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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Natale di guerra 22/12/2011
 

Natale di guerra

di

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

Fu l’ultima volta che gli porsi gli auguri di Natale, consegnandogli il solito panettone, un modesto omaggio per un amico che tanto mi aveva insegnato con l’amore quasi di un padre. Un dicembre freddo, quello, e con la neve che tardava a venire, con disappunto di chi, per tradizione, si auspica una festa così cristiana e familiare nel caldo della casa e con i tetti e i campi imbiancati.

Fu l’ultima volta, ma non lo sapevo, anche se, dopo la visita, nel ritornare a casa, infreddolito per un venticello gelido che spazzava le strade ebbi netta la sensazione che il mio caro amico Guercio era prossimo al capolinea.

Mi ricevette con il consueto affetto, ma in lui era presente un’ombra, che quasi si poteva scorgere nell’unico occhio rimasto, non più vivo come in passato, anzi smorto, quasi perso a guardare un futuro indefinibile e comunque non roseo.

- Hai fatto bene a venire. Tu non ti dimentichi degli amici e i tuoi auguri mi sono particolarmente cari.

- Non potevo mancare e non per abitudine, perché il rivederti ogni volta è un piacere e trovarmi di fronte a te in questo giorno di vigilia mi commuove in modo particolare. Come stai?

Chinò la testa, ormai del tutto incanutita.

- Sto, ci sono, con i miei malanni, fin troppo fedeli, ma senza il calore di mia moglie. Mi manca tanto, Renzo, e ancor di più in una festa come questa.

Non dissi nulla, perché nulla si può dire a un povero vecchio, alla fine dei suoi giorni, privato da anni della compagnia della donna che aveva così tanto amato.

Però qualche cosa dovevo inventarmi, anchè perché l’occhio del Guercio cominciava a luccicare per una lacrima.

- Dai, però ci sono i tuoi figli, e questo conta molto.

- Buoni, quelli. Una telefonata di auguri domani mattina e se la sono cavata.

- Scusa, uno sta negli Stati Uniti e l’altro invece a Palermo…

- Vero, ma mai che trovino il tempo per un Natale, dico un Natale, solo un Natale, per venirlo a passare con questo povero vecchio.

Oggi la gente ha troppo e al troppo sacrifica i sentimenti. E per questo, se tu hai un po’ di tempo per restare, ti voglio raccontare una storia avvenuta nel 1942, in piena guerra, alla vigilia di Natale.

- Racconta pure.

- Questo fatto mi è venuto in mente proprio oggi, dopo così tanti anni. E’ balzato fuori all’improvviso, così vivo, così nitido, come se fosse accaduto ieri. Ebbene, come ti dicevo si era alla fine del 1942, io già congedato come invalido di guerra per via dell’occhio perso l’anno prima in Albania. Quelle poche speranze che il conflitto durasse poco erano scomparse e al freddo, alla fame, si accompagnava anche la paura per i bombardamenti. Qui volevano colpire il ponte, ma non sempre la mira era precisa e già alcune case erano state distrutte. Ricorderò sempre  i corpi delle vittime, appena estratti dalle macerie e distesi in mezzo alla strada, volti sfigurati, ossa spezzate, un vecchio maciullato, una bambina intatta e che pareva che dormisse. Tu non puoi capire cosa si prova a vedere la morte, non come fatto naturale, che è già dolorosa, ma per mano dell’uomo. Si mescolano sentimenti strani, un misto di commozione, rabbia, perfino odio, e infine un’avvilente rassegnazione. Ma ritorniamo a quella vigilia di Natale che voglio raccontare come se la rivivessi ancora e pertanto ti prego di non interrompermi.

Ecco la scena appare nella nebbia, una casa, questa, una stanza, questa, una famiglia, la mia.

- Annibale, nel tuo giro, cosa hai trovato?

- Sono stato anche fortunato, spendendo tutto quello che avevo in tasca. Ecco, se guardi nella sporta, ci sono dei fagioli secchi, cinque patate, due fettine di lardo, un etto di burro e sei uova.

Tilde abbassa gli occhi e a bassa voce si lascia andare a uno sfogo:

- Altro che cenone, questo è già poco per un pasto e ci deve bastare per almeno tre giorni.

Allargo le braccia, ho girato tanto, non so quanti chilometri ho fatto in bicicletta per strade dissestate, al freddo, un freddo che mi porto dietro ormai da giorni, e non ho trovato che questa poca roba.

- Tilde, sono già le tre del pomeriggio e se vuoi riesco.

- Cosa vuoi andare di nuovo, a prenderti una polmonite?

Chino la testa, perché ormai sono rassegnato. Non mangiamo carne da mesi, qualche volta, se riesco a pescare in Po qualche pesce è quello un giorno fortunato. In casa sono tre le bocche da sfamare, la mia, quella di Tilde e quella del nostro bimbo.

- Vedi di fare qualcosa, un po’ di pane, un uovo al burro, due patate lesse, è sempre meglio di niente.

- Il bambino deve mangiare e ha bisogno di carne, anche.

- Dagli un uovo, che è la carne di domani.

Sono fra l’arrabbiato e il disperato e allora esco di casa, sbattendo la porta. Vado, cammino, senza una meta. Mi sento drammaticamente inerme, perché non posso fare nulla.

Già si fa buio e ricomincia a nevicare. Passano le ore, non so quante, perché non ho più l’orologio, l’ho impegnato al Monte di Pietà, forse è già l’ora di cena ed è così.

Passo davanti alla casa di Marchetti, il gerarchetto, come tutti lo chiamano, e attraverso i vetri vedo la tavola imbandita coperta da ogni ben di Dio: antipasti vari, tortelli, zamponi con le verze, faraona arrosto, insalate miste, panettoni.

Lui può, è un fascista scalmanato e quello che non riesce a comprare se lo fa dare con le maniere forti.

C’è tanta di quella roba che una famiglia come la mia può mangiare a sazietà per un mese.

Passo oltre, sconsolato e arrivo quasi al ponte, quando all’improvviso suona l’allarme.

Corro via subito, perché quello è l’obbiettivo, ma non so dove andare, poiché le bombe possono cadere ovunque, anzi già temo per la mia famiglia e l’immagine dei volti di mia moglie e di mio figlio si sovrappongono a quelle dei morti dei precedenti bombardamenti.

Sento un rumore di motori in cielo, poi mi strazia il sibilo delle bombe, e infine ecco le esplosioni. Avverto chiara una vampata di calore, sono gettato per terra, mi duole tutto un fianco. Il buio non c’è più e la luce dei bengala e dei roghi accesi dalle bombe rischiara il buio, al punto che sembra di essere di giorno. Ho alcuni tagli nelle mani provocati dai vetri infranti, il fianco mi fa sempre male, come se qualche cosa gli premesse contro; mi porto una mano per toccarlo, ma non ho ferite, eppure sento premere e allora decido di alzarmi, con fatica.

Mi reggo a malapena sulle gambe e cerco di capire dove sono: mi trovo davanti alla casa di Marchetti, i vetri sono infranti, per lo spostamento d’aria la tavola imbandita  è diventato un ammasso di cibo, guardo ancora per terra e non credo ai miei occhi, perché c’è una faraona arrosto e non solo lei, anche un paio di zamponi che sembrano invocare la mia attenzione unitamente a un bel panettone.

Mi guardo in giro, non ci sono case crollate, la gente è ancora nei rifugi e, mentre i bombardieri si allontanano, raccolgo tutto quel ben di Dio e corro a casa.

Tilde è in preda all’angoscia, ma quando mi vede ha un sospiro di sollievo, che si tramuta in gioia quando nota il cibo che ho in mano.

Mi chiede come ho fatto e io le racconto.

- Annibale, è stato un dono di Dio e come tale non può restare solo a noi.

- Ma Tilde, se lo dividiamo con tutti gli altri, non ci resterà nulla da mangiare..

- No, non con tutti gli altri, ma con don Zeffirino, che è da tre giorni che non tocca cibo per darlo a quei poveri profughi e poi chiamiamo a cena anche la signora Giovanna, che è già povera in tempo di pace, una donna che porta con dignità la sua miseria. Sei d’accordo?

- Come si fa a non essere d’accordo con te, che hai un cuore troppo grande.

E così fu.

- Commovente.

- Renzo, quello è stato il più bel Natale della mia vita ed è da allora che ho imparato quanto sia grande la gioia nel donare.

Mi abbracciò, ma si avvertiva chiara la difficoltà nel respirare: al suo cuore malato si aggiungeva l’enfisema. Eppure strinse, strinse forte e quando mi disse “Buon Natale, amico caro”, mi vennero le lacrime agli occhi. 

Contraccambiai la stretta, ma mi accorsi di avere fra le braccia un povero mucchietto di ossa, ciò che restava di un uomo che tanto aveva dato a tutti e che a me dava ancora con la sua amicizia.

- Adesso vai, perché non voglio commuovermi.

Buon Natale Renzo.

- Buon Natale, caro Guercio.

Uscii e presi la strada di casa; passai davanti all’abitazione che era stata di Marchetti e vidi una tavola imbandita e allora ritornai sui miei passi, e tanto feci e tanto strepitai che quella sera il Guercio cenò da me.

 

 

(Da Storie di paese)

 

 

 

 

 
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