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  Racconti  »  I racconti del nonno  »  La prima volta 29/03/2006
 

“Nonno, quando hai fatto l'amore per la prima volta?”

“Ma cosa ti sogni mai! Non sono domande da bambino per bene quale sei te.

A scuola alcuni miei compagni ne parlano, ma mi sembra che non abbiano le idee chiare; c'è Carletti che dice che ha visto il suo babbo baciare la sua mamma e invece Rossi mi ha raccontato che un uomo ed una donna stanno nudi uno di fronte all'altro e così fanno l'amore.”

“Ah, un giorno capirai senza io ti spieghi; però mi hai fatto venire in mente quella che avrebbe dovuto essere stata la mia prima volta e, per fortuna, non avvenne niente. Adesso ti racconto, ma non farmi domande chiarificatrici, va bene?”

 

E' accaduto quell'anno della festa con la storia dell'albero della cuccagna che ti ho già raccontato; più o meno il fatto si verificò un mesetto prima della sagra. Avevo quindici anni, non andavo più a scuola e lavoravo quasi ogni giorno in campagna: insomma, mi sentivo un adulto, anche se non lo ero. Avevo preso così l'abitudine la domenica pomeriggio di andare all'osteria del paese, raduno obbligato dei maschi del luogo, ove, stimolati da un bicchiere di vino, scioglievano le lingue, con un argomento pressoché fisso: le capacità amatorie. L'impressione era di essere in un pollaio con tanti galli e neppure una gallina; ovviamente una chiacchiera tirava l'altra e si finiva con lo sparlare di qualcuna. Uno dei soggetti preferiti era la vedova Patti, donna sulla trentina, da tutti definita una mangiatrice di uomini, anche se poi risultava che nessuno l'aveva sperimentata. Certo, erano chiacchiere spesso a vuoto, piccole vanità di gente per lo più analfabeta, che vedeva in una supposta particolare virilità quella realizzazione nella vita, altrimenti insignificante, fatta com'era di lavoro duro e poco pagato, dall'assillante problema di far quadrare i conti in modo che nella giornata, oltre alla cena, ci fosse anche un pranzo, per quanto grami entrambi. Io ascoltavo in disparte, cercando di capire quali erano le verità e quali invece le spacconate. E fu così che venni a conoscenza dell'esistenza in paese di una persona, diciamo, molto disponibile.

“Dove vai?” disse Tonio a Francesco, che si apprestava a lasciare l'osteria.

“Mi sono rimasti tre soldi, giusti giusti per un colpetto all'Adalgisa.”

“Sempre bene in carne quella femmina, vero?”

“Sì, anche troppa, ma mi vanno abbondanti; non voglio stringere le ossa di mia moglie; qualche volta bisogna pur togliersi la voglia di avere tanto da guardare e da toccare.

“Più tardi penso proprio di farci un salto pure io; è un po' che non ci vado ed ho nostalgia di quella baldraccona. E tu ragazzo, che hai da ascoltare? Questi sono discorsi per uomini, e non per mocciosi che hanno ancora la goccia al naso.

Rimasi sconcertato e “Non faccio del male, se ascolto. E poi non sono un moccioso, io sono un uomo che lavora tutto il giorno e che contribuisce a mandare avanti la famiglia.

“Mi fai ridere; quella non è roba per te: non sapresti che farci. Va, levati dai piedi, ed oggi sono generoso: ti faccio anche un regalo, sì un regalo ad un uomo come te…” e mi allungò una sigaretta tutta rattrappita.

Francesco uscì e pure io; lo seguii, un po' a distanza, in modo che non se ne accorgesse, una prudenza forse eccessiva perché i due bicchieri di vino tracannati cominciavano a fare il loro effetto; camminava traballando, appoggiandosi ogni tanto ai muri delle case, finchè giunto in fondo alla via entrò in una mezza stamberga.

“Allora è lì che sta l'Adalgisa” mi dissi ed il cuore cominciò a battermi forte. Ecco, ero vicino alla fonte di ogni piacere; bastava che attendessi l'uscita di Francesco e poi mi facessi avanti ed anch'io avrei assaporato l'ebbrezza dell'amore, come un vero uomo. Contai i soldi in tasca ed erano appunto tre baiocchi, ma restava un dubbio: avrei fatto bene, o avrei commesso un peccato; sarei diventato così un uomo, o sarei rimasto il ragazzino delle prime esperienze solitarie; ne sarei stato capace, o avrei fatto miseramente fiasco?

I pensieri affardellavano la mente; il cervello sembrava scoppiare e mi diceva di non farlo, ma in certi momenti non si ragiona con la testa, ma con qualche cosa che esplode prepotente dentro di te e a cui non riesci ad opporti.

Così quando Francesco se ne uscì, entrai io.

C'era una sola camera, con un pagliericcio e sopra, nuda come l'aveva fatta mamma, stava l'Adalgisa. Era quella che si sarebbe detta una buona stazza, abbondante in ogni parte, con due seni che sembravano cocomeri ed un di dietro mastodontico;  sui quaranta, quarantacinque anni, il volto, non bello, enorme e sfatto mi ricordò chissà perché certi rospi che s'annidavano nei fossi delle risaie.

“Che vuoi, ragazzino?”

“Io, io…. “

“Eh, spicciati, che tempo da perdere non ne ho con un moccioso”

“A dir la verità, passavo di qua ed allora…”

“Va la, lo so che cosa vuoi.” e spalancò oscenamente le gambe a mostrare quello che pensava fosse il meglio della sua mercanzia.

Rimasi impietrito: mi ero immaginato qualche cosa di diverso, un fiore che sbocciava e non ….

Corsi via, mentre l'Adalgisa rideva sguaiatamente.

Appena fuori, mi appoggiai ad un muro a prendere fiato: se l'amore era così, non l'avrei mai fatto in vita mia, ma già sapevo che non era vero, perché da un po' di tempo provavo uno strano sentimento, di gioia e di ansia insieme, per una ragazzina di nome Marianna; con lei avrei dovuto ritentare e forse allora sarebbe finita diversamente.

Mi trovai in mano la sigaretta; la portai alle labbra e l'accesi: aspirai una prima boccata e subito presi a tossire convulsamente.

Ero quasi chino al suolo a sputare anche l'anima, quando mi arrivò una scapaccione fra capo e collo.

“Ecco il nostro ometto; ma vattene a casa a succhiare il latte”. Era Tonio che, fischiettando, entrava dall'Adalgisa.

Ma perché mai avrei dovuto diventare uomo, perché non potevo restare ragazzino? Fu solo un attimo di sconcerto, poi ricordai il sorriso con cui la Marianna alcuni giorni prima aveva contraccambiato il mio sguardo, e allora ripresi la strada, le mani in tasca, fischiettando un motivetto allora in voga.

 

 
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