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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Lui e lei 29/11/2007
 

Lui e lei

di Renzo Montagnoli

 

Quando negli umidi giorni di novembre scende la nebbia ad avvolgere ogni cosa, rendendo spettrale la visione del mondo che ci circonda, tanto da avvertire un brivido interno, una sorta di freddo dell'anima, mi viene in mente. Ogni volta rivedo tutto come se il ricordo si materializzasse e allora il gelo sale rapido, proviene dal profondo, si aggrappa al mio corpo e mi stringe lo stomaco.

E' stato tre anni fa, una mattina dal chiarore lattiginoso, tale da impedire la vista del pallido sole autunnale, ma non di celare i riflessi bluastri e arancioni dei lampeggianti delle auto della polizia e delle ambulanze, luci intermittenti che andavano e venivano.

Ma prima, prima il segno inconfondibile della tragedia: una sirena lacerante, poi un'altra ancora.

Già udire il suono provoca apprensione, ma sentirlo avvicinarsi sempre di più, per poi cessare di colpo vicino a dove abiti trasmette un'angoscia, la certezza che lì, a pochi metri, qualche cosa di grave è accaduto.

Non ho potuto fare a meno di voler sapere e mentre mi precipitavo in strada nella mente si creavano rapide congetture. Che si tratti di Pino, che non stava bene? No, perché lui abita più in là. Forse la signora Giovanna, sempre malaticcia. No, nemmeno lei, perché ieri è entrata in ospedale.

E intanto ero sceso in strada e affrettavo il passo verso quei riverberi di luce. No, fa che non sia uno di loro. Come potrebbe vivere l'altro? E invece penso che sia così, perché ora vedo le auto, le ambulanze e sono davanti alla casetta di lui e di lei.

Rimasi prudentemente sull'altro marciapiedi, in mezzo a tanti vicini attoniti, a gente che, come me, voleva sapere.

- Sei qui anche tu?

Mi voltai e vidi il sindaco, con gli occhi smorti, una maschera che non riusciva a celare un'intensa commozione.

- Abito vicino, Luigi; ho sentito le sirene, poi ho visto i lampeggianti nella nebbia e sono corso subito. Che è successo?

In quel momento il braccio cortese di un poliziotto si interpose fra lui e me.

- Signor sindaco, il procuratore vuole parlarle.

Lo vidi allontanarsi e sparire nella nebbia, mentre invece dalla casa uscirono degli uomini che portavano due casse di zinco.

Tutti e due, allora… E mi vennero le lacrime agli occhi.

In pochi attimi rividi immagini dimenticate, risentii voci che sembravano ormai accantonate negli archivi polverosi del passato.

“- Buona giornata. Siamo i due nuovi vicini.

- Bene arrivati.

- Grazie.”

“ - Passa sempre per questa strada con la sua cagnolina.

- Ha bisogno di un po' di moto.

- Sarà una compagnia per lei, vero?

- Una grande compagnia”

 

“- Sono un ferroviere in pensione e con la liquidazione abbiamo preso questa casetta. E' piccola, ma noi siamo solo in due e non abbiamo altri. Per fortuna che c'è un giardinetto, dove mettere le rose.

- E' un passatempo anche il giardinaggio.

- Certo”.

 

Erano tutti convenevoli di buon vicinato, ma non ci presentammo nemmeno, tanto che per me loro due erano semplicemente lui e lei, niente di più di due persone un po' avanti con gli anni e molto educate.

Tuttavia, passa un giorno, passa un altro, ogni volta veniva spesa una parola di più. L'impressione che ebbi chiara era quella di due esseri in perfetta simbiosi, nel senso che ognuno era in funzione dell'altro e del resto trovarsi in età avanzata senza parenti non faceva che rafforzare quel legame.

Erano però riservati e da loro seppi ben poco di quel che era stata la vita condotta insieme, tranne una volta.

“- Io e mia moglie avevamo anche un figlio.

Tacque un momento, come timoroso di svelare un segreto.

- Poi, aveva ventidue anni, un incidente, un ubriaco con l'auto…

E si fermò, guardandomi con gli occhi lucidi, occhi in cui si leggeva un dolore che non era passato.

Lei non disse niente, anzi gli appoggiò la mano su una spalla e sussurrò:

- Rientriamo. Ci scusi.”

 

Da quella rivelazione i colloqui ritornarono ai puri convenevoli, quasi se l'aver aperto il loro animo a uno sconosciuto fosse stata un'imprudenza, o forse anche una mancanza di rispetto nei miei confronti.

E quindi  ripresero i soliti saluti, o al massimo brevi accenni al tempo, o a problemi di giardinaggio.

Poi, un giorno, passando, mi accorsi che non c'era nessuno in casa, fatto piuttosto strano per l'orario, e anche al ritorno non notai anima viva. Così per diversi giorni, almeno una decina, fino a quando una mattina lo vidi che mi guardava da dietro la finestra. Feci un cenno di saluto con la mano, ma non rispose.

Solo al ritorno dalla mia passeggiata compresi che cosa era accaduto. Lui mi aspettava in giardino, sembrava quasi che avesse bisogno di dirmelo.

“ -  Mia moglie ha avuto un ictus, è totalmente paralizzata e non ragiona più.

- E' a casa?

- Sì.

- Vedrà che poi piano piano recupera. Non si butti giù, mi raccomando. Se ha bisogno di qualche cosa, quel che posso, volentieri…”

Non rispose e a capo chino rientrò in casa.

 

Tre giorni dopo, la nebbia, le sirene delle ambulanze e della polizia e quelle due casse di zinco, una risposta inequivocabile alla mia domanda.

Dal quotidiano locale, il giorno dopo, appresi quel che era accaduto.

Lui, vinto dallo sconforto, aveva ucciso la moglie con due colpi di pistola e poi si era suicidato con la stessa arma. Il giornalista aveva costruito un bell'articolo, quasi strappalacrime sui problemi della solitudine, citava più volte i nomi e i cognomi dei due coniugi, quasi li avesse conosciuti.

Non ricordo più come si chiamassero, un dettaglio di nessuna importanza, a fronte di fatti che superano ogni umana comprensione, laddove l'unico elemento certo è un vincolo indissolubile anche oltre la vita.

Ecco, io li voglio ricordare così e per me saranno sempre lui e lei.

 

 

(da Storie di paese – Seconda serie)

 

 

 

 

 

 

 

 
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