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  Racconti  »  Horror  »  Il ritorno 27/04/2006
 

Paolo guardava scorrere la campagna attraverso i finestrini; già stavano calando le prime ombre della sera ed il treno non sarebbe arrivato a destinazione prima di un paio d'ore.

Riflesso nel vetro semiappannato scorse il suo viso; i capelli incolti si arruffavano sulla fronte, la barba lunga ed incolta lo rendeva pressoché irriconoscibile; nessuno avrebbe potuto mai dire che quel clochard rannicchiato nell'ultimo sedile della carrozza era stato un tempo una persona come tutte le altre, un uomo rispettabile e rispettato, amato ed anche invidiato.

Erano passati quasi tre anni da quando, uscito da casa per andare al lavoro, non si era presentato in ufficio, né aveva fatto ritorno alla sua dimora.

Come era stato trascorso questo lungo periodo?

A zonzo, di qua e di là, sempre più lontano, senza una meta, senza uno scopo se non quello di dimenticare, di cancellare dalla mente il ricordo di una vita serena e felice fino al tragico evento della morte dell'unico figlio, un bel bambino di otto anni, stroncato da un male che non perdona.

Quell'evento, così doloroso, così drammatico, anziché rinsaldare il rapporto con la moglie lo aveva spezzato; era stato se come la vita vissuta insieme fino a quel momento non avesse più avuto senso, come se la sua vita fosse divenuta improvvisamente vuota ed inutile.

E pensare che l'aveva amata così tanto! Ma già alla nascita del bimbo, il sentimento si era affievolito e lui aveva riversato tutto il suo amore su quella piccola creatura, la cui scomparsa aveva segnato indelebilmente la sua vita. Aveva provato un dolore indicibile e gli era sorto un rifiuto per ogni essere vivente, compresa la moglie. Non riusciva a spiegarsi questo atteggiamento così drastico, ricordava solo che provava un dolore lancinante che lo portava ad isolarsi; la moglie non l'aveva capito o forse aveva compreso, ma non era riuscita a lenire la sua disperazione.

Erano passati quasi tre anni, senza aver mai dato notizie di sé, ed ora faceva ritorno a casa, ancora angosciato, ma terribilmente conscio di ciò che gli era accaduto; la morte non è che una fase, l'ultima, del ciclo vitale e nel caso del suo bimbo si era presentata solo troppo presto.

Che cosa avrebbe detto alla moglie? Non lo sapeva e non riusciva a pensare; si guardò intorno; nella carrozza non c'era che un'altra persona, un uomo distinto, ben vestito con un abito nero che, di tanto in tanto, sollevando gli occhi dal taccuino che stava leggendo, gli volgeva lo sguardo, uno sguardo inespressivo, quasi bovino.

Il tempo passava; una stazione dopo l'altra ci si avvicinava alla meta; ecco, la prossima sarebbe stata la sua.

Il treno rallentò sferragliando, per poi fermarsi; Paolo scese dalla carrozza, seguito dallo sconosciuto.

L'aria fresca lo stordì; aspirò forte a sentire il profumo di casa ed uscì dalla stazione.

Si avviò, quasi barcollando, verso la sua abitazione.

Ma che stava facendo? La consapevolezza di quello che gli era accaduto non giustificava il suo comportamento di tre anni prima, l'abbandono della moglie e del lavoro; si rese allora conto che la tragica scomparsa del figlio non aveva che fatto emergere il suo carattere di perdente, la sua insoddisfazione di fondo, l'assenza di un vero scopo nella vita, la mancata conoscenza del vero senso della parola amore, quell'amore che è dato soprattutto dall'offrirsi, dal saper ascoltare, dal riuscire con un solo sguardo a spiegarsi; lui, invece, aveva sempre chiesto affetto, ricambiandolo troppo poco. Anche l'amore per il figlio era stata una semplice ancora di salvezza, un senso unico ed eccessivo della sua vita; più che amare il bimbo vedeva in lui se stesso, quello che avrebbe potuto essere e non sarebbe stato mai.

Calde lacrime gli solcarono le guance, mentre si apprestava ad attraversare il ponte sul fiume;quello che non aveva capito in tre anni di lontananza ora gli era chiaro; lui non era quello che pensava, che sperava, era semplicemente un uomo che non sapeva amare.

Si appoggiò al parapetto e guardò l'acqua scura.

“E' ora”.

Qualcuno aveva parlato; si volse e vide l'uomo del treno.

“E' ora, che tu voglia o no; non essere scontento di quella che è stata la tua vita che non hai di certo apprezzato; però ti sei reso conto di esistere, hai compreso le tue manchevolezze ed alla fine hai capito che cos'è l'amore, il suo significato, la sua essenza, la vera ragione per la quale miliardi di esseri umani hanno potuto essere consapevoli di far parte di un disegno preordinato e non di una casualità.    

Paolo guardò l'acqua torbida che si avvicinava sempre di più e che si aprì, per poi richiudersi subito.

L'uomo del treno fece una spunta sul suo taccuino, poi a passi lenti attraversò il ponte, scomparendo nell'oscurità.

 

 
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