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  Editoriali  »  Quisquiglie di dicembre 2016, di Renzo Montagnoli 08/01/2017
 

Quisquiglie di dicembre 2016

di Renzo Montagnoli



Immaturità


Anche il 2016 é giunto al termine e non sono mancati di certo i problemi e certe perle talmente diffuse che quasi non fanno notizia. Eppure ce n’è una che mi ha colpito e riguarda un ministro del governo Gentiloni, quello della Pubblica Istruzione, che, senza averne il titolo, ha dichiarato di essere laureato. Chi si comporta così non rivela la sua congenita “pochezza”, tanto più grave nella circostanza perché la signora (si tratta infatti di una ministra) non ha nemmeno sostenuto l’esame di maturità. Il dicastero è di estrema importanza e il fatto che il suo titolare non sia in possesso di un adeguato titolo di studio mi fa semplicemente inorridire. C’é da dire, tuttavia, che non si tratta di un caso limite, ma è semplicemente la riprova che i meriti per cui si viene scelti a svolgere importanti funzioni sono ben altri, con tutte le conseguenze negative del caso. Se vogliamo ampliare il discorso è possibile rilevare come ormai da molti anni personaggi di modeste capacità siano investite di cariche di rilevante importanza, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è di peggio che mettere un mediocre in una posizione di rilievo perché questo si convinca di essere un genio e faccia scempio di ogni logica. Peraltro, il fenomeno è talmente diffuso che si riscontra in tutti i campi e non solo in quello delle pubbliche istituzioni. Addirittura ci sono autori letterari che senza alcun merito sono considerati dei grandi narratori, imposti al pubblico dei lettori dagli editori con un’accorta politica pubblicitaria, grazie a recensioni di altri che dovrebbero avere competenza e invece non l’hanno. A volte, leggendo certe prose, resto basito e non tanto per il contenuto, quasi sempre banale, ma per il pessimo uso della nostra lingua; eppure, sono autori che possono contare su migliaia di affezionati che, senza accorgersene, peggiorano il già loro modesto livello culturale. Se poi le cose non vanno bene, se il paese traballa, se l’economia langue non ci si deve lamentare, perché sempre si raccoglie ciò che si semina.


Lecito licenziare per aumentare i profitti


Stiamo pericolosamente tornando indietro, a un sistema capitalistico selvaggio, in cui le due parti, impresa e lavoro, sono su piani ben diversi, con il secondo totalmente subordinato al primo. Già ci si era messo il governo Renzi , con la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e ora ci pensa la Cassazione con una sentenza che fa scalpore e che consente al datore di lavoro di licenziare il dipendente per una migliore efficienza gestionale e per aumentare così i profitti. In particolare il passaggio nel dispositivo che farà discutere non poco é il seguente: “ Ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all'attività produttiva ed all'organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell'impresa, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa; ove però il licenziamento sia stato motivato richiamando l'esigenza di fare fronte a situazioni economiche sfavorevoli ovvero a spese notevoli di carattere straordinario ed in giudizio si accerti che la ragione indicata non sussiste, il recesso può risultare ingiustificato per una valutazione in concreto sulla mancanza di veridicità e sulla pretestuosità della causale adottata dall'imprenditore".

Come si può notare, al d là dello specifico caso su cui la corte è stata chiamata a pronunciarsi, la motivazione è assai vaga e la più ampia possibile, cosicchè il lavoratore d’ora in poi non dovrà preoccuparsi solo se l’azienda è in crisi, ma anche se procede favorevolmente.

Insomma, si finisce con il tutelare nel modo più ampio una sola parte, in danno dell’altra, che peraltro notoriamente è sempre la più debole.

Se questo è un progresso, tanto valeva ritornare agli anni ‘50; non credo, comunque, che il disporre a piacimento del destino degli altri possa portare a risultati positivi, anzi prima o poi la conflittualità finirà con l’esplodere, poiché a nessuno piace essere trattato da schiavo.


La banda del buco


Si salverà il Monte dei Paschi, ma non sarà una soluzione indolore, almeno per noi cittadini italiani, che vedremo aumentare il già cospicuo debito pubblico. Indubbiamente c’erano da tutelare i risparmiatori e i dipendenti, ma mi chiedo due cose:

1) come sia potuta arrivare questa grande banca a una situazione di quasi insolvenza;

2) di chi siano le responsabilità, ma, soprattutto, una volta avuta la risposta, se non vengano presi provvedimenti nei confronti di questi banchieri che, a dir poco, devono essere considerati degli incapaci.

Temo che i quesiti resteranno aperti, perché, come è abitudine da noi, chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato e, aggiungo, continuerà a dare.

Non parliamo poi dei deboli controlli dell’Organo di Vigilanza e della Consob, organismi che sembrano aver chiuso gli occhi su non poche operazioni del Monte dei Paschi.

Ancora una volta, quindi, chi paga sarà “pantalone”, ma paga oggi, paga domani, fra non molto non gli si potrà scucire più nulla, perché finirà per rimanere in mutande.


 
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