Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
  Narrativa generica  Noir  Storie di paese Prima Serie  I racconti del nonno  Fiabe  Horror  Storie di paese Seconda Serie 

  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Correvano gli anni novanta 07/02/2008
 

Correvano gli anni novanta

                    di Renzo Montagnoli

 

 

Correvano gli anni novanta e il piccolo borgo era cresciuto: nuove attività, piccoli condomini, ville e villette.

Erano cambiate tante cose, troppo rapidamente perché il Guercio potesse assorbirle. Era entrato in quella fase della vita in cui non si ha più nulla da dire ed è solo tempo di fare bilanci che non quadrano mai.

Proprio nel 1990 era rimasto solo, perché la Tilde, colpita da un male inesorabile, se ne era andata in una nebbiosa sera di novembre; era uscita dalla sua vita in silenzio, quasi in punta di piedi, e ora proprio quell’assenza di rumori della casa vuota, perché i figli si erano sposati ed erano andati ad abitare altrove, gli rimbombava nelle orecchie.

Spesso si diceva, a bassa voce, quanto incredibile potesse essere il rumore del silenzio, quello che non aveva mai potuto udire prima, soprattutto quando il lavoro erano i colpi striduli del martello sul ferro arroventato, quando sfiatato appariva il soffio del mantice, suoni che gli mancavano tanto fra quelle pareti in cui ogni cosa gli ricordava la moglie, tanto che talvolta gli sembrava di udire ancora la sua voce.

Sì, Annibale Chiocchetti, classe 1920, aveva cessato la sua attività il 31 dicembre 1989, perché l’età cominciava a farsi sentire e poi anche era diminuito non poco il lavoro, in un’epoca in cui quell’attività artigianale cominciava ad avere un sapore preistorico.

Chiusa l’officina, aveva venduto il locale e ora, quasi per ironia, laddove per tanti anni avvampava il calore della fornace si era insediata una gelateria.

Le giornate da solo e senza il lavoro erano diventate straordinariamente lunghe e lui faceva di tutto per occupare quel tempo, un po’ con le faccende di casa, spesso con la lettura di libri e giornali, nonché con l’immancabile passeggiata giornaliera che come meta aveva sempre il bar Primavera. Quante gestioni c’erano state, quante ristrutturazioni in quella che un tempo era una semplice osteria! Entrava, si sedeva al tavolino in fondo a sinistra, ordinava il solito caffè d’orzo e rievocava, rivedeva con la mente personaggi da tempo scomparsi, compagni d’osteria, avventori che sembrava dovessero essere immortali, tanto erano stati  caratteristici di un’epoca storica.

Ogni tanto capitava che andassi pure io a bere un caffè e allora mi sedevo al suo tavolo, ed è  stato in quelle occasioni che lui mi ha raccontato quasi tutte le storie del paese.  

Sembrava trasognato quando ne parlava, quasi le rivivesse, e non di rado una lacrima faceva capolino dall’unico occhio.

Era un vecchio che camminava incerto verso il fondo della strada, ma il suo passato era un luminoso esempio di vita condotta nell’ideale di un’umanità avviata verso un mondo migliore, senza ingiustizie e senza prevaricazioni.

Rimaneva al bar più che poteva, anche se non c’era da conoscere nulla di nuovo di interessante; certo le corna si facevano ancora, ma senza quel piacere del peccato che invece prima portava i discorsi d’osteria ad affievolirlo, quasi che parlandone, magari in tono ironico e scherzoso, insomma rendendone partecipe tutti, il fedifrago riuscisse a mettersi la coscienza a posto.

Le occasioni di parlare con qualcuno in modo ricorrente  erano diventate così del tutto sporadiche e gli unici interlocutori finimmo con il diventare io e Alì, un giovano africano, arrivato in Italia con la forza della disperazione e capitato in paese per caso.

Alì, lo ricordo: piccoletto, magro, capelli ricci, carnagione inequivocabilmente scura, come gli occhi, neri, ma che però brillavano di una luce che incantava e che avvinse anche il Guercio, perché esprimevano non solo intelligenza viva, ma riflettevano una cultura e una saggezza antica, diversa dalla nostra, e perciò estremamente interessante.

Ogni tanto li trovavo in conversazioni fatte di frasi pronunciate sommessamente, quasi nel timore che le verità esposte fossero talmente dirompenti da sconvolgere il mondo.

E invece, per quelle poche volte che ebbi occasione di ascoltare, si trattava di osservazioni, di riflessioni sull’uomo e sul mondo.

Ripeto, erano diventati una coppia fissa e dato che Alì durante il giorno lavorava come muratore, si trovavano immancabilmente al bar nelle ore serali.

- Dimmi, Alì, perché sei venuto in Italia, perché hai lasciato la tua casa, la tua famiglia?

- Per non morir di fame, per cercare un futuro fuori da un paese che non l’ha.

- E l’hai trovato?

- No, perché ho capito che il futuro è in noi stessi.

- E allora perché non torni?

- Perché almeno qui ho da mangiare e tutto quello che risparmio lo mando a casa, affinché mio padre, mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle non abbiano a patir la fame.

Il Guercio sentì che lo stava prendendo la commozione e cercò di cambiare discorso:

- Cos’è che non ti va dell’Italia?

- Tutto e nulla.

- Sarebbe a dire?

- Io sono qui per mangiare, voi invece sembrate correre dietro a qualche cosa che non riesco a capire, o forse desiderate solamente quello che non avete, ma così non sarete mai contenti.

- Capisco.

- No, non credo Guercio, anche se tu sei diverso dagli altri, perché per capire bisogna avere una visione della vita non solo materiale, anzi la materialità dovrebbe essere limitata solo alle esigenze fondamentali.

- Beh, io ho sempre combattuto per sconfiggere le ingiustizie, per dare dignità agli oppressi, per considerare l’uomo il fine di tutto.

- Hai fatto bene ed è giusto, ma lo scopo della vita, di questo breve percorso è quello di conoscere noi stessi, di raffrontarci con gli altri e la natura che ci circonda, è quello di non intaccare l’armonia del creato.

- Sono parole un po’ difficili, sembrano quelle di un filosofo.

- Ho studiato filosofia all’università di Tunisi.

- Allora sei laureato, sei un dottore.

- No, non sono riuscito a ultimare gli studi per mancanza di denaro e allora sono venuto nel tuo paese.

- Però parli bene la mia lingua, quasi come un italiano. Com’è possibile?

- A Tunisi, quando andavo all’università, sono diventato amico del figlio del console italiano. Era un bravo ragazzo e anche molto intelligente e così quando gli ho chiesto di insegnarmi la sua lingua, perché fra di noi parlavamo in francese ed era un po’ affaticante per entrambi, ha aderito con entusiasmo ed è stato un gran bravo maestro. E’ stata in quelle occasioni che mi sono innamorato dell’Italia.

- Perché?

- Perché il mio amico, che vi tornava un mese all’anno, mi parlava di una terra libera, orgogliosa, di un posto dove chi aveva voglia di fare poteva anche salire in alto.

- Mi sa che ti ha gabbato.

- Gabbato?

- Sì, fregato; da noi la libertà è un lusso e l’hanno di fatto sono quelli che hanno i soldi.

- Infatti, me ne sto accorgendo, ma le grandi pianure verdi, le montagne ricoperte di abeti, i lunghi fiumi sono veri, esistono, come ho potuto vedere.

- E non hai nostalgia della tua terra?

- Sempre, quella non manca mai, soprattutto i silenzi del deserto, così invitanti alla meditazione.

 

I dialoghi erano più o meno questi e più il tempo passava, più nel Guercio cresceva l’ammirazione per il giovane, che volentieri contraccambiava, convinto di trovarsi di fronte a un uomo, anziano, ma ancora vitale, grazie all’ideale per cui era sempre vissuto.

Capitava anche, talvolta, che alla chiusura del bar il Guercio accompagnasse il suo giovane amico fino alla sua dimora, un vecchio casello ferroviario a circa un chilometro dal paese.

La strada era percorsa al buio e solo le stelle e la luna davano un po’ di chiarore.

- Se guardo il cielo, è come se fossi al mio paese; anche là la notte si popola di sogni e basta guardar le stelle perché ne nascano altri. Siamo così piccoli rispetto all’universo che per comprenderlo dobbiamo per forza sognare, immaginare mondi ignoti, fantasticare su immaginarie linee tracciate fra questi astri, quasi una strada per andare da loro.

- E’ vero.

- E poi così dimentichiamo i nostri problemi, per poco, ma per quel tanto che ci fa sentire avulsi dalla realtà. Vedere oltre ciò che scorgono i nostri occhi è in fondo guardare dentro di noi.

Il Guercio un giorno pensò a quella sistemazione di fortuna, alla mancanza di servizi igienici, al riscaldamento assente e allora decise di invitare Alì a venire a vivere a casa sua, nella camera ormai vuota dei figli.

- Ti ringrazio, ma non posso accettare.

- E perché? Staresti meglio e potremmo conversare senza dovere andare al bar.

- Non è che io rifiuti il tuo aiuto, ma la mia vita è questa e poi quando ho in mano un libro che mi piace non sento il freddo, anzi non sento più nulla, è come se fossi lontano dal mondo.

- D’accordo Alì, ma il fatto di non avvertire il freddo non vuol dire che quello non ci sia. Potresti ammalarti e anche seriamente.

- E’ inutile che insisti, perché non accetterò mai: quella è la mia casa, là dentro c’è il mio regno, fra quelle quattro mura riesco ad essere nel deserto, ad avvertire il calore intenso della sabbia arroventata, a vedere il miraggio di un uomo che cammina verso le stelle.

Declinò pure l’invito a pranzare qualche volta dal Guercio e rifiutò perfino i generi alimentari che gli offrì.

- Non prendertela, anzi scusami, ma tengo troppo alla nostra amicizia, a quello scambio di idee che riscalda il cuore, perché la tua offerta, che io non potrò contraccambiare in alcun modo, possa farmi sentire in debito con te.

- Io sono in debito per tutto quello che mi insegni.

- No, io parlo e tu parli, io ti racconto e tu mi racconti, io conosco e tu conosci. E’ molto diverso, se ci pensi bene. 

Così quella strana amicizia fra un giovane arabo e un vecchio idealista proseguì per diversi mesi, con reciproco beneficio.

Però, forse quello che ne traeva più vantaggio era il Guercio, che mano a mano che conosceva se stesso cominciò a considerare cose di poco conto il tradimento dei politici, la fine del comunismo, il crollo di un sistema che non lo aveva mai convinto, ma che pensava che fosse l’unico che potesse dare dignità alla vita dell’uomo.

Nonostante la perdita della moglie, malgrado il progressivo avvento di una politica che era la negazione dei diritti del cittadino e del principio della democrazia, giorno dopo giorno acquisiva un dono quasi divino, avvertiva che la serenità era entrata in lui.

Ma una sera Alì non venne al bar; il Guercio attese fino alla chiusura, poi decise di andare al casello, nel timore che stesse poco bene. Quando vi giunse chiamò, senza ottenere risposta; bussò alla porta e la trovò aperta. Dentro c’era ben poco: un fornello a gas, due stoviglie, una tanica d’acqua, una branda e alcuni libri, ma di Alì nessuna traccia.

Ritornò a casa sconsolato, in preda a foschi presentimenti, non dormì tutta la notte e l’indomani, ancora presto, andò dai carabinieri a denunciare la scomparsa.

- Sig. Chiocchetti, è un extracomunitario, oggi c’è, domani non c’è. Sarà tornato al suo paese.

- No, si sbaglia, non sarebbe mai andato via senza salutarmi.

- Va bene, vedremo di diffondere la notizia e se sapremo qualche cosa la avviseremo.

Il Guercio sembrava invecchiato di colpo e se ne andò subito al bar, dove rimase fino alla chiusura, senza mangiare nemmeno un boccone.

Ritornò a casa e, provato dalla stanchezza, si addormentò.

Lo risvegliò il suono del telefono.

- Pronto, chi parla?

- Sono il brigadiere Annunziata, l’abbiamo trovato e purtroppo devo darle una brutta notizia…

Gettò giù la cornetta, si vestì sommariamente e corse alla caserma.

- Vede, signor Chiocchetti, l’hanno trovato in un fosso a lato della strada…

- Morto?

- Sì, forse investito da un’automobilista che poi è fuggito.

Il Guercio rabbrividì, nonostante avvampasse.

- Non riesco a crederci.

- Nemmeno io.

- Nemmeno lei riesce a credere che sia morto?

- No, all’ipotesi che l’abbia investito un’auto pirata, perché le fratture alle gambe, secondo quello che ha detto il medico, sono compatibili solo con una caduta dall’alto e non per un impatto laterale.

- C’era qualche cosa di alto, lì?

- Nulla.

- Lui faceva il muratore ed è in un cantiere che potrebbe essere caduto.

- E magari non era assicurato e hanno portato poi lì il corpo per  far credere a un incidente della strada.

- Le chiedo una cortesia, se può.

- Dica.

- Provi a fare il giro dei cantieri nei dintorni e forse riuscirà a trovare qualche cosa.

- E’ quello che sta facendo il mio appuntato.

- Grazie, grazie mille, e mi raccomando, mi sappia dire qualche cosa. Ai funerali provvederò io.

Non fu difficile scoprire che cos’era accaduto. Assunto ovviamente in nero, pagato meno della metà del contratto, era stato incaricato da un imprenditore del vicinato di sostituire la copertura di un vecchio capannone. Un lastrone aveva ceduto e Alì era precipitato da 15 metri di altezza; ancora agonizzante, il padrone l’aveva caricato in auto per abbandonarlo poi in un fossato a un chilometro di distanza.

Al funerale partecipò solo il Guercio, che seguì poi il processo con particolare attenzione, ma la sentenza, per quanto di colpevolezza, fu una beffa, perché si tradusse in pochi mesi con la condizionale, peraltro.

Allora volle parlare a quel padrone così disumano.

- Non si vergogna di quello che ha fatto? Non prova un po’ di rimorso?

- E tu chi sei?

- Un amico di Alì.

- Un amico di un negro non merita risposta.

Gli venne irrefrenabile l’impulso di dargli un pugno, ma non riuscì ad alzare il braccio, perché una fitta improvvisa nel petto glielo impedì.

Avvertiva una sensazione strana, come se improvvisamente un macigno premesse sul torace, un’impotenza improvvisa che gli bloccava perfino il respiro, dandogli un affanno che andava ben oltre la tensione della sua arrabbiatura. 

Non aveva più forza, tutto girava all’intorno, un velo di nebbia scese di colpo sugli occhi.

Si accasciò, venne soccorso, portato d’urgenza all’ospedale, posto in rianimazione per infarto del miocardio.

Riuscì ad uscirne, ma con il cuore a pezzi in tutti i sensi.

 

(da “Storie di paese” – Seconda serie) 

 

 

 
©2006 ArteInsieme, « 09329161 »