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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  L'eterno riposo 14/05/2009
 

L’eterno riposo

di Renzo Montagnoli

 

La notizia si sparse subito e del resto in un paese quando le campane suonano a morto la gente immagina sempre chi sia il defunto, sulla base di quanto già si sa, a volte da tempo, a volte da poche ore. Se la più anziana è notorio che sia più di là che di qua, subito si pensa a lei; più difficoltosa si presenta l’individuazione nel caso che quelli prossimi alla dipartita siano più d’uno (Che sia il Gepi, che stava così male? Oppure, Tonio che non passa giorno che non peggiori?). Addirittura impossibile è invece nel caso di dipartita improvvisa, ma questo avviene sporadicamente, perché sembra che la gente preferisca togliersi dai piedi alla svelta quando sta in città, dove la vita è convulsa e corre in fretta, così che anche la morte spesso si deve adeguare.

Il Guercio, non appena lo seppe dal sagrestano, che era andato da lui apposta per dirglielo, aveva lasciato l’officina, si era lavato sommariamente e, messo l’abito buono della festa, si era precipitato subito in canonica.

Adesso se ne stava in un angolo, nello stanzone semibuio, illuminato solo dalle candele che circondavano il catafalco. L’atmosfera era greve, con il puzzo della cera bruciata e le litanie sommesse che biascicavano un gruppo di suorine di diversi ordini e chissà quali, visto che le vesti non erano uniformi, ma ce n’erano di bianche, di nere e perfino di bianconere.

Quelle parole ripetute, sia pure a bassa voce, da bocche non in sintonia, mentre le dita sgranavano il rosario, davano vita a un suono non uniforme che di sicuro a Don Zeffirino non sarebbe piaciuto, lui che diceva che l’armonia non stava solo nella musica, ma anche nella gestualità quotidiana, nel ripetersi di movimenti e azioni che nell’immaginario del povero prete avevano quasi l’aria di passi di danza. 

Al Guercio non importava che pregassero, che facessero le loro funzioni, ma sentiva una sorta di dolore interno, che lo impietriva, come se il morto fosse uno di famiglia, e probabilmente poteva essere considerato tale, perché Don Zeffirino era stato un padre per tutti.

Ora era là, stroncato da un ictus, dopo aver superato un anno prima un colpo apoplettico che gli aveva lasciato un’emiparesi facciale, con la bocca piegata a destra e l’occhio chiuso dallo stesso lato.

Lo guardava, osservava quel volto scavato dagli anni e dal dolore e si stupì nel notare che l’occhio sinistro era spalancato, tanto che si avvicinò per esserne sicuro, ma gli si fece incontro il giovane curato, anticipandogli la risposta alla domanda che si stava ponendo.

- Sig. Annibale, non c’è stato verso di chiuderlo. Il medico dice che è un riflesso dell’altro occhio che la paresi dell’anno scorso, come lei sa…

- Sì, sì, capisco – sussurrò il Guercio e si ritrasse, ritornando al suo angolo.

Riprese a guardarlo e pensò perfino che sembrava che il morto facesse l’occhiolino. Scrollò le spalle per la sua idea bizzarra, eppure non era del tutto infondata, anche perché nel rigor mortis il corpo assume a volte le posizioni più impensate.

E poi, se anche avesse fatto l’occhiolino, che significato avrebbe potuto avere?

Fu allora che il Guercio ripercorse mentalmente la storia del suo rapporto con quel prete, non sempre idilliaco, ma mai di accesa conflittualità.

 

Quell’uomo, quand’era piccolo, era arrivato perfino a fargli quasi da padre in un Natale freddo come quello del 1929, aveva saputo dargli una tenerezza che per lui, bimbo in imbarazzo per la mancanza di un vero genitore, aveva significato molto di più della semplice apparenza del gesto, perché aveva compreso che in fondo tutti gli uomini possono essere padri nel bisogno, basta che abbiano un cuore e un’anima.

E poco importava che in seguito da amico fosse diventato un avversario, perché fra loro c’era sempre stata lealtà e addirittura alleanza, quando Don Zeffirino aveva capito che la Chiesa stava travalicando le sue funzioni.

Gli scese una lacrima, che si affrettò ad asciugare, e allora gli venne in mente che anche lui aveva un occhio chiuso da una benda e che in un certo senso si somigliavano, quella comunanza di caratteri che in passato qualche maldicente aveva cercato invano di trovare per sparlare di un prete che si recava spesso nella casa di una certa ragazza madre.

Si sa che le menzogne prendono piede più facilmente della verità e che i ragazzi se ne impossessano per sfoggiare una presunta e inesistente maturità.

Nessuna frase esplicita, ma mormorii seguivano il giovane Annibale, e perfino nei giochi, specialmente nel calcio, nel caso di inevitabili scontri fisici, gli veniva riservato, anziché il tradizionale “figlio di puttana” un più inconsueto “figlio d’un prete”.

Non reagiva alle offese, temendo che fosse vero, anche se gli sembrava impossibile.

Non c’era nessuna somiglianza, anzi c’era un’ampia dissomiglianza, e più faceva queste considerazioni, più si convinceva che il tutto era frutto della maldicenza, ma gli restava sempre il dubbio, che gli fugò solo il fabbro dove era andato a fare l’apprendista.

Accadde in una giornata che un cliente si arrabbiò per un lavoro non fatto a regola d’arte e tanto s’incavolò che riservò al padrone un “figlio di puttana” e al piccolo un “ figlio di un prete”. Annibale si adombrò, restò in silenzio, mentre cominciavano a scendergli le lacrime.

Il fabbro, che era un buon uomo, lo prese in disparte e gli disse:

- Non credergli, Don Zeffirino non è il tuo papà.

- E tu come fai a saperlo?

- Perché Don Zeffirino non può aver figli.

- Certo, come prete ha fatto il voto di castità.

Il fabbro si mise a ridere e aggiunse:

- Non basta un voto, sapessi quanti l’hanno violato!

Se mi giuri di non raccontarlo a nessuno, ti dico perché Don Zeffirino non può essere tuo padre.

- Lo giuro, ma dimmi.

- Abbiamo fatto la guerra assieme, io in fanteria, ma lui, che era prossimo all’ordinazione sacerdotale, in sanità.

E iniziò un racconto che sembrava ancor meno credibile della maldicenza che diceva che Annibale fosse figlio del prete.

Nel primo anno di guerra, finita una delle tante inutili battaglie, si concordò una tregua per raccogliere i morti e i feriti, compito riservato notoriamente alla sanità. Era una giornata fredda, con un velo di neve per terra e Don Zeffirino, anzi allora solo Zeffirino, si aggirava sul campo di battaglia, svolgendo il suo servizio. Ad un tratto avvertì un forte sommovimento viscerale, poi delle fitte sempre più intense che lo costrinsero a defecare lì, in mezzo a quei morti e feriti.

Aveva già finito, si era in parte rialzato per darsi una pulitina, quando forse per colpa di un crucco che detestava di più il nemico, oppure per il raffreddore di un cannone che si mise a sternutire, un proiettile di piccolo calibro, uno shrapnel, s’avvitò nell’aria, completò la sua parabola e anziché esplodere prima di toccare il suolo impattò con lo stesso, liberando i suoi micidiali pallettoni. Tutti sfiorarono  Zeffirino, meno uno, che gli passò fra le gambe, asportandogli i testicoli. Per il dolore svenne e si risvegliò in un ospedale da campo, dove un ufficiale medico non trovò di meglio che dirgli che per lui non sarebbe stato un problema mantenere fede al voto di castità.

 

I suoi pensieri furono interrotti da un improvviso vocio, da una serie di “oh” delle monache e dal passo pesante, ma rapido del curato che si appressava alla soglia della stanza.

- Eminenza, che disgrazia per tutti noi!

- Sì, era un bravo sacerdote, ma ora è nel regno dei cieli.

Il Guercio si voltò e vide il vescovo che, con un codazzo di prelati, era venuto a far visita a quel dipendente che senza sua volontà era stato costretto a lasciare il suo ufficio.

L’eminenza entrò, tendendo la mano per il bacio dell’anello e fu una gara fra le suorine, precedute peraltro dal curato che si era precipitato sulla pietra preziosa con la velocità e l’acume di un falco.

Impartì la benedizione, poi rimase un minuto in silenzio, quindi pensò bene di levare il disturbo. Nel volgersi per ritornare si accorse del Guercio in un angolo, abbassò il capo verso il curato, probabilmente per chiedergli di quell’uomo con una benda su un occhio e questi gli disse senz’altro che era il segretario della locale sezione comunista, perché il tutto si poteva comprendere dall’espressione del suo volto, fra il deluso e lo schifato. Nonostante ciò, quando passò vicino al Guercio, per istinto stese la mano per il bacio, ma si accorse subito dell’errore e la bloccò a mezz’aria, assumendo una posa innaturale, come quella di un individuo colpito da una malattia dei nervi, rattrappita com’era. La ritirò subito e con sguardo altero uscì dalla stanza. 

Quanto al Guercio ritornò a guardare il defunto, a osservare quell’occhio aperto e quell’altro chiuso. Altro che tombeur des femmes, Don Zeffirino aveva passato la sua vita ad ascoltare migliaia di confessioni, dai peccati talmente veniali che non potevano nemmeno dirsi tali, agli intrallazzi dei politici del posto, assolvendo tutti, anche quelli per i quali la sanzione di tre Avemaria e di quattro Paternoster faceva ridere, ma che sarebbero stati da gettare in una cella e buttar via la chiave. E quel povero prete l’avrebbe sicuramente fatto, se quell’incarico di essere un tramite con Dio non l’avesse obbligato a non giudicare. Quante messe ripetute, quanti sacramenti impartiti, quanti fratelli accompagnati nell’ultimo viaggio.

Se lo ricordava, come fosse stato ieri, prendere la bicicletta e partire con ogni tempo, con la pioggia d’autunno, la neve dell’inverno e l’arsura dell’estate, per andare a somministrare l’estrema unzione a un cristiano che se ne andava. Non brontolava mai, ma ritornava spesso affranto, stanco e con gli occhi rossi, perché quando nessuno lo vedeva piangeva per quel povero diavolo che lui aveva appena unto e che considerava un fratello, sia che fosse stato un frequentatore assiduo della chiesa, sia che fosse un agnostico. Si proponeva perfino agli atei, che lo rifiutavano anche prima di quell’ultimo viaggio, e allora diceva una preghiera per loro, chiedendo a Dio di accoglierli fra le sue braccia.

E poi i riti per evitare la grandine, per far passare la siccità, quasi che lui fosse quel Dio che cercava di scoprire nel corso di una vita, con non pochi dubbi, ma un’unica certezza, d’essere nato per servire umilmente gli altri, per aiutare chi aveva bisogno, come aveva fatto con gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Era stata una vita quella? Nessun affetto, spesso degli sgarbi, una solitudine continua da cui fuggire per rifugiarsi in Dio.

Ecco che cosa voleva dire quell’occhiolino: Io ho raggiunto l’eterno riposo e a voi che restate dico solo che son cazzi vostri.

Il Guercio fece un ciao con la mano e uscì a guardar le stelle, certo che se c’era veramente un Paradiso da lassù Don Zeffirino stava rispondendo al suo saluto.

 

(da Storie di paese)

 

 

 

 

 
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