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  Racconti  »  Fiabe  »  La fontana magica 26/08/2006
 

Come ogni favola che si rispetti è d’obbligo iniziare con C’era una volta e infatti sarà così, ma, se leggerete con attenzione, noterete che il tema trattato non ha tempo.

 

C’era una volta, talmente tanto tempo fa che non è possibile ricordare quando fu, un piccolo staterello, un borgo medioevale arroccato su una collina con tanto di castello, di armigeri, di principi e principesse.

All’intorno digradavano i campi coltivati dai villici e quasi ai suoi confini, dove la terra sembra toccare il cielo, un fitto bosco dava ospitalità ad animali selvatici e anche a qualche brigante da strada.

Gli unici a penetrarvi erano il signore del castello e la sua scorta, nelle battute di caccia al cervo o al capriolo, ma, non del tutto infrequente, nonostante i rischi se sorpresi, si aggiravano improvvisati bracconieri, tesi ad integrare con un po’ di carne di qualità lo scarso e povero cibo di ogni giorno.

E uno di questi è proprio il personaggio di questa storia, un povero servo della gleba; né brutto né bello, né alto né basso, Girolamo – così si chiamava – era il settimo di una famiglia che non riusciva a combinare il pranzo con la cena. Era giovane, e anche abbastanza forte, e senza spirito di ribellione ogni tanto si avventurava nel bosco a metter trappole per le lepri, che vi abbondavano.

Un giorno, mentre faceva il giro delle tagliole per vedere se qualche bestiola vi era imprigionata, nel prendere per sbaglio un altro sentiero, a lui sconosciuto, arrivò a una radura dove al centro troneggiava una fontana di granito, come quella della piazza davanti la chiesa, e, assetato, si accostò per bere. Fu allora, che fra i cerchi mossi dall’acqua che cadeva, vide riflesso il suo viso, con la barba tutta incolta e la pelle che già iniziava a raggrinzirsi, nonostante la giovane età.

Rimase triste a guardare l’immagine della sua modesta condizione, ripensò alle ore di lavoro per il suo signore, al poco cibo con cui si sostentava, ma, soprattutto, vide accanto a sé il volto stupendo, dallo sguardo altero, della giovane principessa, un sogno del tutto proibito per lui. Si prese la testa fra le mani e iniziò a piangere e quando le lacrime, lasciando il suo viso, presero a cadere nell’acqua della fontana, udì una voce:

- Chiedi e sarai esaudito.

- Chi parla?

- Io.

Girolamo si volse all’intorno impaurito e non vide nessuno.

- Dai, non fare lo sciocco; sono io, la fontana.

- La fontana che parla? Gesù, Maria, Santissimi Apostoli, o sono pazzo, o c’è il diavolo.

- Ma no, non temere. Ti ripeto: chiedi e sarai esaudito. Che cosa vuoi? Ti piace la bella principessa, vero?

- Sì, è vero, ma io sono povero e brutto.

- Formula un desiderio alla volta, qualsiasi desiderio, e io lo tramuterò in realtà.

- Mi piacerebbe essere bello, almeno come lei.

- Ecco fatto.

Girolamo si specchiò nell’acqua e non si riconobbe: davanti a lui c’era un giovanotto, alto, biondo, dagli occhi azzurri e con un volto dai lineamenti regolari e delicati.

Grazie, grazie – e corse via.

Quel giorno iniziava il torneo dell’Immacolata e tutti si raccoglievano intorno al campo di gara, plebei e signori.

Girolamo si fece avanti con forza nella calca del settore dei servi, ma alla fine si mise in prima fila, proprio davanti al palco dei principi e la vide subito, splendente nella sua bellezza altera.

Si agitò per farsi notare e infatti lei lo degnò di uno sguardo; fu solo un attimo e poté leggere nei suoi occhi l’interesse improvviso, ma altrettanto rapidamente subentrò un chiaro atteggiamento di disprezzo.

Dire che rimase deluso è dir poco, perchè si rese chiaramente conto che la sua bellezza passava in secondo piano rispetto al suo stato sociale.

In preda allo sconforto, ma deciso di ritentare corse al bosco, si affannò a cercare il sentiero per giungere alla fontana e quando il sole già cominciava a calare lo trovò.

Arrivato alla radura si accorse che già stava sorgendo la luna; stremato si lasciò cadere e fu vinto dalla sonno.

Fu una notte di cui ebbe a lungo memoria, con sogni popolati da sabba di streghe, da diavoli danzanti intorno a un fuoco, da lontani suoni di cornamuse.

Il primo sole lo svegliò e ancora con gli occhi piccini si appressò alla fontana per tergersi il volto.

- Sapevo che saresti tornato.

- Sapevi?

- Certo. Agli uomini non va mai bene niente.

- Non ho avuto fortuna e, soprattutto, per lei non conta la bellezza, ma la classe sociale.

- Niente di nuovo sotto il sole; da quando esiste il mondo conta più l’apparenza.

- Fammi diventare nobile, trasformami in un cavaliere di alto lignaggio che partecipa al torneo.

- Nessun problema; per quanto ovvio, però, fisicamente ritorni quello di prima. Per te è lo stesso?

- Certamente.

- Detto, fatto.

Girolamo non ebbe nemmeno bisogno di specchiarsi, mentre si sentiva avvolgere dall’armatura e prendeva le redini del bianco cavallo che uno scudiero gli porgeva. Poi fu aiutato a issarsi sul destriero e finalmente si incamminò verso il borgo.

All’arrivo sulla piazza del torneo tutti si volsero ammirati nel vedere il nuovo cavaliere, nella sua lucente armatura. Quando il maestro di cerimonia gli chiese il nome gli venne spontaneo:

- Sono Girolamo Barbarico da Cortona, duca di Forlimpopoli e visconte di Castrocaro.

Sotto la celata i suoi occhi corsero al palco, a cercare la principessa. Lei era là, splendida come al solito, e lo guardava stupita.

Si diede inizio alla tenzone, ma lui che non pensava ad altro, che non vedeva che quella leggiadra figura femminile, al primo scontro fu disarcionato e, quel che è peggio, un pezzo di legno della lancia gli si conficcò nel costato.

Corse subito il cerusico, ma lui, nonostante il dolore, era lei che cercava e invece la bella principessa stava lanciando il suo guanto di candida seta al cavaliere che lo aveva sconfitto.

Gli si fecero intorno, lo sollevarono di modo che l’occhio clinico constatasse la gravità della ferita e l’insigne e dotto medico si limitò a scuotere il capo.

Con il poco fiato che gli restava, Girolamo pregò gli astanti d’esser messo sul suo cavallo, così da cercare di andar a morire a casa sua.

Fu accontentato e allora incitò il cavallo a correr più veloce del vento, a raggiungere il bosco in un baleno, ad accostarsi ancora una volta alla fontana.

Così fece la bestia e stramazzo affranta, disarcionando il suo cavaliere che finì dentro la vasca d’acqua fresca.

- Un po’ di educazione! Mi fai traboccare. Capisco, però, il motivo. Hai un ultimo desiderio da esprimere.

- Fammi ritornare me stesso.

- Siete strani, voi umani. Cercate di essere sempre diversi per poi alla fine desiderare che nulla sia cambiato. E va bene, non preoccuparti. Sarai di nuovo tu e non morirai; però, resterai un povero servo in un mondo che sarà sempre fatto di tanti servi e di poche principesse.

Girolamo si ritrovò nei vecchi panni, senza più ferite al costato; uscì dalla vasca e prese la via del ritorno. Giunto al margine della  radura si volse un attimo a guardare la fontana da cui non usciva più acqua.

Alzò la mano in segno di saluto, poi corse alla sua capanna.      

 

       

 

      

 

 
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