Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Un ritratto in quattro tempi, di massimolegnani 30/08/2019
 
Un ritratto in quattro tempi

di massimolegnani



L’aveva vista, pochi tavolini più in là, sorbire un tè e addentare con grazia golosa pasticcini alla crema. L’amico gli parlava ma Amedeo non lo ascoltava più, era completamente immerso nei gesti accurati della giovane borghese, gesti che in un’altra donna avrebbe bollato come leziosi, il nettarsi le labbra con un tovagliolino candido, l’accenno di un sorriso educato alle parole dell’amica, la mano portata al collo in una minima apprensione. In lei invece notava una tale simmetria tra lineamenti e gesti, una così perfetta corrispondenza tra la mimica contenuta e la volubilità espressiva del viso (bastava un minimo corrugare la fronte per modificare radicalmente lo scenario di quel volto) che Amedeo non aveva resistito a lungo. Osservava la donna e già la vedeva prendere forma sulla tela. Così si era alzato di scatto e, ignorando lo sguardo esterrefatto dell’amico, si era diretto al suo tavolino: 
Le mandorle dei suoi occhi, l’avorio del collo…esigono un ritratto. Lei dovrebbe posare per me. 
Mentre la giovane signora con lo stupore di un sopracciglio squadrava gli abiti sgualciti e le mani sporche di vernice, Amedeo con un tozzo di matita aveva scarabocchiato un indirizzo sul tovagliolino di pizzo. Poi, fatto un goffo inchino, se n’era uscito dal locale con passo malfermo, anche se per una volta non aveva bevuto. 

* * * * * * * * * * 

La donna lasciò passare parecchi giorni prima di decidersi, forse per una residua remora morale o perché la cosa non la incuriosiva più che tanto. Ma una volta deciso agì senza incertezze. Affrontò le vie maleodoranti del Marais con una camminata impettita che la proteggeva dall’assalto della miseria e salì i quattro piani di scale di un edificio fatiscente ignorando la sporcizia e lo sbattere violento delle porte. 
Quando Amedeo aprì la guardò a lungo come faticasse a mettere a fuoco un ricordo. Era primo pomeriggio e lui, alzatosi da poco, si trovava su quel crinale incerto tra i postumi dell’ubriacatura della notte precedente e il primo contatto quotidiano con il vino. 
Come ti chiami?- le chiese brusco ancora sulla porta, come avesse di fronte una di quelle prostitute con cui era abituato a lavorare. 
Agnese, rispose lei con voce chiara, e aggiunse Sono qui per il ritratto
L’uomo emise un grugnito e la fece entrare. 
La mansarda era nel disordine più totale, il letto sfatto, piatti con residui di cibo stantio, ovunque tele abbozzate ma poche quelle già concluse, un gatto dormiva sull’unica sedia. Nell’aria ristagnavano odori, anice e acquaragia su tutti. Agnese costituiva un’immagine stridente in quell’ambiente, ma vi entrò con naturalezza. Era più impacciato lui, nonostante l’aria scorbutica e il modo cattivo con cui cacciò il gatto dalla sedia. 
La donna si sedette al posto del micio e attese che l’uomo iniziasse il ritratto. 
Amedeo non si era ancora avvicinato al cavalletto, passeggiava irrequieto per la stanza, ora spostando una tenda per attenuare la luce troppo violenta che penetrava da un finestrone obliquo, ora tentando di pulire i pennelli con uno straccio immondo. 
Così non va, disse alla fine. 
Così come? 

Vestita di tutto punto, imbellettata, chiusa. 
In questo stesso modo mi aveva vista quel giorno. 
Sì, ma qui è diverso. 
In che senso? 
Là è stata una folgorazione, qui dovrei dare forma e senso all’intuizione. 
E allora? 
È troppo coperta. 
Lei deve ritrarre il viso e quello è sgombro. 
Nel quadro compariranno solo il volto e il collo, ma io devo conoscere anche il resto. 
Perché mai? 
Fermarmi al volto deve essere una mia libera scelta, non il limite stabilito dai pudori di una ricca borghese. 
Se sono qui significa che non ho preconcetti. Ma di qui a spogliarmi di fronte a lei. Nemmeno mio marito… 
Agnese ribatteva colpo su colpo mantenendo uno sguardo limpido. Ogni tanto increspava un sopracciglio o accennava a spalancare gli occhi, ma sempre con misura e più per manifestare il suo tentativo di comprensione che per esprimere un cruccio. Amedeo, al contrario, sembrava una bestia alla catena. Borbottava tra sé, gesticolava agitando un pennello per aria, misurava la stanza a passi inquieti. Si fermò di colpo solo di fronte al suo sorriso radioso: 
La fottuta buona educazione! Odio i sorrisi borghesi fatti con cortesia ipocrita, che poi se uno si fida di quel sorriso viene fregato. 
Non avevo quella intenzione, rispose lei tornando seria. 
Basta! Non ne facciamo niente. Sono stato un idiota a crederci. 
Lei si arrende sempre così presto? 
Vattene. 
Agnese rimase seduta, come non avesse udito quell’ultima parola quasi urlata. 
Lasciò passare qualche istante nel silenzio, poi intercettò il suo sguardo: 
Che cosa le premeva di me? 
Ritrovare nel corpo i tratti del volto, la corrispondenza o la negazione di quanto leggo nello sguardo. 
Che cosa vi legge? 
La mutevolezza del mistero. Fluttua dalla meraviglia alla consapevolezza, senza che io sappia per che cosa si meravigliano i tuoi occhi, di che cosa si fanno consapevoli. È questo il bel mistero, ma lasciamo stare, non capisci nemmeno di cosa sto parlando e forse non lo capisco nemmeno io. A dirlo diventa tutto così assurdo. L’arte non deve essere spiegata, ancor meno le sue intuizioni. 
La donna protese il collo in avanti come per un’improvvisa fame d’aria. Era il suo modo di riflettere. 
Sto cercando di seguirla. Temo di essere stata troppo razionale. La sua richiesta è legittima. So però che non sopporterei il suo sguardo su di me. 
Amedeo era ammutolito, percepiva lo sforzo della donna per entrare in un ruolo a cui non era abituata, ma a cui non voleva rinunciare. 
Vi fu un silenzio lungo, ricco di suggestione. 
Le parole di Agnese si fecero lente, soppesate ad una ad una: 
Non è un compromesso che le propongo, mi creda, è una via, l’unica via che sento giusta per entrambi. 
Di nuovo una pausa, come a creare un terreno comune. Poi la giovane parlò in un soffio tiepido: 
Vorrei che lei si mettesse una benda sugli occhi e mi percepisse in altro modo. La memoria poi l’aiuterà a dipingermi. 
L’uomo ubbidì all’istante. Usò lo straccio dei pennelli per bendarsi, e nemmeno per un istante pensò di barare. Ed era certo che neanche lei lo avrebbe ingannato. 

Poteva sembrare una scena grottesca, un pittore privato della vista di fronte a una modella nuda che attende fiduciosa di essere percepita al di là della vista, del tatto, del contatto. Ma non vi era nulla di artificioso o di ridicolo nel modo in cui Amedeo annusava l’aria cercando l’odore autentico di lei sotto il profumo di mughetto e sfiorava con un pollice le sue forme senza arrivare a toccarle; e nemmeno nel modo in cui Agnese si lasciava invadere senza imbarazzo dai sensi dell’uomo, lo sguardo limpido e i seni tesi, quasi fossero le punte a pretendere il contatto con quel dito. 
L’uomo aspettò a togliersi la benda che cessasse il fruscio della seta che tornava a coprire la pelle. Si guardarono come reduci da un viaggio in luoghi che non conoscevano, ma non si confidarono l’emozione provata. Solo un silenzio solidale, rischiarato questa volta dal sorriso di Amedeo. 
Quando Agnese fu uscita, l’uomo si mise al cavalletto. 
Dipinse un volto, gli occhi che sembravano due mandorle tostate e il collo smisurato, di un colore ambrato. 

* * * * * * * * * * * * 


Aveva appeso la tela a un chiodo, sulla parete di fronte al letto. La guardava prima di crollare nel solito sonno agitato, rischiarata da quel po’ di luna che filtrava dal lucernaio, e la cercava a occhi ancora pesti quando si svegliava, prima cosa reale nel subbuglio della sua mente caotica. 
Era capace di stare ore a fissare il ritratto, le mani intrecciate dietro la nuca, lo sguardo incantato sull’ocra e il nero che prevalevano sul resto. Non aveva mai dipinto così bene, ne era convinto. Nel volto ridotto a poche linee dure ed essenziali Amedeo rivedeva con facilità il viso reale della donna, ma lei avrebbe capito? Si sarebbe accorta di quanto lui l’aveva vista bella? Il timore che Agnese non sarebbe riuscita a specchiarsi in quelle guance prosciugate, a riconoscersi nella bocca stretta e violacea, negli occhi sottili, nell’iperbole del collo, lo assaliva a ondate. E allora lo coglieva una specie di paralisi, una voglia di far nulla, impensabile dipingere di nuovo prima che lei tornasse a vedere il quadro. Non gli era mai importato il giudizio delle proprie modelle, ma questa volta era diverso, lei era una donna di gran classe o almeno così a lui sembrava, forse appena benestante, in ogni caso enorme la distanza tra di loro. Così, aiutandosi col vino restava giorni interi a letto a ripensare al loro incontro e al suo ritorno che tardava. E ondeggiava pericolosamente tra entusiasmo per le proprie capacità espressive e sconforto per non essere apprezzato. 
Quando capì che lei non sarebbe più tornata, forse dimentica di un pomeriggio di follia o più probabilmente disinteressata al risultato di quello che aveva considerato un gioco stravagante, il quadro gli divenne insopportabile. Ancora lo guardava, al risveglio e prima di dormire, ma ora gli occhi erano astiosi e dalla bocca spesso uscivano parole di rancore. 
Il quadro, forse davvero il suo migliore, in una notte di furore finì nella stufa con la promessa di mai più dipingere. Ma le promesse degli artisti, si sa, durano il tempo di una sbornia.

*************

E dovette dipingere di fretta e di furia quando lei bussò alla sua porta.

Sono venuta per il quadro.

Non t’aspettavo più.

Dov’è?- chiese Agnese guardandosi intorno.

Roba da non crederci, rispose Amedeo indicando la stufa con una risata aspra.

Lei non capì, mosse le poche tele appoggiate a una parete e fu presa da uno sconforto rabbioso:

Non l’ha fatto! Tante parole roboanti e poi non è stato capace di ritrarmi. Dovevo aspettarmelo.

Amedeo non ci provò nemmeno a spiegarle come erano andate le cose. Diede una manata a far sloggiare il gatto acciambellato sulla sedia:

siediti qua, dietro di me, e guarda pure quello che faccio. Ma non parlare e non interrompere in alcun modo il mio lavoro.

Le diede le spalle e da quel momento si dimenticò di lei.

Dipingeva con tratti sicuri, veloci. Non seguiva il ricordo della donna ma “ricopiava” fedelmente il quadro che prima di essere distrutto gli si era impresso nella memoria come una colata di piombo nello stampo.

Agnese osservava muta, non per obbedienza ma per stupore, il procedere rapido del lavoro del maestro. Era lei la figura di donna che prendeva forma sulla tela, si riconosceva senza alcuna incertezza nonostante le palesi distorsioni che l’artista stava apportando al suo volto. Era sua quella bocca così rimpicciolita, erano suoi quegli occhi deformati a un taglio orientale, così diversi dal reale eppure identici. E le tornarono in mente le prime parole che lui le aveva rivolto al caffè, le mandorle dei suoi occhi. L’aveva dipinta allora, non adesso, e dal primo momento il suo modo di vederla era stata un’interpretazione personale della realtà, in cui lei si riconosceva.

Amedeo era alle ultime pennellate. Agnese si alzò e lo abbracciò da dietro appoggiando una guancia alla sua spalla. Lui fissò la figura dipinta e sembrò rivolgersi ad essa quando disse, fermati qui stanotte.

Agnese annuì in modo quasi impercettibile.



 
©2006 ArteInsieme, « 010827345 »