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  Editoriali  »  Non è un paese per vecchi: riflessioni di una compaesana, di Mela Mondì Sanò 27/06/2008
 

“Non è un paese per vecchi”: riflessioni di una compaesana.

                                                                                                                                                           Sto ritornando adesso dal cinema dove ho visto “Non è un paese per vecchi”.

Mi appare la scena dell'autostrada dove fu ucciso Giovanni Falcone e la sua scorta e mi chiedo dove sta la differenza tra le stragi siciliane e quelle texane .

Intanto per sedare l'ansia e la tensione che mi sono trascinata a casa ho bisogno di ricomporle in riflessioni scrivendo.

Siccome fra tanti giornali e riviste che ho qui davanti c'è anche Repubblica, scrivo per esso.

Scrivo soprattutto perché penso che un film ,come questo dei fratelli Coen, merita di avere sottolineata la metafora che contiene e, se fosse possibile, aprire  anche un dibattito sulla nostra realtà per fare un viaggio  nel contesto storico sociale in cui si vive, cercare somiglianze e differenze per scendere nella personale interiorità e confrontarsi con il proprio orientamento ai valori altrimenti, nonostante gli otto Oscar per cui si propone (stasera vedremo), il film resta un banalissimo western.

 Il film tratto dal romanzo di Cormac Mc Carthy(Einaudi) narra la storia di una borsa-valigia inseguita da uno sanguinario trafficante di droga che uccide spietatamente,anche senza una motivazione spiegabile, pur di raggiungere i dollari, frutto dei suoi illeciti traffici, così come lo spietato  mafioso è capace di sciogliere un bambino di undici anni nell'acido cloridrico.

La borsa-valigia con due milioni di dollari è nelle mani di un cowboy il quale la trova in una landa desolata,illuminata da una luna malata, vicino a El Paso, in mezzo ad un fiume di sangue, di cadaveri, di macchine abbandonate con dentro panetti di droga, di cani zoppicanti e stecchiti.

La scena, anche se con motivazioni diverse, mi ricorda l'eccidio di Portella della Ginestra ma anche le foto sui giornali della strage di viale Lazio a Palermo negli anni '60. Si tratta però sempre di traffici illeciti siano essi potere politico o potere

del cemento,ma sempre di denaro  si tratta.

Lo scenario del film lascia immaginare una lotta feroce tra narco-trafficanti.

Inconsciamente emergono le figure di quei giovani che cadono nelle trappole di questi loschi individui, in particolare di quel ragazzo elegante e dal viso pulito  che, una decina di anni fa, mi voleva vendere un omega d'oro per venti mila lire.  

Il cowboy,ricordando quanto faticosa è stata la sua vita è deciso, cosi come avviene nelle favole, a non mollare quella  insospettata cornucopia, ma in tempi in cui i dati  personali sono di dominio pubblico perché i congegni per svelarli sono tanti e complessi, anche una valigia trovata in un deserto non può essere impunemente portata via. 

  Essa infatti contiene una trasmittente per cui il trafficante Ghigurt sa sempre dove si trova e conosce anche  chi la possiede, ossia l'uomo della pick-up, quel tizio che egli, nella notte, con la jeep aveva cercato sul crinale della caldera senza riuscire a trovarlo.

Ambientato nelle desolate terre di confine tra il Texas e il Messico, il paesaggio fa da specchio alla durezza della lotta fra tre personaggi: lo spietato Killer impersonato da Javier Barden; lo sceriffo Tommy Lee Jones, il quale non comprende il tipo di cambiamento  che droga e denaro hanno apportato nella realtà dell'illegalità sociale e abbandona, pensionandosi, il posto di lavoro; il cowboy Moss(Llewelyn), l'ingenuo fortunato, cuore buono che si è cercato i guai soprattutto per essere ritornato sulla scena della strage per portare “l'agua” ad un trafficante morente.

La generosità di Moss sottolinea allo spettatore quello che sembra il filo conduttore di tutto il film: nella vita non possiamo stare contemporaneamente su due rive. Siamo costretti sempre a scegliere.

Guardando il film ci si accorge che in fondo, inconsapevolmente, l'attenzione è concentrata su quel borsone pieno di dollari. E' come se l'umanità che gira in una dinamica perversa si appannasse davanti alla protagonista assoluta che  è quella borsa-valigia.

Anche la spaventosa violenza di Anton Ghigurt sembra consequenziale e autogiustificata. Forse Leonardo Sciascia la descriverebbe con l'orrore delle rassegnazione che filtra dal “Giorno della civetta” e forse Hanna Arendt la analizzerebbe alla luce della “Banalità del male” proprio per la forza autonoma che il male assume che sgancia completamente il soggetto dall' essere umano.

Il film concentra sulla valigia due categorie antietiche sintetizzandole nel “potere del denaro” che porta in sé implicito il fascino della ricchezza “del faccio quel che voglio” del sentirsi padroni di tutto e di tutti, ossia del silenzio della mente e del cuore. 

Per il fatto che ci  mostra il denaro come l'arbitro della vita e della morte  diventa quasi un film evangelico.

Il turpe individuo prima di uccidere invita la vittima designata a scegliere la vita o la morte fra testa e croce cioè sulla stessa moneta. Qui la metafora si fa profonda:

1° perché in“quel testa o croce” con cui la vittima è invitata a scegliere prima di essere condannata  sembra esserci la domanda secolare “Dio o Mammona?”

2° perché anche quel demonio del trafficante è obbligato a rispettare il libero arbitrio della vittima.

Infatti non uccide il povero albergatore atterrito dalla percezione di trovarsi davanti alla incarnazione della violenza assoluta, obbligato a scegliere ha la fortuna di avere scelto la vita perché la morte stava dall'altra parte, ossia dalla parte della croce.

3° perché dimostra che la scelta è obbligatoria. Essa è una legge universale che anche il più bestiale degli individui è costretto a rispettare (Chissà se al piccolo Matteo o al giornalista  De Mauro questa possibilità è stata offerta!).

Infatti la moglie del cowboy che si rifiuta di scegliere viene uccisa.

Secondo me il film oltre a una riflessione sull'attaccamento dell'uomo al denaro sottolinea il potere di esso in questa società della finanza tecnologica in cui è diventato il deus ex machina che fa correre persone e cose lasciando dentro l'anima il deserto, quel deserto che la fotografia di Deakins ha saputo genialmente inventarsi.

Il denaro mobilita l'intelligenza umana e la conduce per i crinali pericolosi delle strategie criminali e furbesche finalizzate a inseguire la carta “marchiata” senza, peraltro, poterla usare neanche per pulirsi le mani sporche di sangue.

Quel bagaglio,protagonista assoluto di tutto il film, diventa agli occhi dello spettatore il paradigma del ruolo che il conquibus ha assunto nel ventunesimo secolo. Le sue avventure e disavventure sembrano, infatti, quelle stesse del denaro elettronico, prodotto in gran parte da illeciti commerci, che gira per i mercati della globalizzazione, che attraversa le frontiere senza che nessuno riesca mai a vederlo, né a sapere dove effettivamente si trova.

”Non è paese per vecchi” è un film pedagogico poiché fa capire anche allo spettatore  sprovveduto e superficiale , o a quello che confonde  ricchezza e valori, la violenza che genera il voler possedere a qualsiasi costo e nello stesso tempo mostra la frattura etica tra il vecchio e nuovo mondo, fra modernità e post-modernità.

In fondo ci dice che chi vuol possedere è sempre un posseduto. 

I confini tra Messico e Stati Uniti  si perdono nella landa desolata .

 Se non fosse per quel riconoscimento alla frontiera del cittadino americano come ex combattente del Vietnam non si capirebbe dove finisce la democratica America e abbia inizio l'arcaica civiltà messicana. 

Entrambe vivono quella realtà in cui tutte le frontiere si spezzano sotto l'impeto della droga-denaro-crimine, unico collante che tiene uniti i paesi del mondo civilizzato e non.

Così le domande che sorgono spontanee a me siciliana  sono del tipo: ”Dove  sta il vecchio e dove sta il nuovo? Dove stanno i confini geografici della nostra isola? Dove stanno i confini tra le strutture mafiose e quelle istituzionali? Tra il bene ed il male?”

Sono le stesse domande che un prete agrigentino, don Domenico Cufaro, si poneva quando scriveva “Vi racconto qualcosa sulla mafia”.

Visto che tutto e dovunque è diventato una puzzolente brodaglia, visto che le vecchie generazioni si son date alla ritirata, umiliate per la battaglia perduta e le nuove si rincorrono dietro una valigia di denaro che fa il balletto nelle varie Borse mondiali e considerato che molti di noi, impegnati a cercare un volto nuovo in cui riconoscere la capacità politica di ripulire l'Italia dalla spazzatura, non abbiamo tempo per l'etica, la storia e la morale, non sarebbe il caso di dire qualche  parola  per aiutare gli italiani a capire oltre i fatti, oltre le immagini e le parole?

Tanti film oggi avrebbero bisogno di una intelligente ermeneutica da parte dei critici ma la maggior parte di essi si lava quelle mani in cui sta il potere di edificare o distruggere valori.

 

Palermo 23-02-2008

 

Mela Mondì Sanò

 

 
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