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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Quando Dio perse la pazienza, di Cristina Bove 18/01/2020
 
Quando Dio perse la pazienza

di Cristina Bove



Isole di plastica occupavano gran parte degli oceani, pesci e cetacei morivano soffocati da sacchetti e bottiglie di plastica, alghe e coralli erano spariti già da tempo. Gli uccelli marini andavano a morire ricoperti di catrame sulle spiagge di immondizie nauseabonde.

Sulle città incombeva lo smog, si propagavano mali incurabili, mali nuovi e oscuri, mali di tossicodipendenza e asocialità. La violenza fomentava guerre che arricchivano sempre più i potenti e gli accaparratori a scapito degli indigenti.
L’odio per il diverso rendeva ciechi e sordi all’altrui sofferenza. Le torture più orribili venivano inventate ed applicate ai corpi di altri esseri umani.
La violenza di genere mieteva donne come spighe, ne occultava le forme ed il pensiero, le lacerava in nome di un amore malato.

I poveri di tutto il mondo, accalcati nelle immense periferie delle città, rinchiusi in falansteri tra spacciatori e drogati (quelli che ancora avevano un lavoro nelle fabbriche sortivano al mattino per guadagnare quanto bastava per sopravvivere e acquistare ciò che le pubblicità televisive inducevano a consumare), erano carne da macello nelle guerre tra banche e governanti: un gregge inerme anestetizzato dai mass-media, ma in cui ciascun individuo, paradossalmente, era illuso di poter accedere alla classe dei privilegiati.

Tra i massimi detentori dei poteri e la massa agonizzante, la borghesia faceva da spartiacque, forte dei propri valori ereditati, culturali e finanziari, immersa nel suo egoistico benessere, dedita ai piaceri dell’arte e del consumo di beni inaccessibili ai miserabili.

Tendaggi e sipari pomposamente ben distribuiti celavano la natura vera del caos.
Spettacoli e concerti, opere che sorprendevano le menti distraendole dai ladrocini dei corrotti, dalle violenze di genere, dai disastri ecologici.

Società castali, piramidi umane dove la base, spolpata a morte, costituiva il concime su cui si innalzavano via via gli strati verso l’alto.
All’apice i padroni del mondo.

Dio era giunto al culmine di ogni benevolenza e comprensione, nemmeno i pochi esseri buoni riuscivano a recargli un minimo conforto. Ormai anche le feste in suo onore gli erano insopportabili. Troppa la contraddizione tra preghiere e operato, troppa la discriminazione tra fratelli, troppa ogni verità rivelata.
Quindi riprese in mano la sua creazione, ordinò ai fiumi di ingrossare gli oceani, a questi di esondare fino a coprire le più alte vette. Ai venti di disperdere ogni traccia di malavita umana e trasportare altrove tra le stelle uomini e donne di buona volontà.
Affranto e desolato, aggiunse il pianto alle acque che tutto travolgevano.
Infine rimpastò l’argilla, fece un palla e la scagliò nell’infinito Nulla.


 
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