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  Editoriali  »  L'inutilità della pace 16/09/2006
 

L'inutilità della pace

 

A essere sincero la mia intenzione era di scrivere dell'inutilità della guerra, ma poi ho riflettuto e per una volta ho voluto mettermi nei panni di chi, a vario titolo, trae benefici da una belligeranza.

E non parlo tanto delle fabbriche di armi che pure vivono solo se non c'è pace, ma di tanti, anche se pochi rispetto all'intera umanità, che aborrono la pace, nonostante che a parole dicano il contrario.

Questi signori, intesi come signori della guerra, perché dell'origine etimologica della parola non hanno nulla, sono quelli poi che a vario titolo incidono sulle nostre vite.

Il campionario, se pur ridotto, è abbastanza vasto, e ritengo opportuno metterlo in evidenza.

Troviamo, così, i detentori di immense ricchezze, accumulate non certo onestamente, ricomprendendo in tal senso anche l'onestà morale. E' gente che spesso si professa devota, che segue impeccabile le messe domenicali, che offre somme generose ai diseredati, che ha tutto l'interesse a mantenere tali., perché nella scacchiera del potere rappresentano i pedoni, facilmente sacrificabili per i loro meno nobili scopi.

Sono individui subdoli, spesso dall'atteggiamento paternalistico che sa essere accattivante, sempre pronti a indignarsi per le malefatte che loro stessi hanno commesso.

Il mantenimento di un continuo stato di tensione, di paura consente a questi loschi figuri di tener ben saldo il loro potere, con l'inevitabile conseguenza che, atteggiandosi a difensori della libertà dell'umanità, ai più appaiono come dei benefattori, come a dire che l'abito fa il monaco.

E' inutile cincischiare su ideologie politiche di destra o di sinistra, perché questi “signori” sono sempre esistiti, anche in epoche remote.

Chi ha il denaro ha il potere e chi ha il potere decide per gli altri e può accumulare altro denaro.

La struttura di potere, però, deve interagire con altre minori, al fine di evitare che la suburra si accorga della trappola ed ecco che allora ci sono i vassalli, politici di professione, che nell'ammucchiata generale trovano adeguato spazio per soddisfare i loro istinti di potenza.

Non è possibile, però, dimenticare anche l'apparato  clericale che fa di qualsiasi religione una professione. E se in passato abbiamo assistito a sacerdoti che benedivano le bandiere di combattimento ora possiamo notare l'esacerbazione estremistica di una fede, oppure il debole richiamo a un generico senso di pace che lascia tutto il tempo che trova.

Ci sono inoltre altri motivi che congiurano per il mantenimento delle guerre.

Immaginatevi se una mattina dovesse scoppiare la pace.  

Le fabbriche di armi dovrebbero cessare la produzione, licenziando centinaia di migliaia di addetti che si troverebbero immediatamente sul lastrico. I sindacati si farebbero immediatamente vivi chiedendo ad alta voce i necessari provvedimenti che, nella fattispecie, sarebbero costituiti dal sorgere di nuovi conflitti.

Le organizzazioni umanitarie, così prodighe nei confronti delle vittime dei conflitti, si vedrebbero del tutto inutili e senza più sovvenzioni. Migliaia di operatori insorgerebbero e, senza invocare la guerra, ricorderebbero i bei tempi in cui il mondo era dilaniato da conflitti.

I militari di professione dovrebbero fare i conti con questa fase di recessione e potete scommettere che non ne sarebbero contenti.

A seguire, in una spirale contorta, cadrebbero le commesse di divise, di calzature speciali, insomma di tutto ciò che è connesso a un'attività bellica.

Per certi paesi sarebbe un'immane disgrazia, gli stessi che ora fondano tutta la loro economia su questa particolare produzione.

No, la pace sarebbe una calamità di incalcolabili effetti.

E pensare che l'uomo che lotta contro le malattie è lo stesso che giorno dopo giorno, con la sua ignavia, con la sua credulità, con il suo piccolo interesse uccide se stesso.

Ci sarà mai un mondo in pace?

Forse è meglio chiedersi se potrà mai esistere un mondo senza i “predoni” della pace.   

 

 

 
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