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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  I lampi di Lillo, di massimolegnani 26/01/2019
 
I lampi di Lillo

di massimolegnani




Alto e asciutto, un paio di baffi neri a spiovere che creano una curiosa simmetria con le sopracciglia, altrettanto folte e scure e arcuate, Vigilio già nell’aspetto si distanzia dai coetanei, un corpo di trentenne non temprato né dalla palestra né dall’officina, un cervello che intuisci sempre in movimento nel guizzare inquieto dello sguardo, un atteggiamento singolare sul lavoro e in compagnia, da esilio volontario. Lillo, così l’abbiamo sempre chiamato e non ricordo se quel nomignolo da cane pechinese gliel’abbiamo dato noi o se se lo porta dietro dall’infanzia, se ne sta in disparte, non occupa mai la prima fila, che siano le seggiole di un bar, le poltrone di un salotto o le scrivanie in ufficio, lui preferisce la distanza e la penombra. Ma non è certo timidezza la sua, Lillo semmai ha l’arroganza del silenzio. Nelle nostre discussioni, nei dibattiti, nelle liti che accendiamo attorno a futili occasioni o più sostanziosi argomenti, lui quasi sempre tace.

Ma quando parla è un lampo che squarcia l’oscurità, perché ha chiarezza nell’esporre il suo pensiero, un pensiero mai scontato né polemico, e parole misurate che quietano gli animi arrabbiati e mettono la sordina ai primi violini, sai quelli, presenti in ogni compagnia, che si credono i migliori e non lo sono.

Ecco, la vita di Vigilio procede a lampi,che non sono strappi o tuoni, ma brevi illuminazioni a ricordarci che lui comunque c’è, e che se non è arrivato a primeggiare in alcun campo non è per inettitudine ma per disgusto filosofico alla gara.

Ne scrivo oggi del mio amico perché ieri l’ho incontrato a teatro, io placido in poltrona, lui inatteso sopra il palco. Mica mi aveva avvertito che avrebbe recitato, non è da lui pubblicizzare le cose che fa. Quindi un’apparizione inaspettata la sua, potrei dire una comparsa inaspettata, ma la battuta sminuirebbe il suo ruolo, sulla carta men che secondario, nella realtà determinante.

Era un lavoro d’avanguardia, di quelli tutti metafore ed estrosità che fatichi a entrarci dentro, a me avevano attratto il titolo della commedia, uomini e bestie e il nome piuttosto noto del regista. Eravamo al terzo atto e lo spettacolo si trascinava un po’ stancamente in un susseguirsi di scene disparate di vita più o meno quotidiana, bancarelle di mercato accanto al salotto buono di un interno borghese e al tavolo in radica di un consiglio d’amministrazione in pieno svolgimento, a cui mancava un collante che le tenesse unite.

Lillo comparve dal nulla, lo vidi che era già mescolato agli altri interpreti, ma ben distinto da questi perché lui era infagottato in una complessa imbragatura, mezzo cavallo e mezzo cavaliere medioevale. Attraversò il palco impettito e distaccato dagli eventi circostanti, riuscendo a dare, non so come, credibilità al suo personaggio, che non capivi dove finisse il cavallo e dove iniziasse il cavaliere eppure lo prendevi per vero. Lillo non una parola prevista nel copione, non un gesto eclatante, solo il cipiglio austero del portamento.

L’unica battuta, quando già stava per uscire di scena, fu un nitrito che lui modulò con una nota lunga di disperazione. Eccolo il collante, mi dissi, il disgusto inascoltato verso la nostra epoca da parte di un visitatore da secoli lontani.

Sono convinto che anche non fosse stata interpretata dal mio amico avrei apprezzato l’intensità di questa breve scena. Ma sono altrettanto convinto che proprio la sua interpretazione ha impresso forza e significato alla scena.

Perché Lillo sul palco aveva interpretato se stesso. L’ultimo suo lampo, un nitrito.

 
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