Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Un'aquila a Natale, di Aurelio Caliri 21/12/2019
 
Un’aquila a Natale

di Aurelio Caliri



C’era una volta un bambino che si chiamava Federico ed era un tipo molto dormiglione. Quella mattina, inspiegabilmente, si svegliò all’alba e mentre si vestiva si chiedeva il perché di tale levataccia. Era la vigilia di Natale e sentiva come un richiamo, come se qualcosa di misterioso lo spingesse a scuotersi, ad agire. Uscì sulla terrazzina della mansarda che dava sui tetti e rimase sorpreso dallo splendore strano del sole che s’affacciava all’orizzonte e irradiava con sfumature giallastre la sua luce sulle case. Ma c’era qualcos’altro di cui non si capacitava: non avvertiva il benché minimo senso di freddo, nonostante la stagione invernale ormai inoltrata; l’aria poi sembrava immobile, come incantata e, soprattutto, c’era un silenzio quasi allarmante: nessun rumore di macchine, di treni, di persone, di animali. La vita si era fermata.

Il bambino, pur affascinato dalla novità, fu pervaso da un senso di inquietudine, ma poi, al pensiero che il padre e la madre dormivano nella camera accanto, si sentì confortato e cercò subito di analizzare la situazione e capire. Ecco, era come se qualcosa d’ignoto incombesse sulla natura, come se un evento soprannaturale stesse per manifestarsi. Si guardò intorno per valutare meglio il fenomeno e, d’un tratto, giunse al suo orecchio un frullare distinto di ali che s’avvicinava, quindi il sole per un attimo fu oscurato da un uccello enorme che planò dinanzi a lui e tranquillamente si posò sul tetto, a un paio di metri di distanza.

Era un’aquila maestosa, le sue penne brillavano al sole e i suoi grandi occhi, che non avevano nulla della ferocia dei rapaci, guardavano fissi il bambino. Questi rimase immobile dalla meraviglia, come ipnotizzato, ma sulla paura istintiva ebbe la meglio la curiosità, il desiderio di conoscere quella nuova realtà. Lo sguardo dell’animale aveva un che di umano, sembrava volesse comunicare un messaggio,

volesse parlare, e infatti inaspettatamente l’aquila parlò. Disse:

Vuoi venire con me? Vuoi trascorrere in un modo speciale questa vigilia? Vedrai, sarà bellissimo: sarà il mio regalo di Natale!”.

Il bambino deglutì, l’emozione gli impediva di articolare le parole, ma riuscì infine a dominarsi e rispose:

Ma dove mi porti? Vengono con me anche i miei genitori?”.

No, mi dispiace”, replicò l’aquila, “ma non ti preoccupare: vedrai che ti raggiungeranno nel posto in cui andiamo!”.

Il bambino era indeciso sul da farsi: l’uccello misterioso, l’avventura inaspettata esercitavano su di lui un’attrattiva fortissima e nello stesso tempo aveva timore di lasciare la sua casa. Chiese:

Ma è sicuro che i miei genitori mi raggiungeranno? E poi, in che modo vengo con te?”.

L’animale si accostò zampettando sulle tegole fino al margine del muretto che delimitava il tetto e gli disse:

Sali e tieniti stretto. Per il resto ti assicuro che non avrai alcun problema”.

Il bambino accantonò ogni perplessità e, issatosi agilmente sul parapetto, con un balzo si mise a cavalcioni del pennuto e fece appena in tempo ad aggrapparsi al suo collo vigoroso perché subito si librò in volo distendendo le ali immense e muovendole ritmicamente.

Che spettacolo la terra vista dall’alto che scorreva a perdita d’occhio! Il bambino era stordito dall’aria e dalla luce che lo investivano con impeto, ma non provava alcuna apprensione, anzi si sentiva sicuro. L’aquila col suo sguardo dolce e quasi umano, con i suoi modi gentili, gli aveva comunicato quella sicurezza, insieme a un grande senso di libertà che lo colmava di gioia.

L’uccello atterrò dolcemente vicino a una casa che si trovava sul limitare di un bosco e parlò ancora:

Scendi ed entra: ti stanno aspettando!”.

Ma chi mi aspetta?”, chiese il bambino, “e tu, non vieni con me?”

No, non posso, vado dai miei aquilotti su in montagna: anche per noi è Natale! Ma verrò dopo. Tu intanto vai …vedrai …”.

Dette queste parole si alzò in volo e in breve scomparve al di là degli immensi alberi secolari.

Il bambino s’avviò titubante verso l’ingresso socchiuso e saliti diversi scalini e attraversata una specie di anticamera si trovò in una vasta cucina fuligginosa e semibuia dove c’era un grande fermento. Il forno era stato appena acceso perché la fiamma era ancora alta e dei ramoscelli secchi scoppiettavano allegramente. Una signora sui quarant’anni vi accudiva con un rastrello di ferro e quando lui si avvicinò lei si voltò e lo salutò:

Ciao! Ti stavamo aspettando. Tra poco ti farò una bella focaccia!”.

Aveva un sorriso tenero, struggente, ed era così affettuosa che si sentì riscaldare dentro. Intanto, guardandosi intorno, trasalì dalla sorpresa: in un angolo stavano seduti i suoi nonni, Turi e Nina, i genitori di Maria, sua madre, che lo guardavano sorridendo. Si avvicinò e li abbracciò. Chiese:

Ma voi che fate qua?”

Siamo venuti per vederti: è Natale, no?”.

Che strano! Erano tanti anni che non li incontrava e, mentre cercava di capire come mai si trovassero là, gli si avvicinò un bambino della sua età e al vederlo si sentì ancora pervadere dalla meraviglia. Gli somigliava moltissimo, era come avere davanti un altro se stesso: stessi lineamenti, stessi occhi, stessa statura. Era suo fratello? fratello gemello? Ma l’unico suo fratello, Mirko, era già grande, biondo, con gli occhi azzurri. Nemmeno allora ebbe il tempo di riflettere perché il bambino, dopo aver dato un bacio alla madre Bettina, che badava al forno, lo prese per un braccio e affettuosamente gli disse:

Vieni, ti faccio vedere qualcosa!”.

Lo portò nella parte opposta della cucina e in una gabbia vide i propri scoiattolini che saltavano da una estremità all’altra senza un attimo di sosta, come impazziti dal piacere di rivederlo. Ma che succedeva? Come mai si trovavano in quella cucina? Come se non bastasse, vicino c’era un’altra gabbia più grande e dentro vide Ciccia, la sua coniglietta bianca, soffice, bellissima. Ebbe un tuffo al cuore. Aprì la gabbia, la prese, la baciò, se la strinse forte al petto. Ma cosa significava tutto ciò? Non vedeva Ciccia da molto tempo: che ci faceva in qual posto?

L’abbaiare di un cane lo distolse ancora una volta dalla sua riflessione.

Viola, zitta!”, le intimò il bambino che sembrava suo fratello gemello.

Ma allora era Viola, la cagnetta di suo padre, quando questi era piccolo, che uscita da sotto il forno gli si era avvicinata e gli faceva festa abbaiando e scodinzolando. Come poteva essere possibile?

Non ci capiva più niente. Era un miracolo di Natale? Forse! Ma qualunque cosa fosse, non gli importava, sapeva solo che traboccava di felicità, come forse mai era successo. Un solo pensiero appannava quel momento: i suoi genitori quando sarebbero arrivati? e l’aquila? Sentiva la sua mancanza e avrebbe voluto rivederla.

Trascorse un tempo indefinito tra giochi e scherzi insieme all’altro bambino ed ecco che la signora dal sorriso tenero e struggente sfornò il pane e le focacce. C’era in quella cucina d’altri tempi un profumo invitante, inebriante, anch’esso d’altri tempi. Arrivarono intanto i fratelli e le sorelle del suo piccolo compagno, preceduti da strepiti e risate, ed entrò anche un uomo corpulento, affabile, Vito, che doveva essere il padrone di casa, il marito della Signora. In piedi, attorno a un grande tavolo

sgangherato, mangiarono con gusto, quindi, accostate le sedie, tutti insieme giocarono prima a carte, poi a tombola. Il bambino pensava che mai aveva trascorso momenti così appaganti, ma che tutto sarebbe stato perfetto se ci fossero stati anche i suoi genitori.

Improvvisamente, non sapeva come, si era fatta sera e suonarono le campane che annunciavano la messa di mezzanotte. Non si trovavano sul limitare di un bosco? Lo chiese al compagno, il quale, invece di rispondere, prendendolo per mano gli disse:

Andiamo!”.

Uscirono. Il bosco era scomparso, c’era invece davanti alla casa un piazzetta e la chiesa antica che la sovrastava, la Matrice, che lui conosceva.

Entrarono. C’era molta gente. La messa era cominciata e tutti cantavano “Adeste fideles”. Che canto fantastico, sublime! Si sedettero su una panca e proprio in quel momento scoccò la mezzanotte e, caduto un drappo rosso sull’altare maggiore, apparve il Bambinello di cera, disteso su di un giaciglio di paglia, sorridente e benedicente, mentre l’organo intonava con forza “Tu scendi dalle stelle” e accompagnava il canto dei fedeli.

Si udì un frullare di ali. Era l’aquila? Avrebbe voluto ringraziarla. No, era una colomba che attraversava la navata centrale. Il bambino si girò verso il compagno come per partecipargli l’ennesima sorpresa, ma era scomparso. Al suo posto invece si era come materializzato suo padre che sedeva accanto a sua madre, ed entrambi

gli sorridevano, complici. Pensò: ma allora il compagno che gli somigliava tanto e suo padre, Aurelio, erano la stessa persona, in due momenti diversi della vita?. Mentre rifletteva su questo mistero ed era invaso dalla felicità per aver ritrovato i genitori, le campane cominciarono a suonare in segno di giubilo, a lungo, insistenti. Tanto insistenti che il bambino si svegliò.

Attraverso l’imposta socchiusa della finestra della sua cameretta su in mansarda la luce filtrava luminosa, mentre le campane della Cattedrale suonavano a distesa.

Che bello: era Natale!


 
©2006 ArteInsieme, « 010827394 »