Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  SeGreta, di massimolegnani 13/12/2018
 
SeGreta

di massimolegnani



Non saprei dire quando la incrociai per la prima volta, non era una bellezza memorabile che ti segni sul calendario il giorno in cui l’hai vista. No, lei per essere apprezzata aveva bisogno di ripetuti occhi, come una pagina dalla scrittura impegnativa che solamente poco alla volta rilascia il proprio fascino. So però che a un certo punto mi resi conto che la incontravo quasi tutte le mattine sui marciapiedi di via Mazzini, che a quell'ora sono più affollati delle strade. Ci muovevamo nelle due direzioni opposte, io con l’andatura annoiata di chi sa già che nel suo studio da immobiliarista indipendente non troverà la coda di clienti ad aspettarlo, lei che camminava con un passo deciso, stretto e affrettato, non una falcata superba semmai difensiva, come volesse scoraggiare sguardi e approcci. Una cautela davvero eccessiva in quello scampolo di mattino in cui i milanesi hanno una frenesia da api operaie. Ma io non sono milanese e mattino dopo mattino la guardavo sempre più accuratamente rallentando di proposito per dilatare i pochi istanti a mia disposizione. Eravamo in quelle giornate di fine marzo che a volte assomigliano all’inverno, altre a una precoce estate. La prima cosa che notai fu che il suo abbigliamento spesso risultava poco in armonia con il clima del momento, o troppo leggero o troppo pesante. Probabilmente sceglieva alla sera come vestirsi sull’esperienza della giornata appena trascorsa e al mattino seguente non aveva animo di verificare se nella notte fosse cambiato il tempo, ne subiva l’eventuale mutamento con rassegnazione. Oppure era anche lei vittima della fretta, quel timore ancestrale di essere in ritardo che ti porta a raccattare la prima cosa che ti capita a tiro e una volta in strada ti fa accelerare il passo e il cuore, e il buffo è che poi finisci con l’arrivare immancabilmente prima degli altri.

Tenera ragazza, oggi infreddolita, ieri accaldata. Questa sua sfasatura climatica mi aveva incuriosito, ed era una curiosità che giorno dopo giorno si ampliava dentro di me come una chiazza d’olio. Sì, avrei voluto conoscere di lei altri dettagli, niente di intimo intendiamoci, roba banale, le preferenze in cucina, le abitudini nel dopo cena se una lettura o una serie televisiva, i gusti preferiti di gelato, quale il colore di fiducia, insomma quei segreti spiccioli che però delineano un carattere, tracciano una vita. E galoppavo con la fantasia a darmi risposte, ma in realtà di lei non sapevo nulla, nemmeno il nome, mi sarebbe piaciuto Greta, dovevo accontentarmi del poco che potevo desumere nei brevi istanti di quell’incrociarci mattutino.

Per fortuna non è una al passo coi tempi, ricordo che pensai, alludendo anche al suo aspetto, elegante ma non alla moda, e avrei voluto dirglielo, ma non sono il tipo che ferma la gente per strada, ho bisogno di costruirmi l’occasione. Una volta mi voltai, forse per vedere se potevo agguantare un’occasione per la coda ma lei era una lucertola, pronta a sacrificare la sua coda pur di non offrire appigli a nemici immaginari. Eppure non fu un girarmi invano perchè feci in tempo a vedere che si stava infilando in un bar. Ecco l’occasione, bastava che io cambiassi bar. E così feci.

Il locale era un tintinnio convulso di tazzine tazze cucchiaini, un vociare scomposto di ordinazioni, saluti e conversazioni urlate al cellulare. Tre giorni a starle appresso senza essere andato oltre un incolore le chiedo scusa, l avevo urtata mentre posavo la tazzina. In quella calca lei nemmeno se ne accorse e tanto meno diede cenno di aver sentito le mie parole. Sembrava una situazione senza sbocco, e cominciavo ad avere nostalgia del mio bar dove Osvaldo conosceva per nome i pochi clienti. Disperavo, ma il quarto giorno mi sentii toccare su una spalla. Era lei che, con uno sguardo tra l’imbarazzato e l’implorante, mi chiedeva se potevo posarle la tazza del cappuccino sul bancone, non riusciva a superare il muro umano. Attorno al labbro superiore un vago alone di schiuma.

Greta?, le chiesi speranzoso prendendole dalle mani la tazza e il piattino. E prima che mi rispondesse le sorrisi, come si sorride a un lieto fine. Ma era solo un inizio.



 
©2006 ArteInsieme, « 09326243 »