua memoria.

Si voltò di scatto, gridando – Silvia!

Ma non c’era già più; intorno a lui si trovavano centinaia di persone infagottate nei loro giacconi invernali, donne impellicciate, bimbi con gli occhi sgranati per 

le meraviglie esposte nelle vetrine.

Si sforzò di guardare oltre quella calca, ma ovviamente era impossibile e allora decise di farsi largo, di avviare una improbabile ricerca nella moltitudine.

- Mi scusi, devo passare. Ho fretta – continuava a ripetere fendendo quella muraglia umana.

Cercava febbrilmente di rammentare come fosse vestita Silvia nell’immagine riflessa che, per un attimo, era apparsa davanti a lui.

- Un giaccone bianco – disse ad alta voce e più d’uno dei presenti rimase stupito per quella frase rivolta apparentemente al nulla.

Solo che di donne vestite così in quel posto e quel giorno ce n’erano non poche, anzi si sarebbe potuto dire che quasi tutte indossavano un giaccone bianco.  

Per fare più in fretta e vedere anche meglio decise di scendere dal marciapiedi, rischiando peraltro di essere investito dalle auto.

In quel modo, e con gli occhi non rivolti alla strada, percorse quasi tutta la via e già cominciava a disperare quando, in un crocchio di gente intorno a un funambolo che cercava di guadagnare due soldi, gli sembrò di scorgere nuovamente il volto di Silvia.

Cercò di andarle vicino, lavorando anche di gomiti e, fra le imprecazioni di qualcuno e con il cuore in tumulto, giunse finalmente dietro a lei.

Inspirò profondamente l’aria per percepirne il profumo e concluse che era Chanel n. 5, quello che lei usava abitualmente.

Adesso che l’aveva a pochi centimetri gli si smorzò quel senso d’ansia che l’aveva preso da quando l’aveva vista riflessa nella vetrina e che lo aveva accompagnato per tutta l’affannosa ricerca.

Il funambolo terminò il suo numero, qualcuno getto il suo obolo nel piattino e gli astanti si girarono per tornare alla loro passeggiata.

Si voltò anche la donna e il suo sguardo incontrò quello di Stefano.

- Silvia, sei tu Silvia!

- Scusi, non ho capito?

- Dico che sei Silvia.

- Guardi che lei si sbaglia.

- Sono sicuro di quello che dico.

- Mi chiamo Luisa e adesso se non si sposta e la smette chiamo una guardia.

- Non è possibile; prima mi hai lasciato senza una spiegazione e ora fai finta di non riconoscermi.

La donna si innervosì visibilmente, si guardò intorno e, visto che la gente sembrava interessata ad altro, si mise allora a gridare a squarciagola: - Aiuto! Aiuto, c’è un pazzo che ce l’ha con me.

Accorsero alcuni uomini, un vigile urbano e infine due poliziotti.

Stefano, bloccato, continuava a ripetere: - E’ Silvia, la mia ex, lasciatemi andare; voglio solo parlarle.

Andò a finire che entrambi furono portati in Questura.

- Dunque lei si chiama Stefano Dalmasso, ha 38 anni e abita in via Dunant numero 10…

- Sì, ma che cosa conta questo? 

- Dobbiamo, o no, identificare le persone coinvolte nel reato?

- Ma quale reato! Come vi devo ripetere che la signora è Silvia, la mia ex fidanzata e che desidero solo parlarle, chiederle dei chiarimenti su una certa vicenda accaduta in passato.

Il poliziotto alzò gli occhi dal foglio e si rivolse alla donna: - Il suo documento di identità, per favore.

- Eccolo.

- Dunque, vediamo… Luisa Altamura, nata a Cremona il 10/12/1962, residente a Bari, in Via Silla, 14. Mi sembra proprio che lei non sia la Silvia a cui si riferisce il signor Dalmasso.

Stefano avvampò, si protese a dare un’occhiata al documento e sbottò: - E’ evidentemente falso, oppure io ho preso un granchio.

In quel momento entrò un uomo alto e barbuto, mise una mano sulle spalle di Stefano e gli disse:

- Sì, consideri solo la seconda ipotesi. E la smetta di fare queste pagliacciate, perché se la signora non sporge querela la lasciamo andare. Siamo sotto Natale, vero signora?

Lei abbassò gli occhi, poi rispose: - Sì, poveretto, tutto sommato mi fa compassione; non sporgerò querela, purché la cosa non si ripeta, anche se è difficile che lo possa incontrare di nuovo, visto che sono di passaggio e già fra una decina di giorni rientro a Bari.

Il poliziotto si rivolse all’uomo alto: - Commissario, che facciamo?

- Semplice: mettiamo in libertà questi signori, con la raccomandazione a Dalmasso che non ne combini altre. A proposito, signor Dalmasso, come si chiamerebbe questa sua ex di cui lei ha accennato?

- Silvia Rubini.

Il commissario restò un attimo assorto, poi fece un cenno al poliziotto e si misero in un angolo a parlare sottovoce. Indi, ritornarono dai due, li salutarono porgendo gli auguri di buone feste e li lasciarono andare.

Fuori, davanti al portone della Questura, Stefano si scusò ripetutamente con la signora Altamura e poi si avviò, prostrato, verso casa. Ora, più che in passato, avvertiva netto un senso di angoscia che gli tormentava lo stomaco: le luci delle feste erano diventate insopportabili, la vista della gente lo infastidiva e tutto il mondo gli sembrava crollare addosso.

Intanto, il commissario si era fatto portare una cartella.

- Dunque, Silvia Rubini, nata a Cremona il 10/12/1962, residente in Cremona – Via Tito Speri, 15. Scomparsa improvvisamente il 20 settembre 1983. Prova a guardare la foto?

- Sì, commissario.

- Non trovi una certa somiglianza con la signora Altamura.

- Beh, un poco sì.

- Hai preso nota di tutti i dati?

- Sì.

- Prova a telefonare alla Questura di Bari e cerca di avere più informazioni su questa signora: che scuole ha fatto, che lavoro svolge, se è sposata, se si è mai mossa da Bari, ovviamente non per un breve periodo.

- Sarà fatto.

- Non è finita: voglio, anzi esigo, sapere tutto su questo Stefano Dalmasso. E sai perché? Perché Silvia Rubini è sparita, si è volatilizzata, senza che nessuno ne sapesse niente e, soprattutto, senza che si portasse appresso almeno una valigia. Ricordo quando andai nell’appartamento, su segnalazione della madre, defunta poi pochi giorni dopo la scomparsa, che c’erano perfino le luci accese. 

- E in quell’occasione ha parlato con i vicini e magari anche con il signor Dalmasso che dice di essere stato il suo ex fidanzato?

- I vicini non mi hanno saputo dire niente: Silvia Rubini non era quasi mai in casa, per motivi di lavoro, e inoltre era molto riservata; non ho parlato con il fidanzato per il semplice motivo che, secondo la madre, non l’aveva e anzi era il suo dispiacere che la sua bella figliola non avesse in testa di sposarsi.

- Ma allora che dice mai il signor Dalmasso?

- E’ questa la novità di un caso abbandonato perché tutti gli elementi non facevano che convergere o su un allontanamento volontario, o al massimo su un suicidio.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, Stefano Dalmasso fu convocato in Questura per comunicazioni urgenti e lì trovò il commissario.

- Si sieda, per cortesia.

- Ha da dirmi qualche cosa?

- Tante cose che spero le possano portare quella serenità di cui ha bisogno per il resto della sua vita.

- Lei pensa che io sia pazzo, vero?

- Pazzo? No. Le voglio fare una domanda: sapeva che Silvia aveva una madre?

- No. Mi ha sempre detto di essere rimasta orfana di entrambi i genitori fin da piccola.

- E le ha detto una bugia, anche se più che giustificabile. Era stata semplicemente adottata. E non le ha nemmeno detto di avere una sorella gemella?

- Certo che no.

- E in questo caso non mentiva, perché non poteva saperlo.

- Commissario, io forse non sono pazzo, ma se avanti così va a finire che ci divento veramente e immagino che le sorprese non siano finite.

- Facciamo una cosa: adesso le racconto tutta la storia. Però, prima, osservi questa fotografia che avevo trovato tanti anni fa in casa di Silvia e che ho conservato nel fascicolo.

- Ma sono io con Silvia!

- Appunto e questo mi ha subito indotto a pensare che quanto lei diceva non fosse un mero frutto della sua fantasia. Anche la gemella fu adottata, ma da un’altra coppia. Inutile dire che entrambe furono cresciute in ambienti differenti, ma da persone che vollero loro sicuramente bene. Non siamo ancora riusciti ad appurare come la gemella riuscì a sapere dell’esistenza di Silvia e perfino il suo indirizzo, ma scopriremo anche questo.

Un giorno suonano alla porta, Silvia va ad aprire e crede di specchiarsi, perché quella che le sta davanti è tale e quale lei. L’altra le spiega tutto, viene fatta entrare, viene ospitata, ma per non più di un paio di giorni. Silvia è felice di avere una sorella, ma questa le impone di non farne parola a nessuno per un breve lasso di tempo, adducendo chissà quali motivi. E infatti lei, signor Dalmasso, non ne viene a conoscenza e nemmeno l’ultima sera in cui vi siete visti con Silvia questa le ha accennato della sorella. Voi due trascorrete il tempo cenando in pizzeria; lei la riporta a casa, ma senza salire, perché è tardi. Silvia entra in casa, la gemella si offre di prepararle una tisana per conciliarle il sonno e invece l’avvelena. Il corpo viene trasportato, con l’aiuto di un complice, in una discarica dove non potrà mai essere trovato. Bisogna però sistemare, in altro modo, il fidanzato, affinché non possa scoprire il tutto e allora il giorno dopo, la mattina, le telefona. Le voci sono quasi identiche, le parole dette sono  sicuramente poche e lei, signor Dalmasso, ci cade ed entra in crisi.

Successivamente, la gemella, spacciandosi per Silvia, va a trovare la madre, giustificando in chissà quale modo la sua temporanea scomparsa; lì la fa schiattare con un intruglio a base di digitalina e nessuno fa caso a una morte improvvisa per un attacco cardiaco, considerata l’età della signora e i disturbi circolatori da cui è afflitta. Compiuto anche questo delitto, l’omicida sparisce, salvo riapparire proprio in questi giorni.

- E il perché di tutto questo orrore?

- Soldi, beni immobili, insomma una bella eredità e, dato che proprio il 29 dicembre si prescrive il diritto per accettarla,  la gemella, sicura che nessuno possa sospettare di lei, ritorna; davanti al notaio, con cui ha già preso l’appuntamento, avrebbe giurato di essere Silvia, esibendo una falsa carta di identità.

-Avrebbe?

- Certo, avrebbe, perché già le abbiamo messo le mani addosso ed è bastato poco per far luce su questo mistero: una telefonata alla Questura di Bari, con cui abbiamo appurato che la gemella di Silvia è Luisa Altamura. Se non ci fosse stato lei, signor Dalmasso, e l’amore, direi meglio un sentimento più smorzato come l’affetto per chi l’ha lasciata di colpo e apparentemente senza motivo, non saremmo mai arrivati alla conclusione di questo caso. Dopodomani è Natale e le porgo i miei auguri: ne ha bisogno.

- Buone feste, commissario.

Uscì all’aria aperta, osservò i festoni, le luci, la gente che sciamava per le ultime compere: gli sembrò di ritornare alla vita.       

 

 

 

Nota: questo racconto è stato segnalato nell’ambito  del Concorso SANguinario VALENTINO II Edizione.

   

 

      

       

 

  

   

 

 

 
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