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  Editoriali  »  Per chi suona la campana, di Renzo Montagnoli 11/09/2008
 

Per chi suona la campana

                            di Renzo Montagnoli

 

And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee".

("E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te".

 

Con questi celeberrimi versi termina un sermone di John Donne, ma che intendeva veramente dire questo poeta e religioso inglese del XVII secolo?

Se consideriamo il brano nel suo complesso (Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una nuvola venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te), diventa tutto più comprensibile, cioè nessun uomo può considerarsi indipendente dal resto dell'umanità.

Nel lungo o breve viaggio che è la vita, da condursi insieme, aiutandoci reciprocamente, la perdita di uno di noi è un lutto collettivo.

Ora mi si potrà dire che l'idea è bella, ma che è inattuabile, e allora rispondo che nulla è impossibile se l'uomo riscopre la sua origine di parte del tutto.

Certo, la scomparsa di un indiano o anche di un giapponese, dei quali ignoravamo l'esistenza, non ci dice nulla, anche se veniamo a saperlo, ma questo è frutto di un concetto individuale di umanità, e non di un suo concetto collettivo.

Questa distorsione della nostra immagine nell'insieme porta a evidenti aberrazioni, a lotte fratricide per la supremazia, ma anche quando uno dovesse ergersi vincitore su tutti, dopo aver fatto suonare milioni di campane, non sarebbe altro che una parte, malsana, del tutto.

Se non possiamo dolerci per la scomparsa di chi non conosciamo, non possiamo esimerci dal cordoglio quando un poeta se ne va. E' costui una voce spesso silenziosa, ignorata dai più, a volte anche derisa, ma il fatto di nascere con l'animo poetico e poi di riuscire a tradurre in versi sentimenti ed emozioni è ciò che ci accomuna, come i credenti di una stessa fede religiosa.

Non è vita facile quella del poeta, senz'altro vittima di un'arte non remunerativa. Sì, perché questa grazia che accompagna il cantore in versi lo rende anche vittima. Provate un po' a chiedere in giro e sentirete dire “Caio è un romanziere, è uno che sa scrivere”, oppure “Tizio è un poeta, sì un poeta.”  Insomma, ben che vada, il poeta è uno scrittore di serie B, dimenticando che i più grandi della letteratura non erano certo dei prosatori (tanto per fare un paio di nomi, Virgilio e Dante Alighieri).

Il problema vero è che quell'amplificazione, spesso parossistica, delle emozioni e delle sensazioni del poeta finisce con l'astrarlo dal pragmatismo inflessibile della realtà, lo porta in un mondo tutto suo, di fatto emarginandolo.

Il poeta, quello famoso però, si ricorda quando muore, anzi se ne ricordano anche quelli che manco sapevano che esistesse, perché è l'occasione buona di coprirsi il capo con un'aureola a buon mercato.

In realtà ogni poeta che ci lascia è un pezzo di qualche cosa del nostro mondo di emozioni che si stacca, che lasciamo lungo la strada e che solo con il ricordo possiamo ritrovare.

Alcuni giorni fa è morta una poetessa, Daniela Procida, che appena sapevo delicata verseggiatrice, proprio perché nei mille impegni di ogni giorno avevo dedicato appena un'occhiata alle sue liriche, mentre lei invece era intervenuta non poche volte sul mio blog per dimostrare il suo apprezzamento per i miei scritti.

Se n'è andata in silenzio, con l'umiltà con cui aveva trascorso i brevi anni della sua vita, e ora ho il rammarico di non aver degnato di un commento, anche uno solo, le sue poesie che scopro troppo tardi.

E' come se già mi mancasse e allora quella campana suona sì per tutti, ma, soprattutto, per me.

 

Quando muore un poeta

di Renzo Montagnoli

 

Oggi il sole sbiadisce i colori

un velo d'ombra cala lento

e per un momento tutto è silenzio.

Non più parole corrono sul foglio

non più emozioni illuminano

il grigio di un'umanità

che ora muta guarda il cielo.

Il tempo per un attimo si ferma

quando muore un poeta

la luna e le stelle piangono

chi più non le canterà

i tramonti invano attenderanno

la mano che li sublimava.

Restano solo parole

ritratti di emozioni

un ricordo

che continuerà a scaldare i cuori

di chi resta e di chi verrà.

Il poeta se n'è andato

in punta di piedi è scivolato via

verso il lontano orizzonte

dove da anime pure

s'alza il canto silente all'umanità.

 

(Dedicato a Daniela Procida)

   

 

 

 

 

 
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