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  Editoriali  »  Manie di grandezza 16/09/2006
 

Manie di grandezza

 

Sul n. 36 del 14 settembre dell'Espresso c'è un interessante articolo di Giorgio Bocca dal titolo “Missioni di mezza pace o mezza guerra”, con cui, prendendo spunto dalla nostra missione in Libano, si evidenzia chiaramente la pochezza dei nostri politici che (e cito di seguito le sue parole)  non sopportano il modesto livello della nostra attuale posizione di forza di rango nel mondo e si risarciscono a parole, a retorica, ad autocelebrazioni.

Questo comportamento non è una novità, ma una costante fissa dall'unità d'Italia ai tempi nostri. Non è improbabile che queste caratteristiche di provinciali che aspirano al rango di cittadini sia stata all'origine peculiare di casa Savoia, ove i regnanti si sono sempre distinti più come ras di paese che come sovrani di uno stato. Le improvvisazioni, le partecipazioni a imprese destinate al fallimento, o quasi, hanno contraddistinto tanti anni della storia d'Italia, cominciando dalla III guerra di indipendenza, mal preparata, affrettata, contando soprattutto sull'aiuto dell'alleato prussiano. Poi è opportuno ricordare le gloriose spedizioni coloniali, in un'epoca in cui da conquistare restava ben poco, in teoria semplici passeggiate, ma poi alla fine rivelatesi quasi una carneficina per noi (ricordate Adua, tanto per citare un fatto?).

Stessa situazione anche nella prima guerra mondiale, caratterizzata dal voltafaccia del cambio d'alleanza, e da una preparazione del tutto inadeguata (ben pochi sanno che i provvidenziali elmetti di ferro furono dati in dotazione alle truppe solo dopo un anno dall'inizio dell'ostilità e che tuttavia si dimostrarono inferiori, come capacità di riparo, dagli omologhi austriaci). E poco ci mancò che anche la guerra d'Etiopia non si risolvesse in un clamoroso fiasco, tanto che ai mezzi inadeguati e alle scarse capacità dei condottieri si dovette supplire utilizzando gas asfissianti.

Stendo poi un velo pietoso sulla nostra partecipazione nella seconda guerra mondiale perché lì superammo noi stessi:

dalla maggior parte dell'armamento, spesso preda bellica del conflitto conclusosi nel 1918, al vestiario, del tutto inadeguato ai teatri operativi (del tutto uguale sia in Libia che nella campagna di Russia).

Per l'intervento in Iraq ritengo opportuno spendere più di due parole. Non entro nel merito della nostra partecipazione, ma mi preme rimarcare come la retorica sia stata la nostra arma più efficiente. Abbiamo dovuto lamentare anche troppe vittime per una “missione di pace” e  per la stima dei “locali” nei nostri confronti, ripetuta ogni volta dai telegiornali. Per fortuna ce ne stiamo andando e francamente senza gloria e onore, visto anche che alcuni militari saranno incriminati per aver sparato deliberatamente su un'autoambulanza, ammazzando quattro civili.

Si diceva della retorica che ha raggiunto il suo livello più elevato con l'uccisione del povero Quattrocchi.

E' bastato aver detto “Vi faccio vedere come muore un italiano” e i tromboni della magniloquenza hanno preso a suonare. Ineccepibile, quindi, il conferimento della medaglia d'oro al valor civile, attribuita generalmente a seguito di atti eroici.

Solo che non si riesce a capire che cosa ci sia di eroico in questa esecuzione.

Normalmente l'eroismo è il sacrificio della propria vita nel nome di un'ideale o per salvare altri, come è capitato appunto per Calipari che ha protetto con il suo corpo l'ostaggio che era appena riuscito a liberare.

Non me ne voglia la famiglia di Quattrocchi, di cui comprendo e rispetto il dolore, ma nella morte del loro ragazzo non c'è proprio nulla di eroico e quella frase è solo lo sfogo di uno che comprende di essere stato condannato.

Arriviamo così ai giorni nostri con la missione, di indubbia importanza, in Libano, con un dispiegamento di forze spropositato, visto che viene impiegata anche la portaerei con il trucco “Garibaldi”. Dico con il trucco, perché per aggirare i divieti del trattato di pace, abbiamo costruito un incrociatore poi trasformato in portaerei. Immagino i costi, non trascurabili, per poter contare su pochi aerei a decollo verticale che non si riesce a capire che cosa abbiano a che fare con la missione, impegnata prevalentemente sul terreno, dove esibiamo gli ultimi ritrovati della tecnica (si fa per dire), cioè blindati risalenti a una trentina di anni fa, quando si è visto chiaramente che l'armamento degli Hezbollah fracassava i pur prestanti e moderni carri israeliani.

Non sarà una missione di guerra, ma appare evidente che se c'è da sparare è meglio poterlo fare da una posizione di forza e non di inferiorità. Comunque, mi auguro, come tutti, che non sia necessario l'uso delle armi, perchè l'italiano, soldato di professione o di leva, non eccelle come guerriero, per la sua naturale indole non bellicosa e con un'unica eccezione nella storia: la resistenza, ma là non si trattava di conquistare, ma di difendere un paese e un'idea di libertà.

Ed è opportuno in ogni caso fare i debiti scongiuri, visto che lo sbarco, ripreso in diretta dalle nostre televisioni, il primo giorno non si è potuto effettuare per le cattive condizioni del mare che ai più non sono parse così pessime da imporre un rinvio, forse giustificato dal fatto che buona parte dei nostri soldati era già in preda al mal di mare.

 

 
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