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  Editoriali  »  Autopubblicarsi: alla ricerca del lettore, di Carlo Bordoni 05/03/2009
 

AUTOPUBBLICARSI: ALLA RICERCA DEL LETTORE
    di Carlo Bordoni

 

Nessuno riesce ad immaginare quante speranze abbia acceso Sartre quando ebbe a scrivere che il capolavoro nel cassetto non esiste. Che una qualsiasi opera, per esserci, per produrre i suoi effetti, deve essere pubbli­cata. Mostrata, letta, fatta circolare, conosciuta, insomma.

Si contano a decine gli migliaia le persone che hanno scritto qualcosa ritenuto meritevole di essere dato in pasto ai lettori e per le ragioni più di­sparate – non ultima la difficoltà di trovare un editore – lasciano che il frutto del loro lavoro ingiallisca in fondo a un cassetto.

Ancora di più sono coloro che pensano di scrivere qualcosa, prima o poi, che sono convinti di avere una storia da raccontare – il più delle volte la loro storia privata – ma non hanno il tempo o la capacità di farlo. Perso­nalmente mi è capitato molte volte di imbattermi in qualche parente o vec­chio amico di famiglia desideroso di farmi accettare l'incarico di ghost  writer, per una storia che aveva in testa. Certo che riuscito a metterla sulla carta meglio di lui, ma sotto la sua supervisione.

In realtà il mestiere di scrivere è un lavoro faticoso. Richiede, tempo, or­ganizzazione mentale e una concentrazione assidua. S'impara scrivendo e riscrivendo, con una fatica sempre uguale, che non si allevia con la pratica. La soddisfazione, a volte, è grande. È il vero stimolo a continuare, a non ri­nunciare al potere di inventare un mondo con la fantasia e tradurlo in un segno scritto. Farlo diventare reale. Comprensibile a tutti, riproducibile e trasferibile nello spazio e nel tempo. Una vera e propria macchina del tempo che ci permette di viaggiare su e giù nel corso dei secoli passati e in­contrare mondi scomparsi, conoscerli intimamente come se avessimo la possibilità di andarci di persona.

Ma che cosa fa di una persona qualunque uno scrittore? Non la sua capa­cità di comunicare, né la forza o il merito di comporre un testo  leggibile, né di inventarsi una storia originale o straordinaria. E neppure di aver già bello e scritto il suo capolavoro, che giace ancora, muto, in fondo al solito cassetto.

Per diventare uno scrittore, per potersi definire tale, bisogna trovare un editore. È questi l'altra metà della mela, il pezzo mancante che permette al meccanismo di mettersi in moto. L'incontro la l'autore e l'editore rende possibile quell'evento meraviglioso che è la nascita di un li­bro.

Un editore mio amico mi ha detto che considera ogni libro che esce dalle sue mani come un figlio. Una creatura dotata di vita propria, ma, in quanto figlio, bisognoso di affetto, attenzioni, cure amorevoli. Ci sono madri sna­turate che abbandonano i libri al loro destino. Li stampano e poi li lasciano andare da soli, poveri orfanelli destinati a finire presto in quell'immenso cimitero delle idee perdute che è il macero.

Una morte certa, che attende i libri per i quali sia stata sottovalutato o negato l'apporto della distribuzione. Se potessimo richiamare Sartre a ri­considerare questo aspetto, niente affatto marginale, si convincerebbe su­bito dell'importanza della distribuzione, a cui si sottraggono solo i grandi scrittori, coloro che sono tanto famosi da non aver bisogno d'altro, e che non basta tirar fuori il capolavoro dal cassetto e farlo stampare. Bisogna di­stribuirlo. Sugli scogli della grande distribuzione sono naufragate molte imprese editoriali. Quando si parla di iniziative che abbiano a che fare con la carta stampata, siano esse quotidiani, periodici o libri, ci hanno insegnato che la prima preoccupazione deve essere quella della distribuzione. Con una buona distribuzione e un buon ufficio stampa non serve avere un capolavoro nel cassetto. Lo si crea. Può diventarlo.

La tecnologia, in questo campo, può fare molto. Sta facendo molto. Tanto da liberare altri cassetti dalle carte ingiallite che vi si erano accumu­late da tempo. Non solo è d'aiuto a chi scrive, velocizza i procedimenti, diminuisce i costi di produzione, consente tirature limitate, preziose e nu­merate come incisioni e prove d'artista, ma arriva alla perfezione borghesiana del “libro unico”, stampato in una sola copia, grazie alla stampa digitale on demand.

Ma soprattutto permette l'estendersi di un fenomeno finora limitato,m a causa dei suoi alti costi economici e che tuttavia non è stato rifiutato da scrittori del calibro di Manzoni e Walt Whitman. L'autopubblicazione. Un nonsense, si direbbe. Un'esibizione onanistica in assenza dell'editore, che viene saltato a piè pari, e con lui tutti i passaggi che garantiscono la qualità del libro, fino all'incognita della distribuzione, che resta anche in questo caso il grande problema da risolvere. L'autopubblicazione è un gesto di su­perbia, d'autonomia, di narcisismo, che fa dello scrittore un novello Pro­meteo, che s'impossessa dei poteri divini e li distribuisce agli uomini.

Non solo. È il piacere di fare da solo, di eliminare ogni ostacolo tra sé e la pubblicazione, a guisa del pittore, a cui nessuno corregge il quadro. È il più puro tentativo di comunicazione diretta col pubblico, senza intermedia­zioni, senza il benestare dell'industria culturale.

L'idea di far da sé è molto allettante. Dà forza all'autodeterminazione, mette in risalto la personalizzazione, dà valore al prodotto particolare, che è più facile avvicinare, sentire come proprio, come esclusivo. A questo pro­posito, verso la fine degli anni Sessanta, coerentemente con lo spirito della contestazione, proposi a Feltrinelli un romanzo dal titolo emblematico, Do it yourself. Niente più di una provocazione, un lavoro sperimentale d'avanguardia, consistente in una serie di brani di testo seguiti da pagine bianche. Il lettore era invitato a scrivere di suo pugno il testo mancante, fino a collegarsi al testo successivo, con un finale naturalmente aperto. Avevo già preconizzato l'ipertestualità, ma Feltrinelli non ne fece nulla.

Ma l'autopubblicazione non solo compiacimento, rivalsa nei confronti del'editoria ufficiale, e nemmeno una scorciatoia per incrementare un mer­cato che fa già fatica ad assorbire quei 60.000 nuovi titoli che si sono pub­blicati solo quest'anno. È il segno di un mutamento sociale che avrà senza dubbio effetti sorprendenti nelle modalità di approccio alla lettura. Le nuove tecnologie, anche qui, sono responsabili di una tendenza sempre più evidente, che può sovvertire il mercato.

Internet si presta benissimo a diventare un'immensa vetrina, il grande supermercato virtuale in cui si può comprare di tutto, libri compresi. Ma con una differenza non da poco: il risparmio di carta. Invece di stampare ti­rature destinate a ingombrare gli scaffali, la stampa digitale è prodotta su richiesta del lettore, anche una sola copia per volta. Come insegna l'esperienza di Lulu.com (oltre 150.000 titoli nell'anno: una cifra da capo­giro), si tratta di una modalità alternativa per arrivare al lettore. Questa spe­cie sempre più rara che deve essere protetta dall'estinzione.

 

 

 
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