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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  RepÍchage, di Grazia Giordani 10/10/2018
 

Repêchage

di Grazia Giordani





Un petalo di rosa le lambì una spalla, trascinando con sé a terra tutta la sfatta corolla. Passeggiando in un giardino quasi abbandonato, le parve un fatto di nessuna importanza. E invece, no. A volte, nei meandri della vita, si nascondono segnali a noi stessi ignoti, pieghe oscure, dense di passato. 
La carezza involontaria della rosa agonizzante, operò un rêpechage di gesti d’amore passati che riteneva sepolti dall’oblio del tempo. Proprio nella stessa stagione, un’identica primavera ubriaca di profumi, Aurelio, il primo ragazzo ad accorgersi di lei, le aveva accarezzato la spalla, con mano incerta, e poi il collo, facendola fremere con sofferenza. La sofferenza dell’attesa di un gesto più ardito, di una bacio sulle labbra. Quel bacio era rimasto solo sognato, pensato, vissuto come un credito mai riscosso. Forse il bacio più bello, anche per questo. Come le carezze che – più avanti negli anni – aveva visto scorrere sulla schiena setosa del suo micio. Come avrebbe voluto entrare sotto quella morbida pelliccia, per sentire il tocco sinuoso di quelle mani che la stavano ignorando.
Tra sogno e realtà, la sua vita finì con l’acquistare qualche stravagante concretezza.
Nubile, si dette tutta alla professione. Esordì in giornali di provincia, per toccare il massimo dei traguardi nel primo giornale milanese. Conobbe amori veri, fatti di carne, ma sempre deludenti.
Scrisse romanzi. Pubblicò racconti in riviste specializzate.
Una sera, seduta in prima fila ad ascoltare Ivo Pogorelich che eseguiva, da virtuoso Ma mère l’oye di Ravel, a quattro mani con un’esile biondina, cominciò ad invidiare la giovane pianista che godeva della vicinanza di quel bellissimo re del pianoforte. E pensò che le sue mani si sostituissero a quelle della giovane croata, elettrizzate dal contatto col maestro.
Tornata a casa, prese a frugare tra vecchi suoi racconti scartati, quelli dell’adolescenza, mai dati alle stampe.
Ecco, ritrovò Aurelio e la storia del suo debito insoluto, la vicenda sensualissima di quel bacio solo spasimato.
Era milanese, pensò.
Provo a cercarlo.
Avrà famiglia, figli, nipoti.
Voglio solo donargli il mio racconto.
Forse ne rideremo insieme.
Il nome brillava, sornione, sulla pagina bianca dell’agenda telefonica e, a fianco, invitante il numero.
Non c’era che da digitarlo.
Rispose una voce di donna, spenta, senza accento.
(Che sia la moglie? Metto giù la cornetta….)
«Signora, scusi, sono un’amica quasi d’infanzia, insomma, di lontana giovinezza, di Aurelio. Abita qui? È in casa adesso? Vorrei parlargli di …» 
- Mi spiace. Mio marito è morto l’anno scorso.
Un fulmineo, terribile malore, lo colse mentre camminava in un giardino semiabbandonato di questa squallida periferia.



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