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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Il Natale del 1929 21/12/2008
 

              Il Natale del 1929

                   di Renzo Montagnoli

 

Quando si avvicina il Natale si avverte nell’aria una sensazione di festa, nonostante il consumismo e la società attuale abbiamo relegato questi giorni a una fiera dell’apparenza, dove fra tante luci, cibarie e regali l’unica cosa che manca, ed è la più importante, è quello stato d’animo che apre il cuore a un sentimento di pace.  

E’ ormai tanto tempo che questa ricorrenza ha perso le sue caratteristiche religiose e spirituali che la rendono unica e così era già nel 1995. Ricordo giornate fredde, ma con il sole e una spruzzata di neve che imbiancava tutta la campagna. Non rammento se fosse la mattina della vigilia o il giorno prima quando andai a far visita al Guercio per porgergli gli auguri e donargli un piccolo presente, un panettone comprato al supermercato.

Tutto il resto invece è ben impresso nella mente, almeno nelle sue linee generali, una caratteristica tipica di uno che inizia ad avvertire i segni dell’età che avanza.

 

                                               ._._._

 

La porta di casa era accostata, così che, mentre bussavo, entrai e trovai il mio caro amico seduto in poltrona, intento a leggere il quotidiano locale. Ci fu uno scambio di convenevoli, compresi gli auguri, con il Guercio che si schermì per il piccolo omaggio e che mi fece sedere.

- Parliamo un po’, visto che  non ci si vede spesso.

- Fai pure, parliamo di quel che vuoi.

- Vedi, è proprio dei vecchi dimenticare i fatti del giorno prima e ricordare quelli accaduti tanto tempo fa. Come ti ho visto entrare, la memoria è tornata su un Natale del 1929. Pensa che allora avevo nove anni, ma è come se il fatto che ti racconterò fosse accaduto ieri.

Ripose il giornale e si fece assorto, come se la sua mente cominciasse a leggere quello che stava per dirmi. 

- Oggi questa festa ha perso tutto il suo sapore, è diventata ostentazione e nient’altro, ma ai miei tempi era completamente diverso e anche chi non era religioso viveva questi giorni in uno stato di emozione.

All’epoca poi c’era un motivo in più per attendere il Natale con trepidazione. Non è che in casa ci fosse molto da mangiare, ma in quel giorno si facevano miracoli per preparare un pranzo quasi da re.

Scusa se ti tedio, ma sono divagazioni che si sovrappongono al ricordo principale ed escono così senza che possa frenarle.

- Non preoccuparti, poi sono sempre osservazioni interessanti.

- Dici davvero?

- Certamente.

- Va bene, allora, posso cominciare, sperando che le mie divagazioni se ne stiano quiete dentro alla mia testa.

Era la vigilia, in un inverno freddo e con tanta, ma tanta neve. In strada, benché spalata, ce n’era ancora, perché la vedevo mentre scendeva, in un turbinio di vento. Erano fiocchi piccoli, ma tenaci e che giunti a terra si attaccavano l’uno all’altro, così che la coltre cresceva ed era inutile pensare di toglierla fino a quando non si era fermata, perché sarebbe stata una fatica inutile.

Me ne stavo a guardarla dietro la finestra, per fortuna al caldo, perché nella stufa ardevano dei bei pezzi di legno stagionato, che bruciava sfrigolando e ogni tanto anche con degli scoppiettii, come volesse ricordare a me che lui stava facendo il suo dovere.

Ecco, vedi che sto divagando nuovamente.

- Non preoccuparti, continua.

- Già immaginavo i regali che avrei trovato la mattina, poche cose e di poco conto in verità, ma era un pensiero solo per me. Però quel Natale io aspettavo molto di più. Ci avevo pensato fin da novembre e da allora era sempre stato nelle mie preghiere, tanto che a scuola, dove ci avevano fatto scrivere la letterina a Gesù bambino, l’avevo messo nero su bianco.

Non rammento esattamente le parole, però il senso era questo: oltre a chiedere di mantenere in buona salute la mamma, lo pregavo di farmi trovare quel papà che non avevo mai avuto.

Tutti gli altri avevano il papà, meno io, e mi sembrava di essere un mostro, un paria, un essere inferiore. A volte vedevo i miei compagni che all’uscita da scuola avevano degli uomini che li attendevano, mentre io al massimo avevo la mamma.

Mi sentivo diverso, come incompleto, e arrivavo perfino a desiderare gli scapaccioni di un padre di cui ogni tanto i miei amichetti si lamentavano.

Come sarebbe stato bello prendere uno schiaffo dal babbo, come sarebbe stato bello trovare in famiglia una voce maschile che mi riprendeva, ma che sapeva anche rassicurarmi!

E invece no, io il papà non l’avevo, e quindi potevo solo immaginare, perfino invidiare.

Se Gesù bambino c’era, perché non avrebbe dovuto farmi una grazia del genere? Non chiedevo di avere più degli altri, ma mi bastava come gli altri.

Ero tuttavia già abbastanza sveglio da capire che Gesù ci può donare il suo amore, che è immenso, ma non qualche cosa di materiale, perché quello è proprio degli uomini, e non di un Dio.

Però, ci speravo, mi illudevo, o forse solo lo sognavo.

- E allora?

- Non avere fretta, perché mentre racconto mi sembra di rivivere quel giorno, e poi sono vecchio e devo fare tutto con calma.

- Va bene, non t’interromperò più.

- La giornata trascorse quieta, io al massimo ero indaffarato a preparare il presepio, perché allora si usava così e l’albero con le palline colorate nemmeno potevamo immaginarlo.

Avevo un po’ di febbre, un malanno di stagione, e perciò rimasi sempre in casa, tanto che non sarei andato nemmeno alla più bella delle messe, quella di mezzanotte.

Arrivò la sera, io e la mamma consumammo una cena frugale, di magro, perché tanto l’indomani ci saremmo rifatti abbondantemente, e poi la trepidazione e forse anche la febbre non erano compatibili con l’avere fame.

Andai così a letto presto, senza riuscire a prendere subito sonno.

Ricordo che guardavo il buio, lo fissavo e vedevo; in genere quando è buio non si vede niente, ma io riuscivo a scorgere quello che c’era nel buio.

Apparivano e sparivano di colpo le immagini dei miei compagni insieme al loro papà, sembrava quasi una parata, interrotta ogni tanto dalla figura di mia madre, che non so dire se era una mia fantasia o se era veramente lei che veniva a vedere come stavo.

Alla fine mi addormentai, credo, dico credo perché quello che avvenne dopo non può essere spiegato razionalmente se non come un sogno.

Una voce, maschile, prese a chiamarmi. Mi diceva: Annibale, domani sarò lì con te. E io gli rispondevo:-  Ma chi sei? E quello: - Non mi riconosci? Sono il tuo papà.

E c’era un’immagine confusa di un uomo alto, dalle spalle larghe, ma non vedevo altro che dei contorni.

- Il giorno di Natale sarò con te. Sei contento?

- Sì, ma perché non sei venuto prima e non stai con noi per sempre?

- Perché io esisto solo così.

E’ tutto quello che rammento, così come ricordo la mamma che interruppe il mio sonno e mi invitò a scendere, perché era Natale e giù c’era una grande sorpresa per me.

Ancora addormentato, imboccai le scale, rischiando di ruzzolare giù, ma mi aveva preso una frenesia, forse per effetto del sogno, e io dovevo andare a vedere subito.

In cucina trovai Don Zeffirino e un pacchetto sul tavolo, e accanto al regalo una lettera.

“Buon Natale, Annibale.”

“Buon Natale, Don Zeffirino.”

“Gesù bambino ha letto la tua lettera e l’ha fatta avere al tuo papà. Ma dov’è lui non può venire e allora ha risposto con uno scritto.

Presi tremando la busta, l’aprii e dentro c’era un foglio con poche righe e anche per questo le ricordo.

Caro Annibale, mio adorato bambino.

Tu non mi puoi vedere, ma io da qui ti guardo.

Il tuo papà è sempre con te, in ogni momento, e anche se non ti stringe la mano, perché non può, sappi che ti vuole tanto bene.

Buon Natale, piccolo mio.

Il tuo papà.

Sinceramente, la ragione mi diceva di non credere, ma la passione, il sentimento prevalsero e così presi la lettera e la strinsi forte sul mio cuore.

- E dopo, passato quel giorno?

- Mi convinsi che non era vero, che la maestra aveva consegnato la mia letterina alla mamma e che lei ne aveva parlato con Don Zeffirino. Quel povero prete di campagna allora si era improvvisato papà, a fin di bene ovviamente, per regalarmi un Natale diverso dagli altri.

- Poi hai scoperto chi era veramente tuo padre e te ne sei anche vergognato.

- Sì, è vero ed è per questo che io ancor oggi penso a quella lettera, scritta da un vero papà. Adesso forse capisci anche perché, nonostante le incomprensioni di carattere politico, io sono sempre stato affezionato a Don Zeffirino, che mi ha sempre dimostrato, quando le circostanze lo richiedevano, di volermi bene come un padre.

- Per te, comunque, la mancanza  di un padre è stata una privazione?

- Nella vita puoi rinunciare a tutto, alla carriera, al lavoro, ma ai sentimenti no, perché sono quelli le uniche cose che contano.

Io avuto tanto, ma mi mancherà sempre la stretta di mano di un papà. 

- Però, hai avuto l’affetto di tua mamma, dei tuoi figli, di tua moglie.

- Sì, sono stato ampiamente ripagato di quanto non ho avuto, ma, se devo essere sincero, tutti i giorni, ma soprattutto in una ricorrenza come questa mi manca tanto la Tilde.

- Purtroppo la vita è così:  quello di cui abbiamo gioito in passato poi sarà un inevitabile motivo di dolore.

- Hai ragione, Renzo. Vedi, noi siamo come ombre nella nebbia e talora capita che un raggio di luce ci illumini. Quando questo viene meno, ritorniamo l’ombra che eravamo e non c’è ricordo che tenga che possa rischiarare la nostra vita.

Mi prese una mano, me la strinse con calore e guardandomi negli occhi mi disse solo: -Tanti auguri, amico mio.

Lo lasciai che celava il volto dietro il quotidiano per non mostrare le lacrime.

Fuori l’aria sembrava meno fredda; guardai il cielo che si era ingrigito. Non feci in tempo a pensare che era un tempo da neve che cominciarono a cadere i primi fiocchi.  Larghi, candidi volteggiavano lentamente fino a posarsi a terra quasi con delicatezza. In fondo alla strada due zampognari iniziarono a suonare. Mi volsi e scorsi il Guercio che mi guardava attraverso i vetri della finestra; se ne accorse e alzò una mano per salutarmi, ma tornò subito a osservare la neve che scendeva sempre più copiosa, proprio come in occasione del Natale del 1929.  

 

 (Da Storie di paese – seconda serie)

 

 
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