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  Editoriali  »  Lavorare, ancora e sempre per gli altri, di Lorenzo Russo 15/03/2017
 

Lavorare, ancora e sempre per gli altri?

di Lorenzo Russo





Sono Carlo. Ogni mattina mi alzo alle ore sette, faccio colazione e mi avvio al posto di lavoro.

Sono addetto a svolgere la contabilità di una media impresa. Non è proprio una mansione creativa, soddisfacente, ma non avendo imparato altro devo adeguarmi per vivere.

Ieri la ditta ha sostituito alcuni colleghi, un po' più anziani di me, con nuovi arrivati dall'Africa.

Il motivo è chiaro: costano di meno e sono più volenterosi. I sostituiti saranno assistiti da un fondo appositamente creato e poi mandati in pensione.

Il sistema sociale da noi funziona ancora, ma la sua fine è già individuabile.

Cosa accadrà poi, se lo chiede ognuno che non svolge mansioni specializzate.

I tempi sono cambiati, i nuovi arrivati pretendono di essere assistiti e di poter lavorare.

Di rimandarli al paese di origine non se ne parla, almeno per il momento, fino a quando non serviranno più e saranno licenziati, o ce l'avranno fatta a istruirsi e raggiungere gradini superiori nella gerarchia del mercato lavorativo.

Questa è la situazione reale nel sistema economico del profitto senza limiti.

I dirigenti decidono secondo il calcolo di redditività, gli altri „gli scartati“ saranno affidati all'ufficio statale di assistenza sociale.

E qui non è che ricevano una sussistenza sufficiente per arrivare a fine mese.

Da qui la povertà aumenta e con essa il pericolo di una rivolta popolare, mentre i benestanti si arricchiscono sempre di più.

Sebbene la storia ci riporti quante volte una tale situazione sia accaduta, nessuno si sente responsabile, per cui, e come sempre fu, non succederà nulla, all'infuori degli annunci della classe politica in tempi elettorali e cioè che sarà creato lavoro per tutti.

Ritenere che gli europei abbiano vissuto finora qa danno delle popolazioni dei paesi dai quali gli immigrati oggi arrivano non serve a risolvere il problema, in quanto oggi può essere risolto solo globalmente.

Il concetto di nazione non risolve nulla, sebbene ai colpiti costi molta lungimiranza e istruzione il superarlo senza sentirsi spaesati.

È il nuovo concetto di nazione mondiale che deve essere inculcato già nei primi anni di educazione ed istruzione, altrimenti ciò che succederà nei prossimi decenni ci farà ricordare i crimini e le sofferenze delle ultime due grandi guerre.

Ciò che mi colpisce in Italia è il fatto che i crimini compiuti dai nuovi arrivati non vengano presi nella giusta considerazione, che dovrebbe essere quella di affidarli alle autorità specializzate nel campo della loro rieducazione e istruzione e in caso negativo di assicurarne il rimpatrio.

Lasciarli liberi di gironzolare senza controllo, dopo soli pochi giorni di accertamenti, è un crimine contro i cittadini, che ne sostengono gli oneri con tasse, contributi e restrizioni varie.

Da parte mia ho i miei dubbi che il concetto di realizzazione di un governo mondiale, sostenuto dall'alta casta finanziaria, politica e intellettuale, sia veramente realizzabile.

Troppi sono i contrasti, a partire dalla lingua parlata, dai radicalmente differenti concetti di vita, da poterli far combaciare in un concetto del tutto nuovo e rivoluzionario.

Di certo ci vorranno molti decenni, durante i quali e specialmente all'inizio i tentativi appariranno vani, troppo rischiosi.

Io preferirei un'immigrazione graduale, in linea con le capacità economiche e di accoglienza del paese. La guerra in Siria ne è un esempio da prendere in seria considerazione.

I bisogni delle popolazioni sono differenti da quelli delle classi dirigenti.

Mentre il popolo necessita per prima cosa di essere sfamato, e una volta che lo fosse sarebbe più facilmente governabile, i dirigenti vogliono comandare e arricchirsi senza limite.

Finito il periodo coloniale, i dirigenti si sono impegnati ad assicurarsi i loro guadagni allargando il mercato, che così è diventato globalizzato.

Per loro va bene così, ma non per i popoli che di conseguenza diventano ancora più poveri e senza lavoro.

Non avrei problemi con il concetto di un mondo unito e parlante un'unica lingua ufficiale, che non sia però una lingua che ricordi i tempi di soppressione coloniale, quando anche si creasse occupazione e uguaglianza di diritti per tutti.

Purtroppo il sistema del profitto senza limiti non è in grado di soddisfare le esigenze primarie della vita, per cui ritengo necessario modificare prima il sistema del profitto e adagio adagio coinvolgere le popolazioni con adeguata istruzione ed educazione.

La troppa ricchezza e la troppa povertà sono un offesa per chiunque porti in sè il rispetto per il prossimo.

Il mondo, così come è, è marcio nelle sue fondamenta, questo è certo.

È tempo di capovolgere la struttura piramidale esistenziale, spostando il benessere verso la comunità, cioè verso la base nella quale rientrino anche i dirigenti, in quanto solo così si creerebbe una democrazia sana e duratura.

Alla base quindi le popolazioni, diventate omogenee anche grazie alle introdotte lievi e comprensibili differenze remunerative, e verso l'alto i pochi che non si vogliono adeguare, che diventano i nuovi emarginati.

Questa sarebbe un'impresa per la quale varrebbe la pena di vivere e i cui frutti spingerebbero i popoli alla prestazione volontaria per raggiunta maturità sociale.

Alle belle idee dovrebbero succedere i fatti e qui si presentano già difficoltà insuperabili a causa dell'incapacità dell'uomo a volgere l'orizzonte oltre il suo tornaconto.

Il timore di soccombere in un mondo instabile e primitivo è più forte di ogni ideale volto a migliorarlo, così che le lotte sociali continueranno come se un'altra forma di convivenza non potesse esistere.

Così come oggi le imprese nazionali sono diventate aziende internazionali, più idonee a dettare le leggi di mercato, altrettanto devono unirsi i sindacati dei lavoratori.

Purtroppo anche qui noto che i loro rappresentanti, una volta arrivati al potere, si comportano come i dirigenti e imprenditori. Non disdegnano l'occasione di concedersi elevate prebende e privilegi tradendo i loro assistiti.

Onestà è virtù rara, non reca soddisfazione se non in quei pochi rimasti umili e veggenti, da poter affermare che il carattere dell'uomo non muta sostanzialmente nel tempo.

Di fatto egli è in primo luogo un artista della vita; lo si nota con il suo presentarsi giovale, sorridente e vestito alla moda per impressionare e raggirare gli ingenui dai quali ottenere maggiori guadagni, ammirazione e riconoscimento.

Vanitoso e narcisista è l'uomo, due requisiti che gli fanno credere di essere il prediletto di colui che ha creato questo mondo, quello inteso da lui.

La verità è altrove, ma per scoprirla è necessario riconoscersi nel prossimo e insieme proseguire sulla via delle cognizioni elevate fino a realizzare una società omogenea e libera da intenti falsi.

La veggenza è figlia dell'umiltà che, regolando i difetti dell'uomo, gli fa comprendere che solo chi crede di non sapere e non essere abbastanza dimostra di sapere di più di chi mette in mostra ovunque le sue qualità e cognizioni oltre il loro valore.

La nuova economia deve dare valore al lavoro quale fonte di identificazione sociale, invece che seguire fini che giovano solo a pochi a danno della collettività.

Lavoro deve essere inteso come scoperta delle proprie qualità, per cui deve liberarsi delle costrizioni odierne volte a produrre sempre di più in un tempo sempre più breve.

Non tutto ciò che viene scoperto e prodotto è anche utile alla società e all'ambiente, mentre il tempo che dovrebbe servire a far maturare l'uomo perde il suo valore e con esso la qualità della sua vita.

Con questo invio una supplica agli intellettuali, ai saggi, a tutti coloro che sono di buona volontà di propagare uno stile di vita che salvi l'uomo dalla sua dannazione e fine.

Il giardino Eden, dal quale è stato cacciato l'uomo, come si racconta nelle scritture sacre, dovrebbe essere l'unica meta da raggiungere, perché solo così l'uomo avrebbe realizzato nella vita il suo vero scopo di liberazione.






 
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