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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  La pietà è morta 15/10/2009
 

La pietà è morta

di

Renzo Montagnoli

 

 

 

Negli ultimi anni il Guercio si era reso quasi irreperibile, tanto che i giovani del paese non sapevano chi fosse o al più lo consideravano un vecchio decrepito che un tempo lontano aveva fatto parlare di sé.

Certo la salute non lo assisteva, ma la sua mente era  lucida, e lui era ancora interessato ai fatti del mondo, pur senza avere più quel desiderio di combattere, di sanare situazioni che non facevano onore agli uomini.

Usciva raramente e, comunque, quando lo faceva, disertava il bar, che aveva perso quel carattere di osteria paesana, dove un tempo si riusciva a sapere tutto di tutti. Ora non era più così e le discussioni animate, un tempo relative a politica e a corna, si erano ridotte ai soli vaneggiamenti calcistici.

Quel 1995 fu caratterizzato da un’estate lunga e calda, torrida in verità, con un’afa opprimente che rendeva deserte le vie anche di sera. Era da tempo  che non vedevo il Guercio, avevo chiesto in giro, ma nessuno pareva saperne nulla. Allora, un giorno di una seconda metà di agosto non gratificata dal consueto temporale per la ricorrenza della Madonna, mi decisi, verso il tramonto, a uscir di casa, con il preciso scopo di andare a trovarlo.

Mi accolse in una camera semibuia, calda e silenziosa, tanto che si potevano udire chiaramente i ronzii delle mosche che sbattevano contro i vetri chiusi delle finestre nel tentativo di riguadagnare la libertà degli spazi aperti.

- Vedi, sono ormai né più né meno di questi insetti, bloccato qui dentro, con il desiderio però solo mentale di evadere. E che c’è fuori? Caldo, luce abbacinante, e un deserto di sentimenti che mi fa piangere questo povero cuore malato.

- Mala tempora currunt – replicai.

- Sì, come dici tu. La gente è in preda a un’isteria che la spinge solo e unicamente a cercare il profitto, senza rispetto per gli altri, ma anche per se stessa. E quel che è peggio è che la pietà è morta; c’è un disinteresse generale per chi ha bisogno di aiuto, per i malati, per i vecchi, per i poveri, che non porterà a nulla di buono.

- I tempi sono cambiati, purtroppo, e non ci sono più ideali.

- Vero, ma quello che mi preoccupa di più è proprio l’assenza di pietà. Mi prometti di non riferire a nessuno la storia che ti sto per raccontarti, almeno fino a quando sarò in vita? Dopo, quando non ci sarò più, potrai farlo, se vorrai.

- Non fare il misterioso, Guercio. Che cosa c’è di tanto particolare che altri non debbano sapere?

- Lo capirai, ma adesso promettimi di non farne parola con altri.

- Promesso – e, con un gesto che mi riportò all’infanzia, incrociai gli indici delle mani, portandole sulle labbra.

- Questa vicenda risale al periodo in cui ero partigiano, un’epoca di grandi speranze, ma anche di immensa sofferenza interiore per me.

- Non ne hai un buon ricordo, insomma.

- I ricordi, quando ci sono dei morti di mezzo, sono sempre dolorosi. Ma vengo al dunque…

 

 

Era l’estate del 1944 e il mese era come ora, agosto, un’estate anche quella torrida e che sembrava non finire mai.

Come sai già, io ero sull’Appennino, vicino a un paese che preferisco non nominare. Gli alleati stavano risalendo la penisola e la liberazione sembrava assai prossima, ma poi l’accentuazione della difesa tedesca e anche un minor piglio offensivo portarono a un altro inverno di guerra.

I rapporti con il podestà, che fino a qualche mese prima erano stati di reciproca indifferenza, si guastarono all’improvviso quando l’unico figlio, arruolatosi nella Guardia Nazionale Repubblicana, meglio ancora repubblichina, era morto, ucciso non dai partigiani, ma mentre maneggiava troppo spavaldamente una bomba a mano.

Quell’evento trasformò il padre, da indifferente fascista, a spietato persecutore. Riuscì a far venire in paese un distaccamento di camicie nere, a cui si aggiunse poco più tardi una compagnia di tedeschi della Wermacht, tutti reduci dal fronte orientale.

Quest’uomo cominciò a vedere partigiani ovunque, anche dove non c’erano, sospettò di tutta la popolazione riducendo la già misera razione delle quote annonarie, così che la fame divenne sempre più acuta. Non contento, riuscì a reclutare con i tedeschi quasi tutti gli uomini del paese da utilizzare nell’organizzazione Todt. Noi restammo buoni, per vedere come andava a finire e per evitare che infierisse ulteriormente sulla popolazione.

Però tutte queste azioni non gli bastavano e si mise a dar la caccia anche agli ebrei: figurati, io non sapevo neppure  che ne esistessero in zona. Lui li trovò, però, nascosti in un casolare lungo un pendio; era un’intera famiglia, composta dai genitori e da due ragazzi di meno di vent’anni. Quando furono arrestati, fu trovata poi, nel corso della consueta perquisizione, una radio nascosta in una cassapanca.

Il podestà, ormai in preda a un odio feroce, concluse che quell’apparecchio era la prova che gli ebrei erano delle spie e che lo utilizzavano per trasmettere notizie agli alleati, senza rendersi conto che quello era solo un apparecchio ricevente, come quello che anche lui aveva in casa.

Nella sua follia ricollegò così il bombardamento occasionale di una frazione da parte del famigerato Pippo con ordini impartiti direttamente attraverso quella radio e benché nell’azione bellica non vi fossero stati per fortuna né morti né feriti, ma solo una casa lesionata, istituì immediatamente un tribunale, di cui al tempo stesso era accusatore e unico giudice.

E’ inutile dire che non vi furono avvocati difensori e che il procedimento si concluse nell’arco di un’ora con una sentenza di morte per impiccagione per tutti e quattro, anzi per cinque, perché un paesano ebbe il coraggio di intervenire facendo notare che l’apparecchio radio non poteva essere uno strumento di spie, essendo solo ricevente.

L’esecuzione avvenne subito e i condannati furono appesi ai rami di due grossi olmi che da tempo ornavano la piazza del paese, e, crudeltà nella crudeltà, morirono per soffocamento, una lunga straziante agonia accompagnata dalle risate di scherno del podestà e delle camicie nere.

Ormai si era superato ogni limite, anche perché subito dopo la soldataglia fascista abusò ripetutamente di donne sospettate, in modo del tutto arbitrario, di essere in contatto con i partigiani.

Si doveva intervenire, non si poteva stare più buoni,  e così al comando decidemmo che il podestà doveva essere ucciso: azione particolarmente difficile, visto che in paese, oltre alla compagnia di tedeschi, c’erano un centinaio di camicie nere, mentre noi non eravamo più di una cinquantina.

L’unica possibilità era quella di giocare d’astuzia, con il ricorso a un solo uomo che, spacciandosi come membro dei servizi segreti della repubblica di Salò, avrebbe potuto avvicinare la vittima designata.

Mi offrii io, visto che nessuno in paese mi conosceva e che con quell’unico occhio avevo un che di misterioso che poteva rafforzare la mia falsa identità, comprovata, peraltro, da un documento di riconoscimento vero, trovato appunto nelle tasche di una spia che era stata eliminata alla fine dell’inverno.

L’arma sarebbe stata una pistola Glisenti, ma feci notare che era molto probabile che le camicie nere me la togliessero prima di poter accedere all’ufficio del podestà; si decise allora che avrei portato con me, nascosto in uno stivale, uno stiletto lungo e bene affilato. Per darmi la possibilità poi di fuggire, venne decisa una contemporanea azione dimostrativa contro una casermetta, fuori del paese, dove stazionava, ben protetta, una squadra di tedeschi.

L’azione si sarebbe svolta all’indomani, nella tarda serata.

Quella volta temetti veramente per la mia vita e scrissi pertanto una lunga lettera a mia moglie, sperando che le fosse consegnata, ovviamente nel caso io fossi caduto.

Era una sera calda, per non dire torrida, e, benché avessi preso un’aria misteriosa, come di  uno che è a conoscenza di cose importanti, ma che può dirle solo a chi conta, dentro tremavo come una foglia.

Come previsto, all’ingresso della casa comunale fui fermato dagli sgherri fascisti; mi qualificai, fornii il documento, lo guardarono bene, lo girarono, lo riguardarono, rimasero perplessi, insomma non li avevo convinti.

Allora decisi di buttarla sul cameratesco: cominciai a vantarmi di aver catturato o fatto catturare diversi partigiani, a raccontare delle efferate torture a cui li avevo sottoposti, gonfio d’orgoglio; ogni volta che nominavo la parola banditi – che si riferiva ai partigiani – sputavo per terra, e poi, apoteosi finale, raccontai loro una barzelletta sul Duce che giurai aver raccolto dalle sue stesse labbra.

Cominciarono ad arrivarmi manate sulle spalle, offerte di bicchieri di vino, che rifiutai sdegnato, poiché  ribadii che avevo urgenza di conferire, per questione della massima importanza, con il podestà. Una camicia nera si occupò della questione, assentandosi per una decina di minuti; ritornò trionfante per dirmi che potevo accomodarmi. Fu così che entrai fra quelle mura, lasciando la pistola all’ingresso, a seguito di cortese, ma ferma richiesta.

L’ufficio del podestà era letteralmente tappezzato di nero, tanto da sembrare una stanza in cui si stesse  svolgendo una  veglia funebre.

A parte un ritratto di Mussolini, le pareti erano ricoperte da fotografie che ritraevano un giovane dallo sguardo fiero, probabilmente il figlio morto.

Alzai il braccio in segno di saluto a un’ombra che mi si faceva avanti; ricambiò, rimanendo a lungo così, con l’arto teso, poi mi fece accomodare.

- Che avete da dirmi di così importante?

- Podestà, nei dintorni del vostro paese c’è il covo  delle spie alleate.

- Lo dicevo io che quelle serpi si annidano ovunque.

E si alzò in piedi gesticolando, con gli occhi sbarrati.

- Dove sono?

Feci il nome di una località completamente disabitata.

- Quanti?

- Una cinquantina.

- Allora occorre tutta la guarnigione, sì tutta, perché così li prenderemo con le mani nel sacco, ma nel sacco li metteremo noi, vero?

- Certo.

- Quando cominciamo?

- Meglio subito, non vorrei che si insospettissero.

- Vero, bravo, siete un uomo d’azione. E quell’occhio dove l’avete perso?

- Nello sventare un attentato al duce.

- Oh, giorno sublime, che ci ha fatto incontrare! Noi insieme faremo grandi cose; ripuliremo la zona dalle canaglie, e poi tutta l’Emilia, tutta l’Italia, il mondo intero, sempre invincibili e invitti.

Chiamò una camicia nera e diede subito gli ordini:

- Partenza immediata. Avvisare i camerati tedeschi. Io verrò dopo con questo coraggioso ed eroico camerata.

Si udirono grida, ordini, automezzi che venivano messi in moto, marce che s’ingranavano e infine partirono.

- Adesso andiamo anche noi, subito dietro.

- Certamente.

- Mi potete aiutare ad allacciarmi il cinturone con la pistola? Ho un po’ di pancia…

L’aiutai, e così riuscii a sfilargli la pistola dal cinturone e prima che se ne accorgesse premetti il grilletto due volte.

Ho ancora davanti agli occhi la sua espressione stupita dopo il primo colpo, che gli  aveva trapassato la gola; alzai un po’ la mira e un fiore rosso si allargò sulla sua fonte.

Mi girai subito verso la porta, perché mi aspettavo che accorressero l’autista e il milite di scorta.

E infatti fu così, ma non ebbero il tempo di vedere quello che era accaduto, colpiti entrambi al cuore.

Mentre uscivo risuonarono lontane le raffiche della nostra mitragliatrice, che avrebbero coperto la mia fuga, ma tacquero pressoché subito. Da come seppi dopo, sparati una decina di colpi, l’arma s’era inceppata.

Riuscii a uscire dal paese, ma come mi avviai per la campagna mi vennero incontro i fari degli autocarri tedeschi, ritornati prontamente indietro per difendere il loro fortino.

Mi acquattai in un fosso, sperando che sfilassero veloci. Invece si fermarono, scesero tutti i soldati e iniziarono un rastrellamento; vidi a un centinaio di metri un casolare con un fienile e mi diressi là quasi strisciando. Con immensa fatica vi arrivai e corsi a nascondermi fra la paglia.

Intanto, dalla parte opposta, udii chiaramente le grida della soldataglia fascista che, ritornata dall’infruttuosa missione e saputo della morte del podestà, partecipava al rastrellamento con obiettivo il paese e i suoi immediati dintorni. In pratica ero chiuso in un cerchio con possibilità di uscirne pressoché nulle e con solo una pistola, quella che avevo sfilato dal cinturone, con due proiettili. Non c’era, quindi, nessuna difesa, se non sperare, magari pregando.

Il buio della notte piano piano schiarì e l’alba sorse su un terreno brulicante di nemici inferociti.

Vidi con sgomento che avevano catturato alcuni uomini, quasi tutti anziani, contadini sorpresi nelle loro case e li spingevano avanti, usandoli come scudi.

Infine arrivarono al casolare, buttarono giù la porta con i calci dei fucili, si sentirono grida, urla, pianti.

Entrarono anche nel fienile, ma, stranamente, non lo perquisirono.

L’alba era livida e tutto mi appariva come un film rallentato, con quegli uomini che ammassavano al centro dell’aia una decina di ostaggi, fra i quali un ragazzo che forse non aveva nemmeno diciotto anni. 

Una donna, disperata, cercava di raggiungerlo, frenata dal cordone di militi.

- E’ solo un ragazzino! Non mi è rimasto che lui. Suo padre è morto in Grecia e suo fratello non è più tornato dalla Russia.

Un ufficiale tedesco, un tenente, probabilmente il comandante, si fece largo fra i soldati.

- Non è più tornato dalla Russia?

- Sì, disperso mi hanno scritto.

L’uomo si tolse il berretto e si chinò verso la donna, che si era inginocchiata. La prese per le braccia e l’aiutò a rialzarsi, poi la guardò negli occhi e le sussurrò qualcosa, che non potei udire, ma che dubito possano aver inteso anche i suoi soldati.

Infine, le carezzò i capelli, dolcemente, e questa volta, a voce alta, anche se un po’ emozionata, le disse:

- Non temere, tuo figlio resterà con te.

E diede l’ordine di toglierlo dal gruppo degli ostaggi. Il povero ragazzo corse dalla madre e l’abbracciò singhiozzando, mentre il tenente stava a capo chino.

Il comandante delle brigate nere gli chiese cosa fare degli altri ostaggi e lui, dopo averli guardati a uno a uno, rispose: - Non sono banditi e quindi che tornino alle loro case.

- E per il  criminale che ha ucciso il podestà?

- E’ evidente che è fuggito e che per il momento non riusciremmo a trovarlo. Metteremo una taglia su di lui, ma dubito che possa avere effetto, visto quanto poco si è fatto amare il vostro capo. E ora torniamo ai nostri quartieri, magari a studiare un rastrellamento di più ampia portata.

Nel giro di una decina di minuti l’aia si svuotò: il cerchio, come si era chiuso, si riaprì e io guadagnai velocemente il bosco e poi la montagna.

Quando raccontai ai miei compagni tutta la storia rimasero perplessi, perché non volevano credere che esistesse un tedesco che avesse  tanta umanità e, se devo essere sincero, avevo sempre pensato come loro pure io.

Ma quella tenerezza per una madre era senza ombra di dubbio la prova che non tutti nemici erano uguali.

Mi sarebbe piaciuto incontrarlo a guerra finita, dirgli che se avesse dato ordine di fucilare gli ostaggi, delle due pallottole che avevo una sarebbe stata per lui, e che invece ero contento, se non felice, di aver trovato un uomo degno di questo nome.

Passò l’estate, venne l’umido autunno e poi il rigido inverno. Altri lutti, ancora guerra, la perdita del nostro capo, io che avevo preso il suo posto, ma già alle prime avvisaglie della nuova stagione c’era la certezza che ormai si era prossimi alla fine e quando gli angloamericani arrivarono ad affacciarsi sulla pianura padana l’atteggiamento prudente che avevamo tenuto fino ad allora fu di colpo cancellato e scendemmo al paese, perché noi volevamo liberarlo, perché noi eravamo la nuova Italia, desiderosa di riscattarsi, di dimostrare al mondo che si poteva cambiare.

I fascisti se ne erano quasi tutti già andati e i pochi che trovammo erano solo dei fanatici cecchini che riuscimmo a stanare con grandi difficoltà e con la perdita di due dei nostri.

Restava il presidio tedesco e il loro comandante chiese di parlamentare con il capo dei banditi.

Fu così che ci incontrammo. Lui, in cambio di una tregua,  domandava solo di lasciarli andare tutti, con il solo armamento leggero.

Lo guardai negli occhi.

- Dove vuole andare?

- Desidero riportare a casa i miei uomini. La guerra è perduta e sarebbe inutile combattere.

Gli raccontai allora dell’episodio di alcuni mesi prima; mi ascoltò con attenzione e concluse dicendo che anche lui, se fosse stato in me, si sarebbe comportato allo stesso modo.

Gli feci presente che la richiesta poteva essere esaudita, ma che,  lasciare andare in giro armati  lui e i suoi soldati, per un paese in ebollizione, equivaleva a metterli a repentaglio della vita, perché avrebbero incontrato altre bande, magari gente esasperata per tragedie vissute e che quindi era meglio che si consegnassero a noi, in attesa degli angloamericani.

Parlottò un po’ con i suoi, poi venne verso di me, tolse la pistola dal fodero e me la consegnò. La stessa cosa fecero i soldati con le loro armi individuali.

Era una sensazione stranissima trovarsi in mezzo a chi avevamo tanto temuto e odiato e vedere nei loro occhi la stanchezza di una lunga guerra, il dolore per gli amici morti, l’incertezza per il domani.

Restammo insieme quasi ventiquattro ore e fu veramente salutare, un ritorno alla normalità che solo con il contatto così diretto fra ex nemici si poteva raggiungere alla svelta.

Il tenente si rivelò un uomo che aveva combattuto credendo nei principi della Germania nazista, ma che poi, per strada, battaglia dopo battaglia, aveva amaramente scoperto il suo errore.

Gli chiesi allora cosa avesse sussurrato, quel giorno, alla madre del ragazzo e lui, a bassa voce, come allora, quasi avesse a vergognarsene, rispose: - Le ho detto che troppe madri aspetteranno invano i figli vittime di questa guerra e probabilmente fra queste ci sarebbe stata anche la mia. Parlavo a lei, ma davanti a me vedevo mia mamma, invecchiata, con gli occhi angosciati per la perdita del figlio. Mi creda, questa guerra è stata per me un risveglio, ma anche l’inizio del tormento del rimorso.

Poi si sedette,  accanto al fuoco e, abbassando gli occhi, mormorò: -  Sia sincero, lei ha pietà di me, vero?

- No, perché lei ha pietà di se stesso, ha capito gli errori e vorrebbe che non fosse mai accaduto. Tempo e occasioni per rimediare ne avrà e sono sicuro che lo farà. Vede, la pietà che ha provato per quella povera madre è uno degli atti più belli, più puri che ho visto in questi anni di dolore.

Quando arrivarono gli alleati, gli consegnammo i tedeschi e in quell’occasione io e il tenente ci scambiammo gli indirizzi.

Dopo la guerra gli scrissi un paio di volte, ma senza aver risposta. Passarono gli anni, tanti, e poi ci rivedemmo.

- Dove? Quando?

- L’anno scorso, qui.

- Davvero?

- Ti ricordi, e fece tanto notizia, la visita in Italia per una raccolta di fondi del missionario comboniano Padre Alois Zimmermann?

- Sì, c’è stata perfino una festa in paese. Ma allora quel vecchio con la barba bianca e gli occhi celesti…?

- Sì, era lui.

- E perché non raccontare la cosa, se non dopo la tua scomparsa?

- E’ semplice: perché così questa grande amicizia ha una purezza che è solo nostra. Un giorno potranno venirlo a sapere gli altri, e chissà se da questo episodio non possano imparare soprattutto che cosa sia la pietà. Ma ora questa stupenda storia di nemici diventati amici è giusto che non venga divulgata, per  evitare anche che qualche giornalista scriva un articolo retorico o addirittura che ne travisi i fatti.  Alois era veramente un essere dotato di grande umanità  e conosceva il  valore vero della pietà.

- Era?

- Sì, è morto la settimana scorsa; ho ricevuto ieri la notizia e sono addolorato come se mi avesse lasciato un fratello.

- E’ una bella storia, Guercio, e sono contento che tu me l’abbia raccontata. Toglimi una curiosità: cosa hai provato quando hai sparato a bruciapelo al podestà?

- Al momento nulla, tutto preso dalla missione da compiere, dalla paura anche; ma poi, una volta in salvo fra i miei compagni, ho rivisto quella scena tante volte e ogni volta  avvertivo un torcimento di stomaco, un senso di vuoto come di chi cade. Alla fine ho avuto  pietà di me stesso e l’ho ancora; si doveva fare, era giusto farlo, ma nessun uomo ha il diritto morale di togliere la vita a un altro. Sono ricordi che ancora, a così grande distanza di tempo, aprono una ferita che nessun medico potrà mai guarire.

- Ti capisco.

Non dissi altro, perché sapevo che il Guercio non gradiva i complimenti.

Ritornai a casa mentre le ombre della sera calavano sul paese, senza tuttavia lenire il gran caldo.

 

(da Storie di paese)

 
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