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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  A forma di mezzaluna, di Mariangela De Togni 29/01/2020
 
A forma di mezzaluna

di Mariangela De Togni




Amava sedersi sulla roccia piatta, a forma di mezzaluna, la sera, ad ascoltare il vento che, secondo lui, lo chiamava per nome: “Gioele, Gioele ….”

Nessuno sapeva da dove venisse. L’avevano trovato addormentato, in mezzo alle pecore, proprio la Notte di Natale. Quel giorno, un agnellino, si era smarrito e quando, finalmente, lo trovarono, intirizzito dal freddo, stremato dalla paura e dalla fame, i pastori ebbero un sospiro di sollievo.

Fu proprio Azzur, il cane pastore, a trovarlo, seminascosto e impigliato in un fitto cespuglio di rovi. Lo portarono all’ovile, accanto alla madre che belava disperata, e fu lì, mentre depositavano quel fagottino bianco e tutto lana, che videro il ragazzo addormentato. Aveva tra le mani un grappolo d’uva e alcuni datteri.

Aveva tratti belli, Gioele, grandi occhi verdi e i capelli scuri e ricciuti. Non parlava molto, ma osservava ed era sempre grato a un gesto di bontà nei suoi confronti. Il pezzo di focaccia che gli veniva offerto, il formaggio o la ciotola di latte che gli veniva data, lui, la condivideva sempre con qualcuno.

Amava gli animali. Ne sapeva conoscere il carattere, i bisogni, quasi il pensiero. Preferiva dormire nell’ovile con le pecore e l’unico asinello un po’ malandato e il cane Azzur, il pastore tedesco dallo sguardo vivace e intelligente.


Il grigio gatto Malachia, diffidente per natura, si mostrava indifferente agli sguardi di Gioele; ma una sera, in cui anche gli animali sentivano il caldo amore del ragazzo, Malachia, gli saltò sulle ginocchia e cominciò la sua danza felina. Lui, di giorno, quando il gregge era al pascolo, si metteva alla finestra dell’ovile, seminascosto da un po’ di paglia e sonnecchiava, ogni tanto lanciando sguardi malandrini al bel merlo che osava farsi beffe di lui, dall’olivo di fronte.

Elias, il vecchio pastore, parlando bonariamente con lui, gli chiese, un giorno: “Quanti anni hai?” “Non lo so” rispose.

E i tuoi genitori, dove sono, la tua famiglia?”

Non rispose subito, ma parve rattristarsi, poi in un sussurro: “Non lo so” rispose.

Allora, poiché era a piedi nudi, Elias, gli diede un paio di calzari da mettere, dicendogli che la terra era dura e fredda, d’inverno. Il giorno dopo, Elias, lo trovò con i calzari avvolti in un ramoscello d’ulivo. “Ma perché te li sei tolti!” quasi gridò, il pastore, un po’ confuso e insieme addolorato, dall’assurdo comportamento di Gioele, che il vecchio pastore non comprendeva. E Gioele, con un sorriso timido e lo sguardo diritto in quello del suo padrone, rispose: “ Perché così non si sciupano, Signore!” “Ma i tuoi piedi?” “Oh, loro sanno camminare e non temono la durezza della terra”. In realtà, la pianta dei suoi piedi era così callosa, che poteva considerarsi la suola di un sandalo.

Il vento soffiava dal mare, quel giorno, portando echi di tempesta. Sotto una nuvola color carbone, il sole si nascose per lasciare spazio alla volta celeste che si riempiva di stelle.

Ecco, la mia coperta per la notte!” Pensò Gioele.

Era di spalle e i suoi riccioli, illuminati dalla luna, gli disegnavano attorno al capo come un aureola di luce.

Sentì pronunciare il suo nome, che il vento subito afferrò e fece volare verso il deserto. Era il suo sogno, quello, che spesso lo accompagnava, nel sonno, da quando si era perduto. “Giole, a piedi nudi tu camminerai sulla terra dei fiumi, e diventerai “principe” della pace.”

Questo, ancora, gli stava ripetendo il “sogno” anche quella notte. A volte gli ritornavano brandelli di memoria, come se una voce gli mormorasse di non avere paura, e altre, più agitate, che correvano via come l’onda del mare. Talvolta gli pareva, chiudendo gli occhi, di intravedere il volto delicato di una donna, ma talmente bello, da farlo piangere di gioia. Però, non sapeva dare un nome a questi sogni così strani e che mai si rivelavano di più.

Elias lo guardava pensieroso e taciturno, succhiando la sua vecchia pipa, cercando di capire quel ragazzo bello, smarritosi in chissà quale tragedia della vita. Pareva avesse fatto sempre il pastore, tanto conosceva bene il modo di condurre le pecore. Elias lo lasciava fare, contento di sapere che Azzur, a sua volta, avrebbe seguito le pecore e anche il ragazzo.

L’aria era leggera anche se avrebbe dovuto essere caldo e Gioele trovò rifugio tra due rocce sporgenti. Respirava ad occhi chiusi, c’era calma intorno. Aveva sulle ginocchia l’agnellino ultimo nato e, ai suoi piedi il cane pastore dagli occhi neri attenti e colmi di tenerezza.

Non lontano scorreva un piccolo torrente il cui profumo arrivava fino a lui, portato dalle folate di vento. Più tardi, quando il gregge sarebbe stato sazio e stanco di brucare, lo avrebbe condotto laggiù a bere di quell’acqua fresca e pura, prima di ritornare al riparo dell’ovile.

Il deserto brullo con qualche ciuffo d’erba creava giochi di luce deliranti sulla sabbia rocciosa. Un lembo di terra in mezzo al silenzio intriso di storia.

Il deserto di Giuda! Dalle dune alte e dalla forma un po’ spigolosa, circondato dalle colline rocciose e dai monti di Giudea è denso di suggestioni, di emozioni rese dal paesaggio rimasto inviolato.

La linea irregolare del gruppo delle dune si spezza solo quando incontra un’oasi e allora le tinte oro, platino, arancio, rosso e ocra del deserto si trasformano in azzurro, azzurro delle cascate e delle piccole piscine naturali.

Se si resta immobili, seduti sulla cima di una duna, si può udire la sua voce. E’ sottile, appena udibile, dal suono un po’ sordo. E’ il vento che, anche se pare non soffiare, smuove ogni granello di sabbia e crea una sorta di musica, di fruscio.

Il tempo passava, si avvicinava il periodo in cui anche il gregge veniva portato all’ovile più a valle. Gioele si faceva sempre più bello e grande e forte. Un giorno, verso il mese di dicembre, Chalom, l’aiuto pastore, vide il ragazzo fermo sul sentiero, come colpito da un fulmine, lo sguardo fisso in un punto lontano.

Diede una voce ad Elias che subito corse e anche lui guardò quel punto da dove si vedeva come una nuvola di polvere rosa. Egli conosceva il sogno del ragazzo. Ma si sa, i sogni sono come la memoria. E’ come ricordarsi le cose ad occhi chiusi.

Il cammello, finalmente, arrestò la sua corsa, proprio davanti a loro. Ne scese un signore vestito riccamente, sembrava un re, o un principe di un regno sconosciuto, tanto il suo sguardo era penetrante e vero. Fissò Gioele e si avvicinò subito a lui. “Mi riconosci? Sono Gamaliele, primo Ministro del re tuo padre ” . Ma il ragazzo non rispose. Rimase attonito a guardare quella figura solenne e nello stesso tempo mite, gentile, piena di premurosa saggezza. Riprese a parlare: “I tuoi genitori e io ti abbiamo tanto cercato! Ti pensavamo morto in quella tempesta. E il palazzo del Governatore, lo ricordi?” Nei begli occhi di Gioele, passò come un lampo di stupore e poi, guardando con più intensità il suo interlocutore sorrise. “Sì,” disse, dopo un po’ “sì, ora ricordo”.

Elias fu il primo a riprendersi da quell’inatteso avvenimento e invitò il forestiero a condividere con lui il suo desco, dicendo: “Sono soltanto un povero pastore, non ho molto da offrire al mio Signore”. “Il tuo cuore è buono e generoso”, rispose Gamaliele, “io e il mio cammello volentieri accettiamo, per la notte, la tua ospitalità”.

Sotto le stelle di quel luogo solitario, profumato di acque fresche, di ulivi e di frutta matura, Gamaliele raccontò come durante una tempesta di sabbia nel deserto, Gioele, si fosse smarrito assieme al suo servo Ben. Solo poco tempo fa, per caso, da un mercante in Gerusalemme, vennero a sapere di un ragazzo presso un pastore, vicino a un’oasi nel deserto di Giuda. L’oasi di Ein Prat.

Con la sua bellissima sorgente, alle porte di Gerusalemme, situata nella valle che, proseguendo verso Gerico, si ricongiunge al Waddi Kelt, dov’è situato il Monastero di Koziba.

Volle, poi, parlare da solo con Gioele, per aiutarlo a ricordare i particolari di quella tragica giornata.

Solo una cavalcatura, disse Gamaliele, ritornò a palazzo, dopo tre giorni”. “E il mio servo Ben?” chiese Gioele. “Di lui, purtroppo, ancora non sappiamo nulla”, rispose Gamaliele. “Però, alcuni di una carovana, ci raccontarono di aver veduto un uomo simile a lui, nei bazar di Gerusalemme. Lo stiamo ancora cercando”.

Ora Gioele ricordava con emozione, il volto della madre che tante volte in quel sogno appariva alla soglia del suo cuore. I fratelli, il padre … piano piano la sua memoria riprendeva il filo del pensiero interrotto e sepolto da quella tormenta di sabbia.

Quella notte, volle dormire ancora sotto le stelle con accanto Azzur, che ogni tanto uggiolava, quasi comprendesse che l’arrivo di quel forestiero, gli avrebbe portato via l’amico. Perfino il gatto Malachìa, d’un tratto, gli si accoccolò fra le braccia.

Dal cuore del ragazzo intanto, sgorgava il salmo della gioia e della gratitudine: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”.

Tante altre cose raccontò quella notte ad Elias, Gamaliele. Parlò del dolore profondo del suo Signore per la perdita del figlio che, del resto, non avevano mai smesso di cercare, come non avevano smesso di cercare il fedele servo Ben. Parlò della grande e generosa bontà del suo re e della sua regina. Della pace che regnava in quel regno la cui reggia era costruita sull’orlo del mare. Raccontò della bellezza di quella terra e del suo suolo lussureggiante, dell’abbondanza dei raccolti e ciò che si diceva, in quel regno, del figlio più giovane del re, il principe Gioele.

Narrò come nel giorno della sua nascita, un uomo santo profetizzò che sarebbe stato per molti il “principe della pace, nella terra dei fiumi,”. Parole dal senso misterioso eppure così belle perché bello era il cuore del giovane principe. “In realtà, disse ancora Gamaliele, la nostra terra è fra due fiumi.”

All’alba del giorno dopo, prima di partire, Gioele volle ringraziare Elias di quanto aveva fatto per lui. Avevano, negli occhi i bagliori dell’aurora nascente e nel cuore la tenerezza per un incontro che la vita aveva voluto per entrambi colmo di felicità. Elias non aveva avuto figli, la sua giovane sposa morì un anno dopo il loro matrimonio. Elias soffrì molto per quella perdita e per lenire il grande dolore dell’anima, si ritirò nel deserto e lì, iniziò a fare il pastore e così, piano piano, ritrovò la pace. Quel ragazzo, capitato da lui come un dono del cielo, lui lo aveva amato proprio come un figlio, il figlio che non aveva mai avuto.

Poco dopo, il cammello con le sue palpebre filosofiche, si incamminò al fianco di Gioele, ritto su un cavallo nero come la notte. L’aveva comprato per lui Elias, barattandolo con due agnelli dalla bianca lana ricciuta. Il giovane nomade che gli cedette il cavallo, non aveva nessun interesse a tenerlo, ma apprezzò molto, invece, i due agnelli.

Si dissero “addio” senza parole, nel solo modo a loro congeniale. Guardandosi negli occhi. Il silenzio divenne totale, in quell’istante, di intensa umanità. “ Ci rivedremo ancora, un giorno!” disse Gioele ad Elias. Si guardò attorno e abbracciò con lo sguardo tutte le cose e le creature che gli erano state care, in quei giorni di smarrimento. Poi, tutto riprese il suo moto quotidiano. Ma ognuno avvertiva, nel cuore, come un senso di perdita. Persino Malacchìa, quel giorno, guardò con un certo affetto il merlo, sull’ulivo di fronte.

Certo, anche nella sua mente felina, qualcosa era rimasto di quell’amicizia sincera, qualcosa anche in lui, a modo suo, rimaneva a dirgli che aveva perduto un amico.


Lo sguardo buono di Elias si levò al cielo a ringraziare Yahvè del dono che gli aveva fatto. Un ragazzo, che per un po’ di tempo, era stato importante per lui e gli aveva restituito la gioia di vivere.









 
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