Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La presenza e la sostanza, di massimolegnani 19/11/2019
 
La presenza e la sostanza

di massimolegnani



Questa notte tentavo d’infilarmi nel sonno ma mi tratteneva la sensazione di qualcosa d’inconcluso, senza sapere cosa, un debito dell’occhio, una mancanza della mente, un gesto minimo lasciato a metà del guado. Avevo l’impressione d’inseguire un’immagine registrata di sfuggita in un momento imprecisato e rimasta irrimediabile nel limbo della retina interiore, senza che le avessi offerto completezza di azione e di memoria o sepoltura nel luogo deputato, l’amnesia. 
Forse si trattava dello scintillio del fiume al sole del tramonto, pochi raggi a illuminare un cigno solitario che prestava il proprio biancore a fare da contrasto al resto del crepuscolo. Stupendo il fiume in quel breve tratto gonfio d’acqua e solitudine tra la sua nascita dal lago e lo sperdersi poco più avanti in un greto sassoso troppo ampio per lui. Avresti dovuto fermarti e contemplarlo a fondo quella specie di Mekong di noialtri, lasciarti invadere, e invece hai tirato dritto per la fretta di rientrare.

O forse era quella frase udita di sfuggita, coraggio che ce la facciamo, era una donna di sicuro, i piedi su ciottoli precari e una mano salda a sostenere qualcuno, non so se un padre anziano o un figlio dalle gambette esili, non so, non mi sono voltato alle parole che non erano speciali ma avevano un calore che avvolgeva. Se solo fossi rimasto lì ad ascoltare, se solo avessi lanciato un sorriso come una ciambella di salvataggio.

O ancora forse quella pancia femminile ricca di futuro portata a passeggio con qualche malinconia negli occhi. Fermarsi a rincuorare, a regalare la massima innocenza di un gesto a sfioro su quella rotondità che scalcia. Troppo impegnativo, più semplice non aver visto a sufficienza e proseguire.


Un fiume, un cigno, una frase udita ormai di spalle, una pancia appena tonda. Un’assurdità perderci il sonno.

 
Ma poi succede che Michela, l’amica di tua figlia, muoia all’età sbagliata, saran vent’anni o poco meno ma è come ieri. Non ti è bastato posare una rosa sullo squarcio del suo viso, ti è rimasto il gesto che non le hai fatto in vita, le parole che non hai speso, è mancato il tuo sorriso al posto della stizza per l’esuberanza esagerata dell’adolescenza.


È che siamo presenti sempre, in questo mondo di apparenza, e non ci siamo mai nella sostanza, gli occhi, la cura, il cuore, per spargere speranza agli altri e affetto per noi stessi. 
E allora è inevitabile che il cigno, la pancia, la frase anonima e tutto il resto di accennato e mai concluso non ti lascino dormire. 

 
©2006 ArteInsieme, « 010827267 »