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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La migrazione sovversiva delle rondini, di massimolegnani 05/03/2019
 
La migrazione sovversiva delle rondini

di massimolegnani




L’argomento era nato in sordina sui social da parte di un qualche ideologo del nuovo corso, come possiamo tollerare che le rondini vadano e tornino dall’Africa liberamente?, aveva buttato lì in una serata di dibattiti fiacchi. Gli avevano risposto alcuni nostalgici del Pascoli, citando abbastanza a sproposito alcuni versi del 10 agosto. L’interesse per il tema sembrò destinato ad esaurirsi rapidamente, ma dopo qualche giorno l’intervento di un ornitologo bisognoso di notorietà riaccese la polemica: dobbiamo e siamo in grado di allevare una nuova specie autoctona di rondini che, opportunamente modificate geneticamente o condizionate a forza nel comportamento, non sentano più la necessità di oltrepassare il confine meridionale della Sicilia. Le sue parole fecero scalpore nel mondo accademico e irundologi di fama sottolinearono la scarsa consistenza scientifica della proposta, ma inaspettatamente l’idea prese piede tra gli abituali frequentatori della rete, chi inneggiava alla nuova razza, chi si opponeva al progetto perché i cieli devono restare liberi, chi paventava nell’andare e venire delle rondini un simbolico e pericoloso atteggiamento antigovernativo. E proprio il Governo, che aveva fatto dell’efficienza e della sensibilità ai voleri popolari i suoi cavalli di battaglia, decise di intervenire senza frapporre indugi. Il ministro della salute nominò l’ornitologo responsabile di una commissione veterinaria che studiasse la fattibilità e i benefici di immagine e di sostanza del progetto, i costi qualunque essi fossero sarebbero stati ripianati dal ministro dell’economia a sua totale discrezione. Vi fu un breve dibattito parlamentare se fosse più opportuno impedire alle rondine di emigrare in Africa o vietare il loro rientro in patria. Le fiacche forze di opposizione fecero del blando ostruzionismo presentando una serie di emendamenti che in ogni caso non intaccavano la sostanza del provvedimento. Ad ogni buon conto il Governo pose la questione di fiducia e il decreto legge passò a larga maggioranza sebbene fosse quanto mai vago nei contenuti. In pratica, sotto la generica formulazione di una nuova regolamentazione dei flussi migratori degli uccelli, si demandava al Governo la sua attuazione secondo criteri ancora da stabilire.

Il ministro degli Interni lanciò l’hastag #cieli chiusi, nidi aperti, e, visto lo strepitoso successo dell’iniziativa (oltre un milione di condivisioni in pochi giorni), fece erigere nell’entroterra siciliano a scopo sperimentale, disse, una serie di reti metalliche alte un centinaio di metri lungo le rotte di migrazione. Il ministro stesso si presentò in televisione per fronteggiare certi malumori buonisti che rischiavano di contagiare la parte sana del Paese e in un accorato discorso difese le proprie scelte definendo il sistema di reti un’opera necessaria di pacifica dissuasione, in attesa che si sviluppasse a pieno il programma di ripopolamento autoctono intensivo ( #vogliamo rondini italiane anche a gennaio.)

Il mese di maggio fu un’ecatombe per le rondini che rientravano in Italia: le più restarono impigliate nelle reti e le altre già provate dal lungo viaggio s’inabissarono in mare nel disperato tentativo di riguadagnare le coste africane. Volontari di GreenPeace e di altre associazioni non governative si calarono da elicotteri o si paracadutarono da aerei da turismo per liberare quante più rondini dalle recinzioni, ma furono ben presto costretti a desistere per l’intervento della nostra aviazione militare.

Mentre le rondini morivano a migliaia, le massime autorità dello Stato accolsero a Ciampino il cargo militare che portava un centinaio di coppie selezionate di volatili destinati alla riproduzione intensiva e controllata. Il presidente del consiglio alzò una gabbietta in favore di telecamere, ecco la nuova razza, esclamò con una certa prosopopea. Quell’estate i nidi sotto le grondaie restarono vuoti e a sera non s’udivano gli stridii del volo collettivo attorno ai campanili. Una piccola desolazione per la gente comune, ma in televisione il ministro della sanità assicurò che gli scienziati stavano svolgendo un lavoro febbrile e che presto si sarebbero visti i primi confortanti risultati.

L’ornitologo che era stato messo a capo della commissione resistette fino ad ottobre prima di ammettere davanti a una ristretta rappresentanza di ministri che i lavori erano a un punto morto, quello iniziale. Messo alle strette confessò di non avere la più pallida idea di come si operasse una manipolazione genetica, era stato avventato nelle affermazioni sui social, ma sapete bene com’è bisogna usare l’iperbole per mettere a tacere gli avversari di tastiera.

Del progetto rondini italiane anche a gennaio non si parlò più, anzi vennero diffusi studi preliminari secondo i quali le rondini importavano dall’Africa virus sconosciuti e nuove malattie, potenzialmente trasmissibili anche all’uomo. Non vi erano ancora evidenze scientifiche a sostegno di tali teorie ma bastò che queste venissero divulgate per far sorgere in una parte, non grande, della popolazione un’avversione per quegli uccelli un tempo tanto amati.

Ignare di tutto ciò e spinte unicamente dall’istinto, la primavera successiva le rondini ripresero la loro consueta migrazione. Ma questa volta, forse memori della tragedia dell’anno precedente, aggirarono la Sicilia dove ancora esistevano le orribili reti e fecero rotta sulla Sardegna e da lì dopo una sosta di pochi giorni ripresero il volo per diffondersi su tutto il territorio nazionale.

Curiosamente il loro ritorno, salutato festosamente dalla maggioranza delle persone, coincise con un crollo dei consensi verso il Governo in carica.



 
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