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  Racconti  »  Storie di paese Prima Serie  »  La messa delle sette 28/01/2006
 

E' la prima della giornata, con la campana che risveglia anche chi continuerebbe volentieri il suo sonno; poco frequentata, se non dalle vecchine ansiose di porre fine a una notte di dormiveglia e di spettegolare, prima e dopo la funzione, sul sagrato della chiesa. Sì, perché anche il cicaleccio a bassa voce, le parole dette a mezzo, le allusioni, finiscono con il diventare una funzione nella funzione e rappresentano la condizione indispensabile per iniziare un nuovo giorno.

E in paese, dove tutti si conoscono e tutti sanno, i luoghi d'incontro sono sempre quelli: il negozio del barbiere, quello della parrucchiera, l'osteria e appunto il sagrato.

E' stupefacente vedere come persone avanti con gli anni affrettino il passo, quasi si precipitino, per essere tempestivamente presenti a questo rito; c'è chi fa colazione con il latte e il caffè, e c'è chi  preferisce le ultime notizie, spesso sviluppo di informazioni dei giorni precedenti.

Ecco venire dalla strada dell'argine la Ciuffina, chiamata così per via di una cresta di capelli rigorosamente tinteggiati di biondo, preceduta dalla ottuagenaria Pioppina, ancora dritta e alta, nonostante l'età, donde il soprannome.

Raggiungono il crocchio davanti la chiesa e improvvisamente la discussione si anima, prende toni accesi, perché oggi c'è qualche cosa di nuovo, una notizia di quelle da prima pagina.

- L'ho saputo ieri sera dalla perpetua e la cosa è certa, perché è stata confermata dalla Iside Tirabassi, la cugina di Don Zeffirino.

- E' quasi incredibile! E chi mai avrebbe pensato a una faccenda del genere; a vederlo, non si sarebbe proprio detto. Non c'è più mondo; chissà dove andremo a finire. Ai miei tempi era tutto diverso e ognuno si teneva il suo ruolo.

La Ciuffina, ultima arrivata, non ha fatto in tempo a sentire la prima parte del colloquio e si agita, vuole sapere, mordendosi le unghie per l'impazienza – Ripeti, ripeti, che io e la Pioppina non abbiamo sentito.

In quel momento, però, si apre la porta della Chiesa e il chierichetto annuncia che la messa ha inizio.

Le voci cessano, le vecchiette entrano con passo lento e si accomodano ai banchi, sempre allo stesso posto, quasi che per usucapione sia potuto diventare una proprietà personale.

Don Zeffirino, insonnolito, con l'artrosi che lo frena, comincia la funzione, che le vecchine seguono attente con gli occhi, ma con la mente altrove. 

In particolare c'è la Ciuffina che si agita, che vorrebbe tanto sapere, ma che per il momento non può e deve rimandare per forza alla fine della messa.

Ogni tanto volge gli occhi alla Iside, la cugina del parroco, ma questa non sembra accorgersene e assorta partecipa alla funzione.

E finalmente, quando don Zeffirino, tutto piegato dall'artrosi, biascica la frase di rito, in un attimo la chiesa si svuota e tutte si ritrovano sul sagrato.

Quasi implorante la Ciuffina reitera la richiesta di sapere e allora proprio la Iside, con aria circospetta, si guarda intorno, chiama a sé tutte e con voce bassa, ma ferma, racconta per l'ennesima volta il fatto.

- Che non si sappia in giro, perché è una cosa troppo grossa, pericolosa, con questi tempi che vedono i comunisti cercare di soffocare la libertà, di far venire da noi quei senza Dio, volgari, violentatori di donne.

Al che si alza un mormorio di sdegno, misto a paura, come se quelle signore attempate, forse un tempo appetibili, potessero diventare da lì a poco gli oggetti di stupri di massa.

- Beh, acqua in bocca pertanto, perché ne va della vita! Conoscete tutti quel losco individuo del Guercio, il capo dei malfattori rossi, il simbolo stesso del prepotente, con quel mezzo sorriso dalla parte dell'occhio sano; un brutto ceffo, anche come aspetto, eppure, se non bastavano i discorsi da sobillatore, da rivoltoso, da caporione di marmaglia, ha anche un altro difetto incredibile, ma che dico mai? Non è un difetto, è il peggior vizio, proprio dell'essere abominevole quale è; ho vergogna a dirlo, non so ce la faccio…

- Dai, fatti coraggio – tutte in coro.

- E' meglio che ve lo spieghi un po' per volta; dunque, non so se avete notato che ogni sera lascia il paese con quella sua vecchia moto; alla moglie dice che va a una riunione del partito e lei ci crede, poverina. Una tragedia familiare e lui si permette di far questo perché la femmina che tiene in casa è un'oca. Ebbene, vi dico subito che non va alle riunioni di partito.

- Va al casino? -  sbotta la Ciuffina.

- Magari! Peggio, molto peggio. Tre giorni fa, mio marito, che si era dovuto fermare in città per alcune questioni e aveva perso l'ultima corriera per il paese, stava gironzolando per i giardini, quando l'ha visto con un bambino, con un povero innocente; e lo accarezzava, capite lo accarezzava; e poi con il piccolo, che avrà al massimo quattro anni, è andata dietro un cespuglio, ci sono rimasti un po' e poi quando sono riusciti il Guercio aveva in mano….oh, mio Dio…, aveva in mano le mutandine del piccolo. Capite adesso che quell'essere abominevole è anche un pederasta. Bisogna avvertire i carabinieri, bisogna fare qualche cosa. Comunque, in ogni caso, mute come i pesci, mi raccomando, perché quello è capace di tutto.

Il silenzio, per certe cose, è veramente d'oro ed in capo ad un'ora tutto il paese viene a conoscenza del fatto e, naturalmente, anche il maresciallo dei carabinieri che tiene d'occhio il Guercio da un po' di tempo per la sua attività politica. E' così che decide di convocarlo in caserma; tutto il paese lo vede entrare e dopo nemmeno una ventina di minuti venirsene fuori ridacchiando.

La Iside non può fare a meno, allora, di cesellare il fatto con una chiara allusione alle possibilità di corruzione dei rossi, così che in paese si formano due fazioni, con i governativi che additano il Guercio al pubblico ludibrio e con i comunisti che ne prendono le difese, molti per dovere d'obbedienza e alcuni perché non credono possibile la cosa.

Sono i primi anni da quando è finita la guerra e l'odio viscerale proprio della resistenza ora prosegue, con sgarbi quotidiani, e in alcuni casi con vere e proprie risse.

La situazione in paese sta diventando insostenibile, tanto che il maresciallo decide di convocare tutti in piazza per fare un po' di chiarezza sulla questione, ma non lo lasciano neppure iniziare a parlare e, fra fischi e grida di venduto, deve quasi rifugiarsi dentro la caserma.

Il giorno dopo, che è domenica, si è sparge la voce che, durante la messa delle 11, la più seguita, a cui partecipano tutti, anche i rossi, tranne qualcuno, Don Zeffirino parlerà del caso Guercio.

L'afflusso è massiccio, tanto che tutti non riescono a entrare e restano sul sagrato, ma il grande portone resta aperto. Mancano poco alle 11 quando arriva uno che a messa non ci va mai: il Guercio. Passa fra due ali di folla, fra invettive e applausi a seconda dell'opinione politica, si inginocchia davanti all'altare e prende posto in prima fila.

Don Zeffirino lo guarda e gli dice – Posso?

- Sì.

- Figliuoli, la nostra comunità è profondamente turbata da una notizia che circola in questi giorni, una notizia che avrebbe sconvolto chiunque che non sapesse. E' una storia che conosco da tempo, perché l'interessato, anche se ateo, a suo tempo ha voluto confidarsi con me come amico di vecchia data. Lo ricordo quando bambino era immancabile ed è stato uno dei miei migliori chierichetti, ma poi la guerra, le tragedie avvenute dopo il 1943 hanno modificato il suo carattere, la fede ha cominciato a vacillare e ne ha trovato una nuova, blasfema, terrena, antireligiosa, ma lui la serve con grande scrupolo morale. Il Guercio è un avversario, dunque, e non un nemico, e un giorno confido che, come tante, troppe pecorelle smarrite possa rientrare all'ovile e il suo pastore l'accoglierà a braccia aperte.

Si ferma un attimo a prendere fiato e guarda la moltitudine che gremisce la chiesa; ci sono volti conosciuti ed altri sconosciuti, ma tutti presentano la stessa espressione di chi aspetta tanto una notizia d'importanza fondamentale.

- Non si può infangare una persona, lanciarle delle accuse così ignobili e per questo racconto ora la verità. Sapete tutti che negli ultimi due anni della guerra è stato su in montagna a fare il partigiano e più di una volta ha visto la morte in faccia, e qualche altra l'ha data lui; ebbene, c'è stato un giorno in cui la sua banda è stata accerchiata dai tedeschi; la situazione sembrava ormai disperata, ma lui non si è dato per vinto, ha ordinato di resistere fino alla notte quando maggiori erano le possibilità di sganciarsi. Uno dei suoi uomini, che poi non ci è riuscito, è stato catturato e fucilato; ebbene questi gli aveva chiesto un grandissimo favore: prendersi cura del suo unico figlio, nato da pochi mesi. E lui ha promesso che l'avrebbe fatto.

Si raschia la gola  e guarda i presenti che ormai pendono dalle sue labbra.

- Così, ogni quindici giorni, tramite me, per non far sapere la cosa in giro, sono ormai tre anni che il Guercio manda una piccola somma alla vedova, che sta in città con il piccolo. E come farebbe ogni buon papà, tre sere ogni settimana, terminato il lavoro, va a trovarlo, lo porta a spasso, gli fa fare i bisogni quando gli scappano. Ecco, ho detto tutto.

La gente mormora, si volge verso il Guercio, ma lui se n'è già andato.

Un cenno della mano di Don Zeffirino e la messa ha inizio.

 

 
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