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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Il maestro Ciliegia 21/02/2024
 

Il maestro Ciliegia

di Renzo Montagnoli





Rimase a insegnare alla scuola elementare del paese per non più di un paio di anni, ma c´è ancora chi lo ricorda, a distanza di più di quattro lustri. Timido, un po´ introverso, sempre in affanno nei rapporti con l´altra gente arrossiva con una facilità sorprendente, tanto che non c´è da meravigliarsi se Evaristo Battilegna, insegnante di scuola elementare, fosse più conosciuto con il soprannome di Ciliegia ed era già stata una scelta gentile, perché qualcuno agli inizi aveva cominciato a chiamarlo "Pomodoro", sebbene per la sua gentilezza e la sua disponibilità non meritasse come pseudonimo quello di una verdura. Ciliegia era l´ideale, richiamava un frutto succoso, bello a vedersi e tanto desiderato dai bambini, e furono proprio i suoi alunni ad attribuirgli quel Ciliegia che l´avrebbe caratterizzato negli anni a venire. Un po´ spaesato nella bassa padana, lui che che veniva da Fiumalbo, un piccolo borgo dell´appennino modenese, nei complicati giochi delle assegnazioni degli incarichi si era trovato di colpo destinato a quel paesino in riva al Po, dove si diceva che le estati fossero calde e infestate dalle zanzare e che gli inverni per contro fossero gelidi e nebbiosi.

Come alloggio trovò una camera dalla ex maestra Gnutti, una donna ormai in pensione e che per far quadrare il bilancio si era decisa ad affittare tre camere della casa che le aveva lasciato in eredità il marito, morto sul fronte greco nel corso della seconda guerra mondiale. Oltre a Ciliegia, pardon Battilegna, erano altri due pensionati, il cavalier Odorizio Fabbi, ufficiale postale, uomo un po´ attempato e scapolo (di lui si mormorava che fosse uno sciupa femmine) e la signorina Margherita Levadotti, maestra pure lei, nubile, il che non era poi una stranezza, visto che era tutt´altro che una Venere. Ognuno aveva la sua camera, con un bagno in comune, e faceva colazione, pranzo e cena con quello che passava la signora Gnutti, che a detta di molti non era certo una gran cuoca, ma che riusciva a sopperire a questo difetto propinando di continuo patti semplici, come le uova al burro o il pollo lesso, lanciandosi solo in piatti elaborati come minestroni, di cui quello con i fagioli si mormorava fosse il suo cavallo di battaglia.

A scuola, nonostante la timidezza il maestro Battilegna si prodigava al massimo, riuscendo a far appassionare i suoi piccoli allievi, che lo stimavano molto e che gli avevano attribuito quel soprannome non certo per scherno, visto il rispetto che avevano per lui. Il Ciliegia, terminate le ore di lezione, quando il tempo lo consentiva faceva lunghe passeggiate in riva al Po, di cui apprezzava il fluire pacioso, i tramonti sulle acque che lente scorrevano e i filari di pioppi che ombreggiavano le sponde. Anche la signorina Levadotti trascorreva buona parte del tempo libero in riva al Po e ogni tanto incontrava il Ciliegia, con cui scambiava un rapido saluto, mentre lui immediatamente arrossiva. A scuola avevano classi diverse, con quella della Levadotti dove non mancavano due o tre discoli. E fu uno di questi, il più lavativo, il meno studioso, che aveva avuto più di una nota di biasimo, ad architettare il piano.

- Dobbiamo fare innamorare la Levadotti. - disse Giuseppe Leoncini, così si chiamava. Gli altri due lo guardarono stupiti e risposero: - Che lei si innamori di qualcuno ci sembra normale, ma che qualcuno possa diventare il suo moroso è come fare una cinquina al lotto. E´ brutta, è secca, quando cammina sembra un´oca, insomma non vediamo come sia possibile.

- - Ma se architettiamo un piano in cui un uomo si innamora di lei, senza ovviamente che lui ne sia al corrente, il gioco è fatto, lei si illude e quello la delude, e la vendetta è completa - replicò secco Leoncini.

Studiarono un piano e pensarono bene che era inutile trovare un uomo di bella presenza, anzi era opportuno che fosse di normale presenza e magari timido come... - Come? - si chiesero. - Come il maestro Ciliegia - fu l´unanime risposta.

Pensarono allora di scrivere alcuni bigliettini amorosi del tipo "Sei la donna dei miei sogni; sempre ti amerò ". Per recapitarli non era difficile, visto che Leoncini, figlio del fornaio, tutte le mattine, prima della colazione, portava il pane alla maestra Gnutti. Lì bastava far scivolare il bigliettino sotto la tazza della Levadotti; ne aveva una tutta sua, di colore verde, e quindi era impossibile sbagliarsi.

Iniziò così l´esecuzione del piano. La Levadotti sollevò la tazza, vide il biglietto, lo prese, lo mise subito in tasca, poi corse in camera sua e lesse " Luce dei miei occhi, solo tu dai un senso alla mia vita". Arrossì, si agitò e si chiese chi potesse essere, ma non era difficile visto che a tavola con lei c´erano solo il Fabbi e il Battilegna. Si sentiva tutta sconvolta e quel giorno a scuola tenne una pessima lezione, con frequenti vuoti di memoria. Il giorno dopo a colazione altro biglietto "Non dormo più, penso solo a te". Cominciarono le palpitazioni, poi si disse che doveva sapere chi dei dei due le scriveva quei biglietti. Alla colazione del giorno successivo, trovò il biglietto, che preferì leggere a tavola, poi decise di agire; guardò prima il cavalier Fabbi, facendogli un sorriso e una strizzatina d´occhio, ma dall´espressione di repulsione che ebbe lui si convinse che l´estensore dovesse essere l´altro a cui riservò uno sguardo quasi d´intesa che fece avvampare il Ciliegia e gli fece andare di traverso la colazione. I bigliettini continuarono e dopo circa una settimana ci fu quello decisivo: "Incontriamoci in riva al fiume". Era domenica pomeriggio, di una bella giornata di sole, e la maestra Levadotti, nel suo abito migliore, si portò in riva al Po in attesa del Ciliegia che arrivava lentamente ignaro dell´agguato. Quando lui le fu vicino, lei arricciò le labbra imitando un bacio. Il Battilegna strabuzzò gli occhi, divenne più rosso di una ciliegia e cercò di aggirare ostacolo, ma era più facile a dirsi che a farsi, perché fingendo di cadere lei si aggrappò al suo petto e trascinò a terra anche lui che disperatamente cercava di sfuggire alla sua stretta. Gli autori dei messaggi osservavano in distanza, ma c´era altra gente del paese a passeggio e tutti si turbarono, scoppiò un vero e proprio scandalo tanto che il provveditore agli studi dispose il trasferimento immediato di entrambi in separate sedi. Il fatto in sé, cioè la reazione della gente e la punizione per i disturbatori della morale pubblica non devono stupire, perché era da poco finita la seconda guerra mondiale e il senso comune del pudore era molto diverso dall´attuale.

Passarono gli anni, della vicenda, di cui nei primi tempi si parlò parecchio, piano piano si ricordarono ben pochi; fra questi chi aveva conservato una buona memoria c´era Giuseppe Leoncini, subentrato ai genitori nella gestione del forno. Così accadde che una domenica pomeriggio arrivasse in paese una grossa Mercedes, con a bordo un uomo, una donna, e due ragazzi prossimi alla maggiore età. L´auto si fermò davanti al panificio e l´uomo alla guida chiese al Leoncini seduto davanti alla porta dove fosse la casa della maestra Gnutti.

- E´ stata abbattuta per costruire un condominio.

- Ah - gli rispose l´uomo - e le scuole elementari dove sono, non le trovo.

- Anche quelle demolite, non ci sono quasi più bambini. - rispose Leoncini a cui venne però un principio di sospetto, soprattutto quando guardò bene l´uomo, dal viso un po´ arrossato, e la donna che era tutt´altro che affascinante.

Gli chiese: - Scusi, ma perché mi fa queste domande? E´ già stato nel nostro paese?

- Certo - gli rispose - è stato quello che ci ha fatto incontrare.

- Ma allora lei è..il maestro...?

- Ciliegia, come mi chiamavano, e lei è la maestra Margherita Levadotti, e quelli dietro sono i nostri ragazzi. Sorpreso?

- No, ma.. - e forse voleva accennare a qualcosa di quanto era accaduto, ma già l´auto si avviava strombazzando verso il ponte sul Po.



Da Storie di paese



 
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