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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La piccola apocalisse di piazza Cordusio, di massimolegnani 08/11/2018
 
La piccola apocalisse di piazza Cordusio

di massimolegnani



Lo schianto fece tremare vetri e tazzine. 
A riascoltarlo era stato un breve rumore assordante, di ferraglia che stride e si contorce. Erano seguiti alcuni istanti di silenzio, fitto, macabro, come se piazza Cordusio fosse stata proiettata dal botto nel mezzo di una distesa siberiana. Poi solo i lamenti dei feriti e le urla della gente che accorreva. 

Il locale si svuotò in un attimo, io non mi mossi. Continuai a centellinare il vino, ma tutta la mia attenzione era concentrata su quanto stava succedendo là fuori. Quando immaginai che fosse sopraggiunta una folla sufficiente, uscii a guardare con il bicchiere in mano. Senza fretta mi avvicinai al luogo del disastro, sorseggiando ogni tanto il buon Teroldego. Un tram, speronato da un altro, era rovesciato su un fianco come una bestia preistorica incornata a morte. Il secondo mezzo, rimasto sulle sue ruote, si era incagliato nel primo, anzi gli era finito sopra, sovrastandolo, in un dominio da animale ferito ma vittorioso. 
In cima a tutto, per metà fuori dalla cabina di guida, penzolavano due corpi, marionette abbandonate sul bordo del teatrino. 
La scena aveva qualcosa di inebriante e il vino mi aiutava a cogliere il fascino sottile della morte ancora calda. Non condivisi la morbosità dei curiosi che brulicavano voraci come formiche richiamate dai resti di un picnic, né la solerzia dei soccorritori che si davano da fare in modo tanto febbrile quanto maldestro. Gli uni e gli altri, quando si accorgevano di me, maledivano scandalizzati il mio distacco e l’attenzione con cui evitavo d’inzaccherarmi l’abito e di mescolare il vino al sangue. Il fatto è che non ho grande stima della gente e il mio interesse era altro dal loro. Trascurai i passeggeri feriti, che con i loro lamenti costituivano poco più che la colonna sonora dell’evento. Io ero attratto dai due cadaveri che ancora non avevano coperto coi teli. 
Li guardai da sotto. 
Il fermo immagine definitivo li aveva colti in pose grottesche: quello con la divisa da tranviere aveva le braccia penzoloni e la testa fracassata, gli occhi erano sbarrati in uno sguardo stupefatto, come se solo all’ultimo istante avesse compreso il disastro che stava combinando. L’altro, una capigliatura candida che andava tingendosi di rosso, stringeva tra le braccia la custodia di uno strumento, come se l’ultimo pensiero fosse stato che nell’urto non si sciupasse il suo violino. 
Non riuscivo a staccare gli occhi dai due, studiavo i loro corpi, non tanto le ferite quanto i dettagli che potessero aiutarmi a immaginarmeli da vivi. La morte sconosciuta mi fa sempre questo effetto, mi costringe a risalire il fiume della vita, mi trasforma in un preveggente del passato. 
Lo chiamo “effetto-sala”. Sai, quando ti capita di entrare in un cinema mentre il film è quasi finito e dagli ultimi fotogrammi provi a ricostruire l’intera trama nell’attesa che la pellicola riparta. Ma in casi come questo, la piccola apocalisse di piazza Cordusio, la pellicola è spezzata. Sta a te ricostruirla, scremando quel che era vivo da ciò che vedi morto. 
Rimasi lì una buona mezz’ora. Quando mi convinsi che ormai sapevo tutto, le narici corrose dell’autista, l’ impronta al suo anulare di una fede ora mancante, la magrezza patologica, le pupille dilatate e l’espressione di stupore di chi è tornato sulla terra giusto in tempo per morire, e poi le mani delicate del passeggero, il candore rosso dei capelli, il taglio di sartoria del suo abito sbrindellato, la custodia elegante in pelle e legno che scommetterei contenesse uno strumento prezioso, forse un Guarneri, e altre piccole notazioni marginali che non sto a dirvi, quando ebbi immagazzinato tutto questo, rientrai nel bar a passo sostenuto. 
Ordinai dell’altro vino, tirai fuori di tasca taccuino e stilografica. Piegandomi sul tavolino come un pianista sulla tastiera mi concentrai sulle due vittime e scrissi: Giacomo tira di coca appena prima di iniziare il turno, non riuscirebbe a guidare la bestia senza. Ottavio ancora in pigiama accorda lo strumento. Oggi, per la prova generale, andrà alla Scala in tram per godersi un po’ la sua Milano. 
Smisi di scrivere e chiusi penna e taccuino. Ero soddisfatto, quella breve traccia conteneva in nuce un intero romanzo che del resto avevo già preciso in mente: due vite parallele e assai diverse, divergenti, che alla fine si sarebbero incontrate su quel tram. Ma mi sarei fermato lì, un istante prima del disastro, nessun accenno di morte, lasciando intatta la possibilità che arrivassero vivi a destinazione.

In fondo con tutto il mio cinismo avrei prolungato loro la vita e, se non a loro, ai due personaggi da essi scaturiti.  Già, perché a me interessano più i personaggi che le persone, è ovvio.

 
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