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  Scritti di altri autori  »  Poesie  »  Palindromi vaganti, di Danila Oppio 14/07/2018
 

Palindromi vaganti

di Danila oppio



All’“angolo Bar a Bologna”

Gironzolavano vecchi sorci

Poiché “i topi non avevano nipoti”.

Seduta accanto ad un tavolino traballante

Un’attempata attrice ormai dimenticata

mormorava parole sconnesse:

Avida di vita, desiai ogni amore vero,

ma ingoiai sedativi, da diva”.

Il suo giovane cavaliere come un “ossesso” le gridava:

O mordo tua nuora, o aro un autodromo”

Non ti sopporto, così ubriaca e impasticcata!

Avevi visioni d’un evo ove nudi noi si viveva!”

O notte! Dove vai? Ti avevo detto no!”

Ma “Ava” “odia lui per essere più laido”

E gli ribatte: “E’ malasorte! Ti carbonizzino braci,

tetro salame!”

E “accese carboni, ma cade da camino brace secca!”

Un passante, che ogni giorno li incontrava

scuotendo la testa, mormorava:

Ettore evitava le madame lavative e rotte”.

Ora tra te e lei, fiele e tartaro!”

Eppure di questa vecchia carampana

Non riesce a liberarsene. E la sfotte.

Diceva di lei: “Ad una vera pia donna dei simili fili

misi e annodai: pareva nuda”.

O rei fortuna l’ebbe! La nutro fiero!”

Ora per poi io preparo” il mio ricco futuro.

Ma forse lasciarla non vuole:

erediterà una fortuna,

se la vegliarda muore.

Un tempo la “onorarono”,

ora percepisce, come avesse un “radar”

il disprezzo e l’indifferenza

per aver perduto il fascino

della diva che un tempo fu.

Con quei suoi capelli blu,

colorati all’ “anilina”

 ha assunto l’aspetto di una vecchia gallina.

Insieme alle amiche di sempre, come Nilla,

in una fredda stanza in catalessia

E Nilla gelava nuda, ratta radunava le galline”.

Tutte vecchie e grinzose come lei.

Così se ne stava Ada in pessima compagnia


 
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