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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Virgilio 12/10/2007
 

Virgilio

                   di Renzo Montagnoli

 

- Sono curioso di vedere dov’è nato il famoso poeta latino Publio Virgilio Marone.

Riccardo, il mio interlocutore, mi guarda con gli occhi che sembrano reclamare una risposta affermativa.

Abita a Torino, ci siamo conosciuti tramite Internet ed è venuto a trovarmi; si è fatto i pericolosi chilometri della Torino – Milano, fra code, rallentamenti e deviazioni per venire da me.

Capisco ora che, a parte la naturale curiosità di sapere come sono dal vero, in lui, che ha insegnato tanti anni il latino al liceo classico, è prepotente il desiderio di conoscere i luoghi che hanno ispirato l’autore delle Georgiche, delle Bucoliche e dell’Eneide.

- Certo, adesso ci andiamo, ma non in auto, bensì con la bicicletta. Sai andare in bicicletta?

- Se so andare in bicicletta? Quand’ero giovane non c’erano auto e moto e per andare a scuola restava solo la bicicletta, anzi il velocipede, come diceva mio nonno, fra un tiro e l’altro della pipa.

- Benissimo. Il percorso è quasi tutto costituito da una bella ciclabile e non è molto lungo. Se partiamo adesso, siamo di ritorno giusto per l’ora del pranzo. Che ne dici?

- Partiamo.

- Sì, partiamo.

Il primo tratto del percorso ciclabile interessa buona parte della frazione di Cerese, dove abito io, dove c’è il Municipio e un piccolo centro con la piazza. Sì, perché il Comune di Virgilio è costituito da tre frazioni: Cerese, Cappelletta e Pietole, verso cui adesso ci dirigeremo.

- Bella questa ciclabile ed è un peccato che corra in fregio alla statale.

- Caro Riccardo, non si può avere tutto, ma ti assicuro che quando arriveremo là l’aria sarà più salubre.

Dopo un quarto d’ora circa arriviamo alla frazione di Pietole, un piccolo borgo che due chilometri più in là, vicino all’argine del fiume Mincio, ha l’onore di ospitare il luogo dove è nato il sommo poeta latino.

In verità, per raggiungerlo dobbiamo sobbarcarci la strada comunale, peraltro poco frequentata e anche piacevole perché corre fra campi ben tenuti, dove i colori sembrano quelli della tavolozza di un pittore.

Il verde dell’erba medica si alterna al biondo oro del frumento già prossimo alla mietitura, mentre su tutto fa da sfondo un cielo dall’azzurro scintillante.

Un po’ prima dell’argine, un cartello ci avvisa che siamo arrivati ad Andes, tre case  e un paio di fattorie, una sorta di frazione della frazione.

C’è una fontanella e ci fermiamo a dissetarci.

Si avvicina incuriosito un vecchietto, vedendo due facce nuove; sembra che voglia attaccare discorso, ma

forse ha un po’ di timore e spera che siamo noi a iniziare.

Provvede subito Riccardo; lo guarda sorridendo e gli chiede:

- Virgilio?

Quello lo guarda un po’ stupito, poi ribatte:

- Virgilio l’oste? E’ andato ad abitare in città da una decina d’anni e da allora non c’è più il bar. O forse intende Virgilio il messo comunale? Poveretto, come è andato in pensione, un…, come si dice, un ics…, no, insomma quello che è.

Gli va in aiuto Riccardo: - Un ictus?

- Bravo, quella roba lì. E’ caduto per terra e l’hanno rialzato solo per portarlo al cimitero.

- Vede, non ci siamo capiti. Mi riferivo a Publio Virgilio Marone.

Il vecchietto lo guarda con aria dubbiosa, poi sbotta:

- C’era una volta, ma è da tanto che non c’è.

- Lei sa chi è?

- Io so quelli che conosco. Una volta mi ha detto qualche cosa mio nipote, che va a scuola. Mi ha detto “Nonno, ma sai che da noi è nato Publio Virgilio Marone, il più grande poeta latino?”. Poeta, poeta, uno che scrive poesie come quello della cavallina storna, il Pascolo.

- Pascoli, si chiama Giovanni Pascoli.

- Beh, Pascolo o Pascoli è quello della cavallina storna. La maestra a scuola ce l’ha fatta imparare a memoria, tanto che mi usciva dagli occhi. Non mi sono simpatici i poeti, da allora.

- Dunque lei non è in grado di dirci dove è nato esattamente Virgilio?

- Se è il poeta, no; se invece è un altro Virgilio, mi deve dire quale.

- In che senso?

- Che qui quasi tutti fanno di nome Virgilio.

- Anche lei?

- Ci mancherebbe altro. Mio padre era un socialista, di quelli che ai tempi del fascio si sono presi le legnate e hanno fatto i gargarismi con l’olio di ricino. Mi chiamo Carlo, in onore di quel gran uomo di Marx, che infatti non è un poeta, ma tutti mi chiamano Lenin.

Faccio cenno a Riccardo di lasciar perdere e di riprendere il nostro percorso.

Inforchiamo le biciclette e avviandoci lo salutiamo.

- Buona giornata, Lenin.

Non risponde, ma con la coda dell’occhio vediamo che sta in mezzo alla strada con il pugno chiuso.

- Strano tipo, Renzo, vero?

- Caro Riccardo, voi che abitate nelle grandi città non potete immaginare come un paese sia fatto da tanti attori, non esseri anonimi, ma personaggi che interpretano un ruolo ben definito. Più o meno sono tutti caratteristi e lo è anche Lenin, pardon Carlo, che sembra uscito da una delle pagine dei romanzi di Guareschi.

Fra una chiacchiera e l’altra abbiamo ritrovato la ciclabile che ora, su un percorso lievemente ondulato, si addentra nei campi, corre lungo fossati di irrigazione, indugia all’ombra di lunghi filari di pioppi, rasenta stalle dove miti vacche ci osservano ruminando, scivola lungo stagni oziosi, fra il gracidio delle rane e il frinire delle cicale.

Riccardo non parla più, ma quando arriviamo a uno spiazzo nei pressi di un ponticello che sorpassa un fosso punteggiato di ninfee e dove un paio di aironi scandagliano le rive,  si ferma di scatto, si guarda intorno, respira a fondo quell’aria che sa di terra smossa, dove i profumi dei fiori e gli odori delle stalle si mescolano in modo perfetto in un’essenza di vita.

- Prima Syracosio dignata est ludere versu,
nostra nec erubuit silvas habitare Thalia.

- Che hai detto?

- La nostra Talia prima si degnò di cantare
nel verso siracusano, e non arrossì di abitare nelle selve. E’ la VI Ecloga delle Bucoliche. Io arrossisco ad abitare in una città, a respirare smog, a vedere mura di cemento e a udire i mille rumori di una civiltà opprimente.

- Non esagerare.

- Non esagero. Se ora mi commuovo davanti a questo spettacolo, posso solo immaginare quanto immensamente bello doveva essere ai tempi di Virgilio. Adesso capisco dove ha tratto la sua ispirazione. Grazie, Renzo.

- Ma non abbiamo ancora appurato dov’è il luogo esatto in cui è nato.

- E che importa. Può essere oltre quella curva, oppure che ci siamo passati prima, ma quel che conta è che qui, fra questi campi, fra i fossi, sotto questo cielo abbiamo ritrovato il suo spirito. Ecco, è come se fosse ancora con noi.

Lo osservo, è felice come un bambino e anch’io lo sono di questa immersione nella natura, di questo assaggio di una vita a misura d’uomo, dove il tempo è ancora regolato dalle stagioni e ad ogni alba ci si vorrebbe unire ai mille brusii degli insetti per innalzare un canto alla vita.

Il tempo, questo mostro che abbiamo creato modificando quello naturale, richiama però alla realtà.

Guardo l’orologio e vedo che si è fatto tardi.

- Mi spiace, Riccardo, ma dobbiamo rientrare.

Sembra non ascoltarmi, è là, immobile, il suo sguardo sembra indugiare sul campo di mais davanti a lui, ma so che va oltre, che corre fra i filari e vede un mondo perduto, un sogno da cui non vorrebbe tornare.

Gli metto una mano sulla spalla, si scuote e mi guarda:

- Sì, andiamo, rientriamo nella realtà di un mondo che non ci piace, in ritmi di vita che ci opprimono, in una corsa continua senza una meta, se non quella a cui arriveremo in ogni caso affranti, delusi, insoddisfatti di noi.

Risaliamo in sella e facciamo il percorso inverso, ma prima di arrivare alla strada comunale, prima di entrare in Andes,  Riccardo saluta quel mondo.

Si ferma, si passa una mano fra i capelli, poi con il fazzoletto si asciuga gli occhi.

Il rombo di un autocarro sommerge il silenzio di quelle tre case.

 

(da “Storie di paese” – Seconda serie)  

 

 

 

 

 
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