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  Editoriali  »  Cosė č la vita, ma non in eterno, di Lorenzo Russo 10/11/2017
 

Così è la vita, ma non in eterno

di Lorenzo Russo





È vero, la vita è simile a un viaggio senza destinazione certa, sia con riferimento al tempo e sia con riferimento alla meta da raggiungere.

Uno stimolo forte ci obbliga a scrutare il mondo e il tempo che passa, a muoverci per scoprire il nuovo che sta davanti a noi, fino a quando sarà diventato vecchio e già conosciuto in ogni suo elemento reale e in ogni sua assunzione sensitiva.

Il tutto si svolge come voluto da una forza superiore e sconosciuta.

Vale la pena di conoscerla con tutti i rischi che l'accompagnano?

Una domanda che ogni essere si pone, se non nella sua coscienza almeno nel suo inconscio, quale prodotto delle forze che tutto crea e regge.

Vale la pena domandarsi perché si vive e perché si muore?

Quest'ultimo “perché“ potrebbe essere rassegnazione o liberazione dalle sofferenze e sconfitte subite.

La stessa cosa se si credesse in una forza liberatrice, che tutto regola, o nel nulla; la vita ha un proprio compito da svolgere e l'uomo non altro è che il suo attore-servitore.

Il cielo non è sempre sereno, e così è con la gioia, alla quale susseguono la tristezza e la sofferenza e viceversa.

Due stadi della vita di differenti composizioni ma simili nell'intensità degli effetti che lasciano.

Di fatto, se il tempo fosse sempre sereno non se ne prenderebbe così tanto atto come quando si fosse mutato da nuvoloso, così è con la gioia, che diventa più intensa dopo aver subito la tristezza.

Le condizioni dell'esistenza si uguagliano quindi, pur essendo differenti nella loro composizione.

E il tutto ha un senso, quello di ripristinare equilibrio da uno stato di squilibrio.

Nella stessa maniera si vive e si muore più volte nella vita, seguendo le sue continue mutazioni a incominciare dalla nascita fino alla morte finale.

E cos'è con lo spirito, diventato materia per ubbidienza a una forza suprema, dopo la sua decomposizione fisica?

A mio parere lo spirito, uguale a energia, muta di nuovo seguendo il processo universale, così come le stelle muoiono e rinascono altrove.

Prendiamo atto di tutto questo e siamo certi che la morte non è la fine ma un rinascere altrove in un altro stato, condizione.

Qui non sto a moralizzare sul comportamento di chi vorremmo che fosse punito e condannato all'eterna dannazione per i misfatti compiuti.

No, così non è, perché sono essi la linfa generante i buoni e generosi, se non altro quale reazione per sopravvivere.

È l'esistenza dei cattivi e dei buoni che ci spinge a distinguere tra di loro e a scegliere per se stessi.



Purtroppo anche qui esistono gli inganni di distinzione, così che in uno, ritenuto buono, potrebbe agire di nascosto il male, e viceversa.

La difficoltà di distinzione è una tipica caratteristica terrena, dalla quale è difficilissimo uscirne.

Da qui posso affermare che ogni supplica rivolta a un Dio è un delegare le proprie difficoltà di discernere a una forza superiore, un liberarsi di un fardello diventato troppo pesante, incontrollabile, incomprensibile.

Da qui il mio invito di vivere la propria vita nella cognizione che siamo tutti ignoranti, difettosi, limitati.

L'ambiguità è propria dell'uomo. È lei che genera infinite discordie e incomprensioni nell'ambito sociale e civile, da creare l'impressione che tutto cambi per poi rimanere come prima.

Siamo prigionieri della volontà suprema, ma siamo intelligenti e volenterosi a volerla scoprire e raggirarla verso il nostro meglio.

Questo non toglie il senso di essere stati puniti per aver commesso una trasgressione grave, la cui punizione è la relegazione nella dimensione terrena.

Questa trasgressione è stata commessa dai nostri antenati che sono sempre in noi.

Un po' più di umiltà e disciplina ci aiuterebbe a sopportare questa vita ed ad assicurarci la redenzione.

Una supplica da sempre rimasta trascurata perché ritenuta inapplicabile in quanto troppo futuristica.

Il bene e il suo antagonista il male determinano la nostra condizione di vita.

Cristo l'aveva capito e, pur accettando le regole di questo mondo, coscientemente ne stava fuori, proiettato com'era nel futuro, che futuro non è ma un ritorno allo stato d'origine, dove tutto era logico, ineccepibile.

Come sia difficile vivere come visse Lui è comprensibile, tanto da poterlo considerare un illusionista, un infatuato di idee fuori da questo mondo e venuto in terra per smascherare il male, immobilizzarlo con la forza del discernere l'origine e le cause del dissesto dimensionale.

Un corto circuito del dualismo in atto che mette in scatto matto il male, cioè la limitatezza dimensionale terrena.

Visto così, posso affermare che il capitalismo è l'origine del male dimensionale terreno e Cristo la salvezza annullante le leggi gravitazionali dell'Universo.

Il giorno nel quale il tutto si dissolverà sarà un giorno di gioia perenne universale.

È meglio crederci che vivere in una condizione insensata, condizionata, senza via d'uscita.




 
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