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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Dopo la trebbiatura, di Stefano Giannini 23/12/2018
 
Dopo la trebbiatura

di Stefano Giannini




Correva l’estate del 1952, era tempo della campagna per la trebbiatura nei poderi e fattorie sparse sulle colline della media Valle del Savio.

La trebbiatrice itinerante, “passava” da una casa colonica all’altra trainata da due paia di buoi. Veniva poi impiantata nell’aia a fianco del grande barcone del grano, ( la meda ). Al suo seguito c’era una “squadra”, composta da una quindicina di persone . Uomini e donne, diretti da un caposquadra, il ns. si chiamava Ernesto.

La trebbiatrice era attesa con ansia dai contadini, non solo per mettere al sicuro l’agognato raccolto, frutto di tante fatiche, ma anche perché, il suo arrivo, segnava un giorno di grande festa per tutti .

Avevo compiuto 15 anni, ero a casa dal collegio per le vacanze. Mio padre chiese ad Ernesto se anch’io potessi dare una mano per quel giorno. Fui accettato !

All’alba dovevo trovarmi presso il podere “ Cassandra”, dalla Signora Caterina degli Onofri. Era un gran bel podere, confinante con la ns. proprietà. Loro, una buona famiglia di grande reputazione : persone laboriose, oneste e generose.

Alle cinque e mezzo del mattino seguente, puntuale, ero sull’aia. Già vi trovai altre persone. Donne con sgargianti fazzoletti legati al collo e del cappellacci di paglia in testa. Uomini indaffarati a livellare la trebbiatrice, con delle zeppe di legno che venivano inserite sotto le ruote di ferro.

Tutti assieme facevano un gran baccano. Partivano ordini urlati da ogni parte. Le donne operaie vociavano come al lavatoio. Il motore fu messo in funzione, si trattava di un “Bubba” a testa calda, a petrolio. Era collegato alla trebbiatrice con un “cinghione”. Dalle nostre parti ancora non era arrivato il trattore a cingoli.

La trebbia era grande, bella, tutta di legno color marrone chiaro. Nella sua imponenza

mi faceva quasi soggezione.

In mezzo all’aia si ergeva un bellissimo “barco” di grano che sembrava un monumento. Alto, tutto tondo come una pagoda. Piantata sulla cuspide v’era una croce di canna.

Le spighe spiovevano verso terra, tutte allineate e pari come un tetto di coppi.

Era proprio un capolavoro. Un vero peccato doverlo smontare. Avrebbe potuto piovere anche per un mese che l’acqua, certamente, non sarebbe penetrata a bagnare il grano nel centro del “barco”.

Di fianco si trovava un altro “barco” più piccolo, di orzo. Per terra, sotto i due barchi e tutt’intorno vi era stata spalmata la “ biuvacca”, che rendeva il piano terra, liscio e marrone, rilucente al sole come un pavimento di cotto delle nostre case di oggi.

Seppi che la “biuvacca”, veniva fatta con lo sterco di vacca allungato con acqua.

Si spandeva sull’aia perché, con la scopa, si potesse meglio raccogliere il grano che sarebbe caduto a terra durante la trebbiatura ed anche perché non si formasse fango in caso di pioggia.

Ernesto, il capo squadra, inizio ad assegnare la posizione di lavoro a tutte le persone della squadra. : Due donne con i rastrelli alla pula, erano : la Rosina di Gigiot, signora magra e minuta come uno stecco, e la Teresa di Luigi, la quale, invece, era robusta e grassa . Indossavano dei vecchi calzoni dei loro mariti, lisi e rattoppati.

Alla paglia, mandò altre due donne energiche e toste che, con le forche dovevano spingerla verso il pagliaio in crescita. Le forcate di paglia venivano prelevate da Giovanni di Capro, detto Zvanén, il quale assieme alla Maria di Falchetto, costruivano e modellavano, con consumata perizia, il pagliaio.

Poi, mandò due uomini, coi tridenti, sopra il barco; dovevano alzare le cove di grano e passarle alla Filomena, moglie di Tugnon che, lesta come la polvere da sparo, con un falcetto le slegava e le passava al “paiaròl”, (Domenico dei Sassoni), detto Minghin; era lo specialista della battitura.

Infilava mannelli di spighe nel battitore, in giusta misura . Né troppi, nè pochi, ciò per non intoppare la trebbia. Il suo era il lavoro più delicato e rischioso.

Alvaro, un ragazzo di tre, quattro anni più grande di me, molto in gamba, era l’abile aiuto macchinista. Lo invidiavo nel vederlo destreggiarsi con gli appositi attrezzi, attorno al motore, tutto schizzato di olio.

Dopo aver posto ogni operaio alla propria mansione, mi chiamò : “ a te Stefanino che sei ancora “bocia”, non voglio farti ingoiare tanta polvere, ti metto alle buchette dietro alla trebbia, dove esce il grano. Apri e chiudi e due sportellini; quando il sacco è pieno lo togli, poi aiuta gli altri uomini a pesare i sacchi con la “stadèra”. Però sta attento al “cinghione”, che è molto pericoloso : l’altr’anno nel podere di Camporcino, un uomo restò sfregiato per esserci passato sotto.”

Nel frattempo giunsero sull’aia i figli della padrona del podere. Portarono molti sacchi di juta ed altri di tela di canapa, bianchi con righe marroni. Li aveva tessuti in casa d’inverno la Caterina, col vecchio telaio di famiglia.

Essi spostavano e pesavano i sacchi di grano e, con una matita vi segnavano sopra il peso.

Si iniziò a trebbiare verso le sei e mezza. Un rumore assordante, un fumo, un polverone che sembrava fosse comparsa la nebbia.

Quelle povere donne addette alla pula, e quelle alla paglia, dopo poco, parevano dei mostri : tutte coperte di pula e di polvere, oltre quella che inghiottivano respirando.

Anch’io, come altri, misi un fazzoletto attorno alla bocca.

Per due, tre volte si ruppe il cinghione di cuoio, che collegava il motore alla trebbia, trasmettendole energia, per far girare le pulegge e i valli.

Il motorista, ad ogni intoppo o problema, sgranava rosari di bestemmie che bruciavano l’aria. Più volte, fra lui ed il “paiaròl”, scoppiavano accalorate discussioni che sfociavano in litigi. Quest’ultimo, secondo lui, intoppava il battitore inserendovi troppe spighe in una volta. Si scambiarono un sacco di brutture da cani.

Intanto che aggiustavano il cinghione, giunse la Gigina, nipote della padrona.

Una ragazza mora, mia coetanea, dotata di tutte le curve giuste, con capelli lunghi sciolti e gli occhi neri come il carbone, con un fiasco di vino e un bottiglione d’acqua, offriva da bere a tutti.

Vi erano certi uomini che si bevevano anche tre bicchieri di vino di seguito. Le donne lo annaffiavano con l’acqua.

La Gigina, mi si avvicinò e, sorridendo, chiese : “Stefano, vuoi acqua o vino ?”, balbettando dall’emozione risposi: “ solo acqua, grazie !”

Passò oltre seguita dal mio sguardo, appiccicato come una calamita, alla sua sottana a fiori, svolazzante .

Dalla sua bocca larga, la trebbia, sputava di continuo tanta paglia che, a stento, quelle donne riuscivano, in tempo, a tirarla via da sotto.

Il grano che usciva abbondante dalle buchette era pulito e sano. In pochi minuti il sacco era pieno, ed io, svelto, lo toglievo e, al volo, ne sistemavo un altro vuoto.

Arrivati ai 100 sacchi, il macchinista suonò a lungo la sirena.

Era una bella giornata, il sole di fine luglio scottava sulla pelle. Proprio tutti portavamo un cappello di paglia in testa.

Il sudore calava, sulla fronte e sul corpo, la pula e la polvere si appiccicavano alla pelle e scendevano lungo la schiena, provocando un prurito insopportabile.

Verso le ore quattordici, fu inserita nel battitore l’ultima cova di orzo.

Spensero quel motoraccio nero, a testa calda, che faceva un rumore d’inferno. Persino i polli, spaventati, stavano alla larga e, finalmente, si fece silenzio.

Giovanni, detto Gigiot, che stava in vetta al pagliaio, si fece issare, una corona, come d’alloro, fatta con rametti di quercia intrecciati che pose in cima a mò di cappello, che poi riempì di terra.

Fu allora che giunse la Signora Caterina, ad invitare tutti a casa per il pranzo.

Ci attendevano due tavole apparecchiate sotto il loggiato. Pranzo da tutti atteso.

Era risaputo che presso questa famiglia sarebbe stato ricco, abbondante e prelibato, come quello dei matrimoni.

L’azdora veniva aiutata in cucina dalla nuora e da due vicine di casa, brave cuoche, che si scambiavano vicendevolmente i favori.

Ci lavammo alla meglio le mani e il viso nella vasca di pietra dove, di solito, bevevano le mucche. Era stata riempita con acqua del pozzo.

Per primo invitò Ernesto a capo tavola, alla sua destra, il motorista Sprangon, il proprietario della trebbia e del “bubba”, quindi il “paiarolo” e tutta la squadra, compreso i due contadini venuti a dare una mano. Seduti a tavola eravamo 20 persone.

Subito portarono in tavola due zuppiere di minestre in brodo : cappelletti e passatelli, poi, quattro fiamminghe di tagliatelle al ragù composto di fegatelli di pollo.

Per secondi servirono, in quattro piatti da portata, arrosti misti: galletti, coniglio, tacchino e umidi di piccione con patate.

Tutta carne di animale del cortile, preparati il giorno prima. Cotti in grandi tegami di coccio nel forno a legna dopo aver sfornato il pane.

Emanavano un buonissimo odore di genuino che inebriava. Seguirono i contorni. Patate fritte, pomodori e melanzane in gratè al forno. Non mancarono le insalate..

L’azdora, invitava tutti a servirsi, senza fare complimenti . Carne genuina, pane fragrante e quant’altro abbondavano.

Tutti bevvero parecchio. Anch’io mangiai e bevvi come non mai, assaporando ogni piatto con gusto e sommo piacere. Il vino mi inebriava togliendomi la timidezza cronica che mi affliggeva, riuscendo così a scambiare qualche parole con la bella Gigina.

Malgrado tutta la fatica della mattinata, gli uomini e le donne della squadra si mostrarono molto allegri e gioviali.

Alcuni uomini raccontavano delle storielle, anche piccanti, le donne reagivano ridendo sguaiatamente. Invece alle barzellette spinte ridevano arrossendo, fintamente imbarazzate.

Per giustificarsi, gli uomini, le invitavano di lavarle, trangugiando un bicchiere di vino ad ogni barzelletta.

Cantavano : “ L’uselin della comare”, “ Lo spazzacamino”, Il molinaro con : “dagala ben biondina...”, ed altri stornelli simili.

Verso le diciasette si finì di pranzare. Tutti gioiosi, e qualcuno alquanto brillo. Anche Sprangon, il macchinista, e Minghin, il paiarolo, fecero la pace dandosi pacche sulle spalle e sollevando i bicchieri per infiniti brindisi.

Si era ai dolci : ciambelle, biscotti e budino, bagnati con anice, mistrà e grappa fatta in casa, quando d’un tratto, s’udirono strani muggiti, come di animale in sofferenza, provenire dalla vicina stalla. Subito, il padrone di casa, allarmato, si alzò : “ scusate, devo correre in stalla, c’è una mucca che sta per partorire “ e, rivolto agli uomini : “ se due di voi se la sentano di aiutarmi a tirare fuori il vitellino tirandolo per le zampe e, se necessario, imbragandole con la corda, mi farebbe piacere. “ Il fratello Pio, Sprangon e Minghin si alzarono, seguirono Fafin, mentre tutti gli altri, me compreso, restammo seduti a gustarci i dolci appena serviti.



 
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